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In questa pagina l'intervento di Tindaro Gatani su

Marco Monnier e la camorra napoletana          Jakob Job e la Scuola Svizzera a Napoli

 

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Il Consolato Generale d'Italia e la Casa editrice Ticino Management

 

presentano 

il numero speciale della Rivista arte&storia su

Gli Svizzeri a Napoli

Storia di una presenza

 

Lugano, Sala-teatro Carlo Cattaneo

Consolato Generale d'Italia, via Ferruccio Pelli, 16/a

Lunedì 20 novembre 2006, ore 17,30

 

 

 

Indirizzi di saluto:

Alessandro Pietromacchi, Console Generale d'Italia

Interventi:

* Elio Capriati, ricercatore e studioso, Napoli

* Tindaro Gatani, ricercatore e studioso, Zurigo

* Ettore Item, avvocato e notaio, Lugano

* Giorgio Mollisi, condirettore di Arte & Storia, Lugano

* Tommaso Wenner, archeologo, Napoli

 

Moderazione:

* Elisabetta Calegari, condirettrice di Arte & Storia, Lugano

 

 

 

 

 

Testo intervento di

Tindaro Gatani

© 2006 by Tindaro Gatani / Librizzi (ME) - Italy

Nel mio intervento desidero brevemente tratteggiare la figura e l'opera di due svizzeri molto legati a Napoli ed alla sua gente. Il primo è Marco Monnier che fu, tra l'altro, anche rettore della Università di Ginevra. Il secondo è Jakob Job che ricoprì la carica di direttore della Scuola Svizzera di Napoli in anni molto difficili.

 

    Marc Monnier, fu il primo a dedicare delle profonde e documentate analisi alla camorra napoletana. Il suo luogo di nascita e la sua nazionalità hanno fatto a lungo discutere gli studiosi. L'Enciclopedia italiana lo definisce «scrittore francese, nato a Napoli»; per Il Novissimo Melzi è un «drammaturgo e letterato italiano... nato a Firenze»; per tanti altri è «uno studioso svizzero di Ginevra».   In effetti Marco Monnier, di padre francese e madre ginevrina, nato a Firenze nel 1829 e morto a Ginevra nel 1885, fu soprattutto un cittadino della nuova Europa degli Stati liberi ed indipendenti tra i quali svolse un'eccezionale attività di mediazione culturale.

    Sul piano della ricerca storica e dell'analisi socioeconomica, la camorra non ha avuto la stessa «fortuna» della mafia. Anzi, gli storici italiani per lungo tempo non l'hanno ritenuta degna dei loro studi, considerandola un'espressione malavitosa di bassa lega ed un modo di «arrangiarsi» del «popolino» e di criminali di mezza tacca.

    Scrive Corrado Stajano, nella prefazione a La camorra le camorre di Isaia Sales, Roma, 1988: «La bibliografia sulla camorra è assai più povera di quella sulla mafia: il tema fu affrontato solo nel 1861 da Marc Monnier e da Pasquale Villari che scrisse allora la prima delle sue famose Lettere meridionali... Il Croce non ne scrisse mai, gli storici del movimento operaio non mostrarono eccessivo interesse. Dopo i primi decenni del Novecento ci fu un lungo intervallo di silenzio, fino al terremoto del 23 novembre 1980 che fece scoprire o riscoprire la camorra, ritenuta morta e defunta, dagli inviati dei giornali di tutto il mondo arrivati in Irpinia e in Basilicata...».

    Marc Monnier fu quindi, ormai sono passati quasi 150 anni, il primo ad affrontare con metodo scientifico l'analisi di quella che ancora oggi si caratterizza come la più potente organizzazione criminale napoletana. A lui va dunque soprattutto il merito di aver intuito l'influenza negativa che la camorra avrebbe esercitato non solo sullo sviluppo sociale ed economico del territorio, ma anche sul carattere generale delle popolazioni interessate a quel fenomeno.

    Nel suo monumentale volume, La Camorra — Mystères de Naples —, Parigi, 1863, uscito nello stesso anno in italiano a Firenze con il sottotitolo di "Notizie storiche e documentate», egli descrive con dovizia di particolari i caratteri salienti di questa diffusa associazione malavitosa.

