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Dalla Turgovia all'Italia con amore di Tindaro Gatani |
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una conferenza con diapositive di Tindaro Gatani, studioso dei rapporti italo-svizzeri |
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Dalla Turgovia all'Italia con amore grandi Turgoviesi in Italia
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Ulrico Hoepli (1847-1934) editore e libraio a Milano |
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Giacomo Filippo Buchy (1836-1905) industriale tessile e sindaco di Sarno
Oscar Meuricoffre (1824-1880) e la sua famiglia banchieri a Napoli
Johannes Debrunner (1816-1873) difensore di Venezia nel 1848/49
Giovedì 15 maggio 2008 alle ore 19.30 Kleiner Bürgersaal Rathaus Frauenfeld |
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ULRICO
HOEPLI un
turgoviese al servizio Ulrico Hoepli è nato il 18
febbraio 1847 a Tuttwil. Dopo le scuole primarie nel villaggio natale, a soli
quattordici anni lo troviamo già a
Zurigo, dove frequentò le scuole
professionali ed imparò il «mestiere»,
lavorando in una delle migliori librerie della città. E l'attività di libraio
sarà svolta dal futuro editore successivamente anche a Lipsia, a Breslavia, a
Vienna, a Trieste e al Cairo dove si occupò della biblioteca del viceré
egiziano. A 24 anni partì per Milano, dove entrò il 7 dicembre 1870, giorno di
Sant'Ambrogio, patrono della città. A meno di un mese dal suo arrivo rilevò
l'antica libreria di Teodoro Laengner in Galleria De Cristoforis,
incrementandone ben presto la modesta attività libraria e quella editoriale. L'Hoepli fu svizzero ed italiano
nello stesso tempo e, per sottolineare l'amore per le sue due patrie, era solito
ripetere: «Provo per l'Italia lo stesso amore che provo per la Svizzera». La
vita di Ulrico Hoepli, uomo ed editore di larghi interessi, che spaziavano su
tutto lo scibile umano, con lo sguardo rivolto a tutto il mondo, restò sempre
strettamente legata alla nativa Tuttwil, all'adottiva Milano ed a Zurigo, la
città della moglie Elisa Haeberlin, che gli fu compagna e collaboratrice per
oltre 55 anni. Cultura tecnica e scientifica Grande merito di Ulrico Hoepli fu
quello di aver capito che all'Italia del dopo Unità «urgeva», accanto ad una cultura umanistica e artistica, anche «una cultura tecnica e scientifica», che
andava «dispensata e divulgata, con
sicura praticità» anche e soprattutto alle classi lavoratrici. Per questo sul finire del 1875
egli iniziò la pubblicazione dei suoi celebri Manuali di divulgazione scientifica. Si trattava di opere semplici,
brevi, chiarissime, con un linguaggio accessibile al gran pubblico, senza
tuttavia distanziarsi dagli obiettivi rigorosamente scientifici. I Manuali
Hoepli divennero presto una vera e propria grandiosa enciclopedia dello scibile
umano che spaziava dalla botanica alla numismatica; dallo sport all'edilizia;
dall'agrimensura alle letterature classiche; dalla meccanica al diritto
dell'antica Roma; dall’elettricità all'economia domestica; dall'araldica alla
musica; dall'enigmistica alla paleografia, alla filosofia classica e moderna,
alla matematica, alla teologia, alla biologia, alla medicina. In quasi cento
anni, tra il 1875 ed il 1971, i Manuali Hoepli hanno raggiunto ben 1791 titoli. Oltre che per i celebri Manuali,
la Casa Editrice Hoepli conseguì ben presto grande successo per il mercato
dell'antiquariato librario, per le sue prestigiose collezioni di arte,
letteratura e scienza e per le sue sontuose pubblicazioni in folio. Tra le più
superbe collezioni hoepliane un cenno particolare meritano le sfarzose edizioni
dei Codici Vaticani; le Collezioni Artistiche, Archeologiche e
Numismatiche dei Palazzi Pontifici; i Monumenti
Storici ed Artistici del Canton Ticino. L'Hoepli non trascurò mai anche la
veste tipografica delle sue pubblicazioni, che furono sempre impeccabili nella
legatura, nel formato, nella carta, nei caratteri di stampa, nei fregi. L'uomo / il mecenate Non si può parlare tuttavia di
Hoepli editore senza fare un accenno a Hoepli mecenate, cioè uomo generoso, prodigo di aiuti soprattutto
verso la sua Turgovia, la sua Zurigo e la sua Milano. Era una generosità spontanea,
quasi anonima. Egli sapeva intervenire con il massimo disinteresse. I suoi doni
erano ben graditi perché non venivano da calcoli commerciali o scopi venali ma
dal cuore. Hoepli fu disponibile quando venne a mancare il denaro per la costruzione
di una stazione termale sul lago di Bichel, o quando la chiesa di Wängi ebbe
necessità di un nuovo riscaldamento centralizzato. A Tuttwil regalò un pianoforte
per la scuola, contribuì all'introduzione dell'illuminazione elettrica, e a
tante altre opere di modernizzazione, e dopo donò anche la casa dei suoi
genitori. Ogni volta che Ulrico Hoepli
tornava a Tuttwil, le autorità comunali e quelle del governo cantonale andavano
a rendergli gli onori ufficiali con la banda musicale, canti, spari di
mortaretti, case imbandierate a festa. Per l'occasione, il Comune proclamava
anche la cosiddetta «giornata milanese», un giorno di vacanza per tutti. - Nel 1903, Hoepli donò 25.000 franchi per la costruzione della Biblioteca
Centrale di Zurigo; - nel 1910, altri 100.000 franchi per il «Padiglione di cura delle malattie
nervose femminili» di Münsterlingen; - nel 1917, 50.000 lire per la Scuola svizzera a Milano. Tra i doni fatti all'Università di
Zurigo, negli anni tra il 1914 e il 1918, c'è anche una statua marmorea
raffigurante una Niobide. Nel 1911, egli volle istituire a
Zurigo una Fondazione che portasse il suo nome e si prodigasse per l'incremento
degli studi letterari e scientifici degli studiosi dei due Paesi. Fondazione
ancora oggi attiva. Alla «sua» Milano, Ulrico Hoepli ha regalato prima una preziosa
collezione di quadri e quindi, in occasione del 60° della fondazione della Casa
editrice, il celebre Planetario ai giardini pubblici. Il Villino Zurigo e Milano, in diverse
occasioni, gli mostrarono tutta la loro riconoscenza: l'ateneo della Città
della Limmat concedendogli, nel 1901, una laurea honoris causa come grande promotore delle scienze; Milano intitolandogli
una delle sue vie nel cuore della città, la stessa in cui ha sede ancora oggi
la Casa editrice che porta il suo nome. Alla proverbiale modestia dei
coniugi Hoepli fece contrasto soltanto la sontuosità della villa in stile rinascimentale
italiano di 350 mq, che l'editore si fece costruire in zona Sempione. Il Villino Hoepli, con un ampio giardino,
contava in tutto 28 stanze, tra le quali c'erano una splendida sala da pranzo
lunga 9 metri e larga quasi 5, una sala cinese, una rinascimentale, una da
biliardo. La sontuosa residenza non servì comunque ad esibire la posizione
raggiunta, né vi ebbero luogo splendide feste. In una sola grande occasione, il
Villino Hoepli svolse una sua
funzione di rappresentanza allorché, nel 1906, ospitò il presidente federale
Ludwig Forrer, arrivato a Milano per incontrare re Vittorio Emanuele III, in occasione
delle cerimonie per l'inaugurazione del traforo del Sempione. Il culto di Dante Essendo stato chiamato a parlare
qui questa sera dalla Società Dante Alighieri Turgovia devo ricordare il grande
amore che Hoepli nutrì per il divino poeta, non solo studiandolo egli stesso,
ma ponendo grande cura nella pubblicazione di opere e di studi danteschi. La
prima edizione del divino poeta presso Hoepli è il Dantino in caratteri microscopici del 1878. Più tardi seguiranno il
Dante minuscolo del Fornaciari; la
riproduzione in eliocromia del Codice
Trivulziano del 1337; il Dante del
Re, la Divina Commedia così
chiamata perché voluta da re Umberto I con il commento di Stefano Talice da
Ricaldone. Per i tipi dell'Hoepli videro ancora la luce diverse edizioni della Vita nova e del Canzoniere; l'Ultimo Rifugio
di Dante di Corrado Ricci; i Nuovi