    Già nelle prime righe della premessa, il Monnier dà l'esatta definizione del fenomeno, scrivendo: «La camorra, che si potrebbe definire in due parole l'estorsione organizzata, è una specie di frammassoneria popolare costituita nell'interesse del male». Egli entra  quindi immediatamente in quello che sarà lo scopo centrale della sua ricerca, che non è, dice, soltanto quello di studiare da vicino i costumi poco conosciuti ed offrire qualche «stravaganza» in più alla curiosità del lettore, ma soprattutto «mostrare gli ostacoli reali che l'Italia incontra a Napoli».

    Per rispondere a quelli che egli considera «errori singolari», il Monnier si propone di porre la questione in modo molto chiaro, individuando quali e quanti erano le resistenze e le difficoltà sulla strada di un'armoniosa crescita dell'Italia unita, che egli non intende come una dinastia o uno stemma, ma come «la grande associazione nazionale che.... comincia a trionfare nei giorni difficili che attraversiamo».

    Il Monnier spiegava già allora ai suoi lettori che, a differenza del brigantaggio, fenomeno esclusivo delle campagne, la camorra si sviluppa come malavita organizzata nella città o nei grandi agglomerati urbani. La camorra, allora come oggi, è infatti sempre legata al degrado urbano, ai commerci illeciti, al mercato nero, al contrabbando: è, insomma, un fenomeno che fiorisce e si sviluppa soprattutto nei momenti di debolezza dello Stato.

    Egli ci racconta come, nel momento del passaggio tra la dominazione borbonica e quella dei Savoia, i camorristi attaccarono alcune caserme, uccidendo funzionari ed agenti, che avevano mostrato particolare zelo contro la loro organizzazione, e furono soprattutto metodici nel bruciare le carte degli archivi giudiziari che custodivano le prove delle loro tristi imprese.

    Come la mafia siciliana, anche la camorra napoletana, nel corso degli eventi che avrebbero portato all'Unità d'Italia, salì sul carro dei vincitori Piemontesi, offrendo i suoi servigi, ma in pratica per stabilire un tacito e scellerato patto con la classe politica del nuovo Regno. Le sue attività divennero quindi più palesi e le sue azioni sempre più diffuse, senza temere persecuzione alcuna da parte della legge del nuovo Stato.

    È lo stesso Monnier che testimonia la capillare onnipresenza della camorra in tutte le attività economiche, anche le più  piccole, della città di Napoli. Egli ci racconta come lo straniero che sbarcava a Napoli era spesso sorpreso, toccando terra, nel vedere il barcaiolo pagare una certa somma ad un signore che stava ad aspettarlo sul molo. Se questo straniero era curioso e chiedeva chi fosse questo esattore, si sentiva rispondere: «È il camorrista». Anche il facchino che gli portava i bagagli all'albergo era costretto a pagare, a sua volta, una tassa ad un altro camorrista. E così anche il cocchiere che lo portava a spasso versava parte del suo compenso ai camorristi.

    Nulla sfuggiva dunque alla camorra. Tutte le attività erano sotto il suo rigoroso controllo. E la gente sembrava accettare quei soprusi perché, a differenza della altre organizzazioni malavitose, la camorra era considerata «un'associazione della gente del popolo». Così si chiamava camorrista l'uomo di importanza che riceveva una ricompensa per un favore fatto; il deputato al parlamento («esiste anche questo, ohimè!» nota il Monnier) che accetta una gratifica per rendere qualche servizio importante; l'ufficiale superiore che si fa pagare la sua protezione.

    «Ma io penso — dice il Monnier — che per trovare dei simili camorristi non c'è bisogno di fare un viaggio a Napoli». A preoccupare il futuro rettore dell'Università di Ginevra erano invece le altre attività criminali, quelle che avrebbero minato alle basi il processo di sviluppo armonioso dell'Italia.

    Il Monnier è anche il primo a svelare i misteri dell'affiliazione, i riti di iniziazione, le prove che l'aspirante camorrista doveva affrontare prima di essere ammesso a pieni titoli nell'onorata società.