Studi Danteschi del D'Ovidio; Beatrice
nella vita e nella poesia del secolo XIII; Dante e la Francia del Farinelli e diverse altre opere tra le quali
ricordiamo ancora Dante nell'arte tedesca
del Locella. Ad un editore come l'Hoepli, così
attento, in virtù delle sue origini svizzere, a quanto accadeva nel mondo
culturale germanico e soprattutto nella sua patria, non poteva sfuggire
l'importanza dei profondi studi sul divino poeta del suo connazionale Giovanni
Andrea Scartazzini, pastore riformato prima nella nativa Bondo in Val
Bregaglia, dove era nato nel 1837, e poi a Fahrwamgen in Argovia. Dall'amicizia e dalla
collaborazione tra il turgoviese ed il bregagliotto dovevano avere origine gli
interessanti volumi sulla figura e l'opera di Dante, culminati, nel 1893, con La Divina Commedia riveduta nel testo e
commentata, che tanto avrebbero contribuito alla diffusione popolare dell'opera
del Fiorentino. Si può dire con assoluta certezza
che proprio questi due svizzeri svolsero un ruolo importante nella diffusione
tra gli Italiani dell'amore per Dante. I modici prezzi delle edizioni Hoepli e
le spiegazioni del commento di Scartazzini favorirono infatti il primo approccio
con il divino poeta a sempre più larghi strati della popolazione italiana. I viaggi Il 14 febbraio 1930, a testimonianza della stima e del riconoscimento che si era conquistato in sessanta anni della sua attività di editore e libraio, Ulrico Hoepli veniva ricevuto a Roma, nello stesso giorno, in successione, dal Papa, dal Re d'Italia e dal capo del Governo, Benito Mussolini. Era un onore riservato ai soli capi di Stato. Oltre
alla passione per i libri e l'antiquariato, Ulrico Hoepli amò tanto la montagna
ed il viaggiare anche in terre lontane, spingendosi fino allo Spitzberg ed in Egitto
con la moglie Elisa, oppure in Spagna, in Oriente così come per ben due volte
nelle Americhe del Nord e del Sud. Ed infine nella vecchiaia, all'età di 85
anni, volle ancor provare «l'ebbrezza del sorvolare le Alpi». E quel suo desiderio
fu appagato grazie al pilota svizzero Walter Mittelholzer che, lunedì 20 aprile
1931, lo condusse con il suo aereo da Milano a Zurigo dove il vecchio editore
fu ospite d'onore al corteo del Sechseläuten. Ed il giorno dopo, egli era già
di nuovo di ritorno a Milano e, come sempre, di buon mattino al suo posto di
lavoro, dove sarà colto serenamente dalla morte mentre scriveva una lettera la
mattina del 24 gennaio 1935, all'età di 88 anni. Il ritratto fatto da Galbiati... Commemorando l'illustre scomparso,
il 4 giugno dello stesso anno 1935, in un discorso tenuto al Planetario di
Milano, Giovanni Galbiati, prefetto dell'Ambrosiana, fece un ampio e fedele
ritratto dell'editore, dicendo tra l'altro: «A vederlo, l'Hoepli... era di media statura, quadrato, il volto pieno, i
capelli ritti sulla fronte e tuttora folti sui lati, la barbetta tagliata e
dura, semplice, preciso e conciso di parola, non senza un'arguzia tranquilla
d'antico renano di Turgovia, preciso sempre come un buon orologio svizzero di
classe robusta. Sapeva quello che voleva, quali libri gli conveniva stampare secondo
il compito ed il piano che aveva prefisso a se stesso nella vastità dell'arte
editoriale». E questo dopo aver detto che
«Hoepli a nessuno era assente e tutto vigilava in una rigida e asciutta disciplina
che sapeva però di bontà e di dolcezza vorrei dire paterna, tanto che quei
collaboratori egli seguiva liberalmente e generosamente perfino al di là della
libreria, nelle vicende familiari». L'editore, rimasto senza eredi
diretti, volle tuttavia mantenere a tutta l'impresa sempre quel carattere familiare
associando all'impresa i suoi due nipoti Carlo Hoepli ed Erardo Aeschlimann. In occasione del cinquantesimo di
fondazione della sua Azienda, nella premessa al Catalogo generale della Casa
editrice per l'anno 1922, Ulrico Hoepli così scriveva a sottolineare la sua
gratitudine all'Italia: «Non tocca a me giudicare dell'opera mia: questo voglio
tuttavia affermare: che quanto feci mi fu inspirato dall'amore ardentissimo per
l'Italia, dalla fede inconcussa che ho nel suo avvenire, dal rispetto per la
serietà e la dignità degli studi, che fanno di grado in grado migliori l'uomo e
la Società...». ...e quello di un anonimo estimatore A noi piace ricordare Ulrico
Hoepli con il bel ritratto che di lui fece l'anonimo autore che ne tratteggiò
la figura e l'opera nel volume Gli Svizzeri in Italia, edito nel 1939 a
cura della Camera di Commercio svizzera di Milano: «In Ulrico Hoepli lavoratore
instancabile, metodico, preciso, meraviglioso d'attività, fecondo di comprensione,
volta a volta audace e riservato, s'identifica e si personifica il tipo ideale
del grande editore moderno... L'Hoepli ebbe il pregio di non cristallizzarsi,
nemmeno con l'età matura, nemmeno con la tarda età... Fu di spirito e mente
maturi quand'era giovane d'anni, fu giovanile d'ingegno e di intenti quando la
vecchiezza avrebbe potuto giustificare un rilassamento di energia... Seppe
costruire la sua azienda... senza improvvisazioni e senza lentezze, rifuggendo
da ogni esperienza non meditata... Non imitò nessuno, né ebbe imitatori... La
sua opera fu troppo personale e originale... ed ogni sua conquista editoriale
fu una vittoria del suo ingegno, del suo istinto, del suo metodo... Di Lui
furono amici tutti coloro che in Lui sentirono e conobbero, per loro esperienza
e per Sua virtù, il Principe degli editori». Conclusione Dopo che, nel 1935, la Galleria De
Cristoforis era stata abbattuta, tutte le attività della Hoepli si trasferirono
in via Berchet, diventando con le sue ben 14 vetrine la più bella e la più
grande libreria d'Italia. Distrutta completamente nel corso dei bombardamenti
della seconda Guerra mondiale, la Casa editrice e la libreria Hoepli furono tra
le prime imprese di Milano e riprendere l'attività dopo il 25 aprile del 1945,
giorno della Liberazione dal nazifascismo. Nella sua sede di Corso Matteotti,
sotto la guida dei successori la casa editrice e la libreria continuarono la
loro opera al servizio della cultura e della scienza. Simbolo dell'avvenuta
ricostruzione fu, nel 1958, l'inaugurazione dell'odierna sede, con una moderna
libreria e i nuovi uffici, sita in via Hoepli 5 nel centro di Milano, tra il
Duomo e la Scala, voluta da quell'altro Ulrico Hoepli, nato nel 1906 che seppe
proseguire l'opera del fondatore, restando sempre fedele alla tradizione di famiglia, andando in ufficio a
lavorare tutti giorni, fino a 97 anni, fino al 9 ottobre del 2003. Ancora oggi, la quinta generazione
degli Hoepli lavora nella sempre più moderna azienda familiare, una delle poche
case editrici indipendenti nel panorama italiano ed europeo, proseguendo
ininterrottamente l'attività avviata nel lontano 1870 dall'immigrato svizzero
Ulrico Hoepli venuto da Tuttwil in Canton Turgovia. GIACOMO
FILIPPO BUCHY di
Oberhofen Sirnach La presenza dei Buchy o Büchi di
Oberhofen Sirnach nel Napoletano si inquadra nella grande epopea degli
imprenditori tessili della Svizzera di lingua tedesca nel Meridione d'Italia. Soffocati dal Blocco continentale
imposto da Napoleone e dalla spietata concorrenza francese, molti industriali
tessili svizzeri si trasferirono nel Regno delle due Sicilie al seguito di
tanti mercenari loro connazionali. Nacquero così le industrie della provincia
di Caserta, di Napoli e di Salerno che nel giro di pochi decenni riuscirono ad
impiegare decine di migliaia di operai, divenendo uno dei poli tessili più
importante del mondo. Fu l'epopea degli industriali Egg, dei Berner, degli
Escher, dei Wenner e di tanti altri. Al seguito dei mercenari e degli industriali,
altri svizzeri presero allora la via del Sud: mercanti, negozianti, banchieri,
tessitori, avventurieri, usurai, funzionari, impiegati, domestici, si aggiunsero
agli altri svizzeri già residenti. "La colonia svizzera divenne allora la