    Entrare a far parte della camorra non era dunque semplice anche se la sua struttura, a differenza della mafia, proprio per il carattere «popolare» e «plebeo» dell'organizzazione, restava aperta ed accessibile a tutti gli aspiranti: unica pregiudiziale era quella di avere come risorsa personale una buona carica di violenza.

    Leggendo l'opera del Monnier risulta chiara, sin da allora, quella che Isaia Sales definisce «una prima contraddizione, netta, evidente» che differenzia la camorra dalla mafia. Mentre la mafia è sempre stata un'associazione segretissima della quale era e resta difficile conoscere gli adepti e soprattutto i capi, la camorra è sempre stata una setta di cui si è sempre conosciuto tutto o quasi tutto, e non solo oggi, ma già a quell'epoca. Il camorrista per farsi rispettare si atteggiava, si vestiva, viveva da camorrista al tempo del Monnier ed ancora oggi. Come sottolinea il Sales: «Dunque, ci troviamo di fronte a una setta segreta i cui componenti hanno tutto l'interesse o fanno tutto il possibile per farsi riconoscere».

    Questa ostentazione era dovuta soprattutto ai favori che l'organizzazione godeva, e gode ancora, presso quella parte della popolazione emarginata collocata al di fuori di qualsiasi organizzazione economica e politica.

    Alla luce dell'analisi fatta dal Sales, si capisce meglio perché, ai tempi del Monnier, tra i titoli preferenziali per accelerare l'iter per la promozione a camorrista c'era anche la permanenza in carcere.

    A differenza dei mafiosi, finire in galera per un camorrista era, come spiegava lo studioso svizzero, un punto d'onore da far valere all'interno dell'organizzazione.

    Ad oltre un secolo e mezzo di distanza l'analisi del Monnier resta per diversi aspetti ancora valida per capire la camorra ed misteri di Napoli.

 

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Passo ora a ricordare Jakob Job direttore della Scuola Svizzera di Napoli dal 1923 al 1927.

 

    In Schulleben in Neapel (Vita scolastica a Napoli), edito per la serie Gute Schriften, Zurigo, 1935, il Job racconta, con ricchezza di particolari e con un linguaggio chiaro e semplice, la sua esperienza. Ne viene fuori uno spaccato interessante della storia della scuola nei suoi rapporti con gli insegnanti, con i genitori, con gli alunni e con le autorità. I vari capitoli costituiscono dei rari e gustosi bozzetti che ritraggono situazioni, luoghi e caratteri molto aderenti alle realtà nelle quali l'autore si era trovato ad operare.

    Il suo primo contatto con l'ambiente di lavoro non era stato dei più felici. Anzi, com'egli stesso racconta, «il primo passo nella nuova attività fu una grande delusione» a causa dell'organizzazione della scuola sita un locale nel cui cortile «venivano lavate carrozze, venivano puliti e pitturati veicoli di ogni genere». Mentre nei locali sottostanti «nitrivano e scalpitavano i cavalli, i cocchieri facevano schioccare le fruste, l'odore di stalla invadeva il cortile». «Al suo cospetto - ricorda - una baracca scolastica di Zurigo era un paradiso. Nonostante tutto, io ho imparato ad amare» quella scuola.

    Nel capitolo dedicato a «Genitori ed alunni», ci racconta delle attenzioni e dei lussi dei figli della borghesia napoletana che frequentavano la scuola, che spesso arrivavano in carrozza accompagnati da cocchieri e servitù.

    «I nostri bambini svizzeri — nota il Job — non erano certo oggetto di tante attenzioni. La maggior parte di loro venivano soli a scuola... Spesso il fratello più grande doveva essere il custode dei fratelli più giovani. Molti venivano da lontano, addirittura dai paesi dei dintorni di Napoli». Molti figli di svizzeri, ai quali la scuola era per statuto destinata, non si trovavano spesso nelle condizioni di poterla frequentare anche per motivi economici. Erano finiti i tempi della fiorente colonia elvetica di Napoli e molti cittadini della Confederazione non potevano più contare sul generoso aiuto dei loro connazionali banchieri ed industriali.