più numerosa e la più gradita. Si parlò allora di vera e propria colonizzazione,
ma non fu la Svizzera a colonizzare quel Regno, ma (forse) gli Svizzeri. Quegli
Svizzeri che raggiunto il potere militare, economico e sociale videro nelle Due
Sicilie il loro Eden. Se lo colonizzarono, ciò avvenne nell'unica maniera per
loro possibile: con l'accordo del suo re, con l'appoggio dei suoi ministri, in
modo discreto, silenzioso, come un passo felpato". (Lorenzo Zichichi, Il
colonialismo felpato, Sellerio). Dalla fine del Settecento fino al
1860 le industrie tessili svizzere furono il fulcro dell'economia del Regno
borbonico, esportando le loro merci in mezza Europa ed in molti Stati
dell'Africa, delle due Americhe e persino in Asia. A partire dal 1861, con l'avvenuta
unificazione dell'Italia in un unico Stato, una grave crisi colpì l'industria
tessile meridionale. Le industrie del Nord del paese si trovarono ben presto
avvantaggiate rispetto a quelle del Sud, potendo produrre a costi più bassi. Così
le industrie della Lombardia e del Piemonte, molto più competitive di quelle
della Campania, finirono con l'aggiudicarsi anche le ingenti forniture militari
del nuovo Stato unitario. Si spiega anche così
l'insediamento di altre industrie tessili di proprietà svizzera in Piemonte e
Lombardia. Ma proprio quando le industrie
tessili del Meridione sembravano destinate a scomparire del tutto furono ancora
gli Svizzeri a scommettere su investimenti nel Napoletano. Ancora negli anni settanta un
grande cotonificio sorse a Nocera per conto della Schlaepfer Wenner & Cie progettato e diretto per quasi venti
anni dallo zurighese Felice Alfonso Escher. Sempre nella seconda metà del XIX
secolo un'altra grande manifattura tessile sorse a Sarno (Salerno) ad opera di
Giacomo Filippo Buchy. I Buchy, da cui discende l'attuale casato dei Büchi di
Caluso in Piemonte, erano originari del villaggio turgoviese di Oberhofen
Sirnach. Giacomo Filippo era nato il 18
novembre 1836 a Piedimonte d'Alife dove il padre, in rapporti di affari con la
manifattura Egg, si era stabilito con tutta la famiglia tra la fine degli anni
venti e gli inizi di quelli trenta. Giacomo Filippo Buchy, dopo aver studiato a
Lilla insieme al fratello Alberto, fu per qualche tempo in Irlanda
interessandosi di filatura meccanica. Poi fece ritorno nell'Italia meridionale
stabilendosi a Sarno dove, nel 1873, insieme all'irlandese Strangman, rilevò la
piccola fabbrica di organdis fondata dallo svizzero Rodolfo Glarner. Lo stabilimento Buchy-Strangman,
così continuò a chiamarsi la società nonostante il socio irlandese si fosse
ritirato dall'impresa nel luglio del 1877, divenne in poco tempo una rinomata
fabbrica non solo di filati di cotone e di lino, ma anche di spago per
calzolai, producendo addirittura i tre marchi «Cavallo», «Stella» e «Mano» che
conquistarono i mercati internazionali. I prodotti Buchy erano esportati in
Canada, in Australia e in molti paesi orientali. La fabbrica di Sarno arrivò ad
occupare fino a 1.500 operai. Giacomo Filippo, dopo essere stato insignito
della commenda del Regno d'Italia, «oltre che nel campo industriale, si impegnò
anche in quello amministrativo e politico e fu sindaco di Sarno dal 1895 al
1897, avviando a soluzione i problemi dell'acqua potabile, della viabilità e
dell'illuminazione elettrica». I Buchy lasciarono alla città di
Sarno il loro Palazzo, che è «una raffinata testimonianza della cultura industriale
del tempo. La principesca dimora è opera del grande architetto Antonio Curri
che vi fuse motivi neoclassici e motivi rinascimentali, utilizzando le nuove
tecnologie del ferro e del vetro». Tra le tante opere d'arte della
residenza c'è anche «uno splendido mosaico policromo raffigurante la
Tessitrice, con alle spalle l'intero complesso industriale». «La ditta
Buchy-Strangman sopravvisse alla morte del titolare, avvenuta il 22 febbraio
1905, insieme con la sua dimora regale protagonista di non poche "Sarno in
cartolina" dell'inizio del secolo ventesimo: ma... non resistette ai bombardamenti
della seconda Guerra Mondiale e infine fu costretta a chiudere, dopo una lenta
agonia durata quasi un ventennio, sopraffatta come le altre, dalla crisi
dell'industria tessile che caratterizzò il primo decennio post-bellico» . Il Palazzo Buchy, oggi restaurato,
è ancora un'importante sede culturale della cittadina campana. Altri Büchi della stessa famiglia turgoviese si erano intanto trasferiti,
dopo l'Unità d'Italia in Piemonte, nei pressi di Biella, dove prima iniziarono
lavorare come esperti del settore tessile e poi si misero in proprio. Fu il
caso, tra gli altri, di Johannes (1830-1889) e di Jakob (1838-1888) Büchi,
cugini in quarto grado di quelli di Sarno, che impiantarono il grande
cotonificio di Caluso a ciclo completo di filatura e di tessitura. Degli altri membri della stessa famiglia Buchy, tutti originari dalla
Turgovia, ricordiamo: - Johannes e Jakob che impiantarono industrie tessili nel Biellese; - Giacomo Büchi (1880-1947) che, per conto della Marina italiana inventò
l'elica a mantello applicata alle navi e poi anche ai sommergibili della flotta
militare italiana; - Alfred Büchi (1879-1859) che fu l'inventore dei motori turbo applicati ai
motori ferroviari ed a quelli navali e poi anche adottato dalle case
automobilistiche; - Del ramo trasferitosi in Sud America ricordiamo Hernan Büchi nato nel
1949, impegnato in molte industrie, che nel 1989 fu persino candidato alla
Presidenza della Repubblica Cilena. (C. De Seta e G. Milone, La Buchy e
Strangman, in Le filande di Sarno,
Bari, 1984). I
BANCHIERI MEURICOFFRE La famiglia Mörikhoffer (oggi
ancora "Mörikoferr") è originaria di Bischoffzell in Canton Turgovia.
Agli inizi del XVIII secolo, Jean-Georges Mörikhoffer, figlio maggiore di un
pastore di Bischofftell, emigrò, per dedicarsi al commercio di tessuti e
soprattutto di quelli di seta, a Lione, dove l'ortografia del nome si alterò,
francesizzandosi in Meuricoffre. Tutti i discendenti della sua famiglia resteranno
comunque, per oltre due secoli, fedelmente legati alla nativa Turgovia ed alla
religione riformata. Jean-Georges Meuricoffre ebbe in Francia due figli: Jean-Pierre e
Frédéric-Robert. Fu proprio Federico Roberto a
trasferirsi da Lione a Napoli, grande centro di smercio di seta grezza prodotta
in Sicilia ed in Calabria. Per favorire i suoi commerci Federico Roberto fondò
nel 1760 la Banca Meuricoffre & Co., che per oltre cento anni sarà una
banca privata fra le più quotate dell'Italia meridionale. La residenza dei Meuricoffre, la
Casa Grande di Capodimonte, divenne allora un centro culturale di primaria
importanza dove si incontravano artisti di ogni nazionalità. Nel maggio del
1770, anche Wolfgang Mozart, nel corso del suo soggiorno napoletano, fu a
più riprese ospite d'onore dei
Meuricoffre. Quando nel 1787, Goethe effettuò il suo famoso viaggio a Napoli ed in
Sicilia si servì appunto di una lettera di credito proprio sulla Banca Meuricoffre & Co. Non avendo figli dal matrimonio
con la tedesca Henriette Hillmer, Federico Roberto fece venire dalla Francia, per
essere aiutato negli affari, il nipote
Jean-Georges. Nel 1792, Jean-Georges sposò la
famosa cantante Celeste Coltellini, originaria della Toscana. Nella villa di
Capodimonte, il famoso Giovanni
Paisiello compose per la Coltellini la celebre romanza “Nina pazza per amore”. Accanto alla protezione delle arti, i Meuricoffre si resero anche
benemeriti del progresso sociale ed economico del Mezzogiorno. Nel 1793, in seguito al regio
decreto che ordinava l'espulsione di
tutti i francesi, la famiglia Meuricoffre a causa del luogo di provenienza,
nonostante conservasse sempre la nazionalità svizzera, fu costretta a lasciare
Napoli nel giro di 24 ore. Cominciava così il primo esilio a
Genova, che sarà seguito da permessi di ritorno e nuove espulsioni sempre