    Nei suoi ricordi trovano posto, anche in questo libro, fatti, avvenimenti e personaggi della Colonia svizzera. Rivediamo così, insieme a lui, i fasti di villa La Fiorita dove egli spesso si recava per incontrare il console generale svizzero John G. Meuricoffre. Tra gli altri personaggi con i quali aveva frequenti contatti c'erano ancora lo zurighese Massimilano (Max) von Orelli, console generale di Danimarca, già condirettore delle imprese Schläpfer-Wenner; il medico chirurgo Ernst Suter che operava presso l'Ospedale evangelico e l'Ospedale internazionale, in pratica i due ospedali della Colonia svizzera della città; il dottor Paul Wenner, erede della famiglia di industriali tessili e presidente del Club svizzero.

    La direzione di Jakob Job, anche se lui non lo fa notare, coincise con l'avvento del fascismo: egli si limita solo a notare che «una scuola straniera non aveva più grandi possibilità di sviluppo in questa città. Il numero delle famiglie dei nostri connazionali diminuiva continuamente e con esse anche il numero degli alunni svizzeri. I mezzi che erano a nostra disposizione diventavano sempre più scarsi, le pretese che il governo italiano esigeva da noi sempre più grandi. Fabbriche ed imprese svizzere finivano sempre più spesso in mani napoletane, gli svizzeri nei posti molto influenti venivano sostituiti con italiani».

    «Ma — aggiunge — quando solamente pensavo di lasciare veramente la città e con essa la scuola, che era diventata come un pezzo della mia stessa vita, allora mi sentivo un colpo al cuore. Mi sentivo legato così tanto con tutto: con la città, con il golfo, con il popolo... E quando io nella primavera del 1927 dovetti comporre l'inserzione, con la quale la scuola cercava il mio successore, provai una strana sensazione al cuore. Nel più profondo del mio cuore non potevo evitare di vedere in ogni eventuale candidato un concorrente, un usurpatore di trono».

    Oltre ai vari scritti sulla scuola e sulla locale colonia svizzera, Jakob Job ci ha lasciato uno dei più bei volumi che siano stati mai scritti da uno straniero su Napoli. Il suo Neapel. Reisebilder und Skizzen, uscito per conto della editrice Rascher & Cie, Zurigo, nel 1928, è infatti una fonte inesauribile per la conoscenza della città e dei suoi abitanti. Il libro è il frutto delle osservazioni e degli studi che il direttore della Scuola svizzera aveva fatto nel corso del suo lungo soggiorno. Nulla sfugge al Job nella sue lunghe passeggiate partenopee. Nel suo racconto, uscito a qualche anno dal suo ritorno in patria, egli raggiunge effetti sorprendenti e quasi sempre non privi di poesia. Soprattutto quando ci parla di Napoli come Città delle feste, della Morte di Pulcinella e dei Musicisti ambulanti. Oppure quando ci racconta di «Sant'Antuono», della Festa dei «Quattro Altari» o degli Scugnizzi.

    Ogni capitolo del volume, pur facendo parte dell'insieme, sembra articolato per suo conto, ha insomma il suo personale volto. La realtà ed il mito della città, visti attraverso la potenza espressiva di caratteristici personaggi ed episodi, danno al racconto del Job una carica ricca di mordente che conquista il lettore. La sua osservazione acuta ed esatta sa cogliere lo spirito sia del popolo napoletano che dei suoi usi e costumi.

    Il Job sa rievocare insomma i miti, sa interpretare i simboli di un popolo che recita sulla fantastica scena di quel vasto teatro che sono le strade e le piazze napoletane, abbandonando gli schemi convenzionali e i luoghi comuni.

    Ai pennelli ed alla tavolozza dei visitatori stranieri, che l'hanno preceduto, egli sostituisce la sua macchina fotografica, corredando così il suo già prezioso volume con ben 32 foto a tutta pagina, che costituiscono da sole una eccezionale documentazione sulla Napoli del suo tempo.