dovute a motivi politici. Nel 1799 Federico Roberto tornò a Napoli per rilanciare l'attività
bancaria. I Meuricoffre soggiornarono quindi a lungo anche a Marsiglia ed in Svizzera
dove vennero mandati a studiare Achille, Giorgio ed Augusto, i figli nati dall'unione
di Jean-Georges con la Coltellini. E sarà proprio il primogenito
Achille, presa in moglie Vittoria Bansa, appartenente ad una ricca famiglia di
Francoforte, a dare grande impulso alla banca, favorendo, fra l’altro, le
attività economiche ed imprenditoriale dei fratelli Giorgio ed Augusto, ai
quali alla sua morte (1840) passerà la responsabilità del vasto impero di
famiglia che fu potenziato con l’acquisto di alcuni velieri e poi anche di un
piroscafo da utilizzare nei commerci con l'estero. Achille era stato il primo dei
Meuricoffre a ricoprire, nel 1818, la carica di Agente ovvero di Console generale
della Confederazione a Napoli. A partire dal 1856, toccherà ai due figli di Achille, Oscar e Tell, di
proseguire, rilanciandole in grande stile, le attività della famiglia. Oscar Meuricoffre svolse a partire dal 1858, come il padre Achille e lo zio
George, anche la delicata funzione di capo della missione diplomatica svizzera
nel Regno delle Due Sicilie. Egli seppe gestire con grande
tatto diplomatico il difficile e pietoso compito di procedere allo scioglimento
dei reggimenti svizzeri e al rimpatrio dei mercenari. Da una parte mostrò, infatti,
tutta la sua simpatia per la causa italiana, dall'altra però nulla tralasciò
per difendere i diritti dei suoi connazionali che erano stati costretti a
lasciare il servizio mercenario. Nel 1861, ad Unità d'Italia
avvenuta, Oscar Meuricoffre sostenne con energia la richiesta di molti ex
mercenari svizzeri di poter restare a vivere a Napoli. Si trattava di soldati e
di ufficiali, gente di una certa età, che soprattutto per motivi di salute non
potevano o non volevano far ritorno in patria. Ma le nuove autorità italiane
furono irremovibili e quasi tutti gli ex mercenari dovettero lasciare Napoli
nel giro di poco tempo. Oscar Meuricoffre e la moglie
Sofia Andreae si occuparono direttamente dei bambini, degli ammalati, degli
anziani svizzeri che dovevano rimpatriare, assistendoli, provvedendo al
pagamento del viaggio e spesso facendoli accompagnare da persone di fiducia. Dopo l'Unità d'Italia, Oscar
Meuricoffre fu uno dei maggiori uomini di finanza in Italia e prese parte
attiva allo sviluppo bancario del nuovo Regno. Fu membro del Consiglio della
Banca Italiana e dell'amministrazione di alcune compagnie di assicurazioni; nel
1872 contribuì alla creazione della Banca
Napoletana e nello stesso anno entrò a far parte del consiglio della
Banca Generale di Roma. Oscar Meuricoffre morì, senza
lasciare eredi diretti, nel gennaio del 1879 nella sua villa "La
Fiorita", rimasta proprietà della famiglia e luogo di incontro degli
Svizzeri di Napoli. Nella primavera del 1900 si
spegneva anche il fratello Tell e toccò
allora al figlio Giovanni dirigere la banca. Il contesto finanziario ed
economico molto complesso e le ripetute malversazioni di un lontano parente,
scoperte solo dopo la morte di costui, portarono al tracollo finanziario. Per
pianificare i debiti Giovanni Meuricoffre fu allora costretto a cedere la Banca
al Credito Italiano, restando tuttavia al suo posto fino al 1916 come direttore
della filiale del nuovo istituto. Giovanni Meuricoffre, l'ultimo del
ramo napoletano della sua famiglia, si spense nel 1931, rimpianto dagli
Svizzeri residenti a Napoli e dagli stessi Napoletani. Ancora oggi per i Napoletani non è
del tutto estinto il ricordo dei Meuricoffre che hanno avuto soprattutto il
merito di scrivere, da protagonisti, una pagina nobile della storia della loro
città: per il loro spirito filantropico, per i loro generosi contributi
finanziari per la realizzazione di asili infantili, di scuole, di ospizi per anziani
e per gli aiuti materiali conferiti da tutta la famiglia alle vittime delle catastrofi
naturali.