    Il libro vuole essere anche «un grazie alla città», che gli ha dato quattro anni di gioia e che rimarrà «per sempre» nel suo cuore. Ecco com'egli stesso presenta Napoli ai suoi lettori: «Quando si scende dal treno a Napoli... per alcuni sarà un'esperienza indimenticabile, per altri invece una delle più grandi delusioni. Soprattutto per coloro che arrivano con preconcetti. In genere non si dovrebbe viaggiare mai con pregiudizi! Tutti hanno letto ed udito e lo sanno dire persino in italiano: Vedi Napoli e poi muori! E così essi vengono per cercare la bellezza, l'ultima immortale bellezza e vanno errando alla ricerca di questa immagine illusoria nelle strade di Napoli. Vanno così errando su uno dei selciati più sconnessi del mondo, sul quale è dappertutto depositata la sporcizia. Quindi Napoli, la città, non è bella. Questo lo dimostra già una prima passeggiata attraverso le sue strade... A differenza delle altre città italiane, Napoli non vive di passato, ma di presente. Dell'azzurro del suo cielo, dello splendore del suo golfo, dell'intensità della vita del suo popolo. Solo chi è in grado di godere queste cose e di apprezzare il suo vivace incanto dovrebbe dedicare il suo tempo alla città di Napoli. Gli altri vedono solo la sporcizia, il disordine. Non vedono quanto sia interessante, vivace e pittoresco questo disordine... La strada può essere sporca quanto vuole, ma è sempre pittoresca ed interessante. E tanto più quando essa è tutto per il napoletano: abitazione, laboratorio, luogo per dormire, officina, trattoria... Questa città non si impara a conoscere con un breve viaggio, ma solo quando vi si soggiorna per mesi. Certo che prima uno impreca contro il cocchiere, contro la guida... Ma poi si impara a capirli. Essi sono nati sotto un sole completamente diverso di noi figli del Nord, ai quali la nebbia ha offuscato un po' gli occhi e raffreddato un po' il cuore... E chi arriva a Napoli con le innate opinioni del dolce far niente... resterà regolarmente deluso. Tutto attorno alla città fumano gli alti camini delle fabbriche, nelle quali pulsa una vita intensa. Chi vede arrivare al mattino ed andare alla sera le folte schiere di operai, vede Napoli con altri occhi. Qui non c'è nulla del beato godimento, qui c'è la più dura e la più difficile battaglia per il pane quotidiano. L'industria e la tecnica dominano anche qui la giornata. Viene svolto un lavoro poderoso...».

Jakob Job, che mi risulta non essere stato mai tradotto in italiano, ha lasciato il suo archivio personale, composto da 75 cartelle e 165 volumi, alla Biblioteca Centrale di Zurigo. Molti di questi documenti, anche inediti, riguardano Napoli e l'Italia.

Io ho conosciuto ed ho imparato ad amare Napoli leggendo gli scritti di Jakob Job e dei miei amici Adrian Wolfgang Martin e Giovanni Wenner.

Al Martin ho dedicato un articolo apparso sul numero di Arte&Storia che presentiamo qui questa sera.

A Giovanni Wenner, anch'esso autore di diversi libri su Napoli, mando un ringraziamento per quanto ha fatto anche come coordinatore del Dono Svizzero in Italia al termine della seconda Guerra mondiale. Un ringraziamento che si estende ad altri membri della sua famiglia ed in primo luogo a Rodolfo Wenner che prestò la sua opera di volontario come Capo della sezione  italiana dell'Agenzia centrale per i prigionieri di guerra del Comitato Internazionale della Croce Rossa a Ginevra. Alla sua ricerca si devono il ritrovamento di tanti soldati italiani presi prigionieri ed il ricongiungimento di tante famiglie. Clara, una figlia di Rodolfo Wenner, si è dedicata sin dalla fondazione, nel 1952, all'attività dell'Associazione italiana per la Protezione dell'Infanzia, della quale è stata anche segretaria generale.

Gli svizzeri Jakob Job, Adrian Wolfgang Martin e Giovanni Wenner, sono ancora una volta la controprova, come ha scritto qualcuno, "che per calarsi in certi aspetti della realtà meridionale valgono meglio occhi nordici che occhi nostrani, appannati spesso da pregiudizi» (P.D.N., in «Paese Sera», 11 maggio 1969).

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