HANS
DEBRUNNER di
Frauenfeld "I nemici che ad ogni nostro
tentativo noi incontriamo per primi - scriveva Giuseppe Mazzini - sono Svizzeri
. Sono Svizzeri che guarniscono la città di Napoli; sono Svizzeri che hanno
marciato contro gli uomini che chiedevano... nello Stato Pontificio alcune
riforme amministrative... Sono degli Svizzeri..." "Mi sono battuto per la
libertà e sempre mi sono trovato degli svizzeri di fronte" aveva risposto
il luogotenente del nuovo re Vittorio Emanuele II per le province meridionali
al console Oscar Meuricoffre, che era andato a chiedere il prolungamento del
permesso di soggiorno per gli ex mercenari elvetici. La verità ci impone tuttavia di
ricordare anche che ovunque si lottò contro gli oppressori d'Italia, là troviamo
degli Svizzeri pronti a combattere per la causa della libertà e dell'indipendenza. Troviamo soldati e volontari
svizzeri su tutti i campi di battaglia e molti di loro sacrificarono la loro
vita, morendo per l'Italia. Quando a Napoli, il 15 maggio
1848, le truppe svizzere spararono sulla folla in rivolta, un grido di dolore
si alzò in tutta Italia contro quell'eccidio. Ma ancora più forte fu il grido
di protesta contro il servizio mercenario che si alzò tra gli Svizzeri in
patria ed all'estero. Le colonie svizzere in Italia sottoscrissero appelli al
governo federale per l'abolizione del Söldnertum. Alla notizia di quei tragici
avvenimenti Il "Repubblicano della Svizzera Italiana", tra l'altro,
scrisse: "la rivoluzione italiana è stata salutata con entusiasmo in
Svizzera. Era la gioia di una sorella che vede l'altra sorella sciogliere i
ceppi, impugnare la spada vendicatrice e perseguire l'oppressore... Svizzeri di
ogni regione hanno combattuto e sparso il proprio sangue sulle barricate di
Milano. Noi non ce ne gloriamo, perché abbiamo compiuto un sacro dovere di
nazione a nazione... Non appena ricevemmo notizia degli
avvenimenti di Napoli, fummo presi dallo sdegno, e rossore di vergogna ci salì
al volto... In Italia hanno avuto luogo dimostrazioni di odio e di vendetta non solo
contro questi degeneri figli della Svizzera, bensì contro tutta quanta la
nazione (elvetica)... Noi ci appelliamo alle nazioni,
agli Italiani medesimi. Se a Napoli soldati svizzeri combattono per il re
(borbonico), altri soldati svizzeri combattono a Vicenza per la libertà, altri
ancora hanno combattuto a Milano, nel Tirolo, dinanzi a Peschiera per il nome
d'Italia e l'indipendenza italiana... L'atto di pochi mercenari e le
conseguenze di trattati che nella stessa Svizzera sono disprezzati più che altrove,
non debbono essere imputati in colpa all'intera nazione". Anche a Venezia, tra la fine del
'48 e gli inizi del '49, gli Svizzeri si distinsero combattendo valorosamente
per la libertà e l'indipendenza della causa italiana. Memore degli antichi
servigi resi dagli svizzeri alla Serenissima, Daniele Manin, eletto capo della
nuova Repubblica di San Marco, nata dalla rivolta del 17 marzo 1848, non esitò ad arruolare truppe svizzere, sotto il comando del colonnello
Hans Debrunner di Frauenfeld. La compagine svizzera del
Debrunner oppose nel '49 una eroica resistenza
agli Austriaci. Molti svizzeri, in maggioranza turgoviesi, lasciarono la
vita sul campo di battaglia. Il tenente generale Guglielmo Pepe, comandante in
capo delle forze veneziane, lodò in una lettera la Compagnia svizzera per il
"valore, la disciplina, e lo sprezzo delle privazioni" dei quali
aveva saputo dar prova. Lo stesso Daniele Manin testimoniò pubblicamente e per iscritto il suo
apprezzamento "affettuoso e riconoscente per "la meritevole e
valorosa compagina svizzera" e per il "suo capo". A sostenere l'azione del Debrunner
c'erano tutti gli Svizzeri di Venezia con in testa il loro console in Laguna,
Wöllfflin, che a più riprese incitò i suoi compatrioti a combattere "per la salvezza d'Italia e per l'onore
della patria svizzera". In quei giorni lo stesso Daniele
Manin regalò alla locale colonia svizzera una bandiera rossocrociata con sul
nastro la scritta: "Società Elvetica di Venezia — dono di Daniele Manin — 18 aprile 1848”, bandiera che la Colonia svizzera
in Laguna conserva ancora gelosamente.
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sopra: scorci della sala durante la conferenza a sinistra: Tindaro Gatani al centro, con alla sua destra il Presidente della Società Dante Alighieri Turgovia, signor Peter Würmli, ed alla sua sinistra l'ing. Marco Gherzi, già Presidente della Camera di Commercio Italiana in Svizzera, e dietro l'editore Ulrico Carlo Hoepli (le foto sono state fornite da Tindaro Gatani) |
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