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La pagina è realizzata con lo scopo di promuovere l'interesse per la scienza: gli articoli citati e i comunicati sono redatti dal CNR che li pubblica sul proprio sito. Il sito del CNR ha questo indirizzo: http://www.cnr.it/sitocnr/home.html
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COMUNICATI: |
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Ricerca scientifica per la lotta alla fame in Africa Un superfiltro contro gli odori nocivi in cucina 2007, medaglia di bronzo per l'anno più caldo |
Una nuova tomografia elettrica per i tesori nascosti una rete aperta contro il digital divide Parkinson: a disposizione dei malati farmaci mirati |
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COMUNICATO
STAMPA Nell’operare per risolvere il problema della fame nel
mondo occorre “superare l’episodicità degli interventi e organizzare un
coordinamento programmatico attraverso reti territoriali di cooperazione, così da aiutare in modo sistematico tutti i paesi in via di sviluppo, in funzione
delle loro esigenze più strette”. Così il Vice Presidente del CNR,
Federico Rossi, nell’ambito del Convegno dal titolo “La ricerca e il CNR per la lotta alla fame in
Africa”, promosso dal maggior Ente di
Ricerca in Italia in occasione delle celebrazioni della Giornata Mondiale
dell’Alimentazione, indette dalla FAO. Al convegno hanno partecipato illustri
personalità, quali Madame Fatouma Mireille Ausseuil, Ambasciatrice del Niger, e
Gian Tommaso Scarascia Mugnozza, Presidente dell’Accademia Nazionale delle
Scienze, detta dei XL, esperti della
cooperazione internazionale, quali Fabio Bonanno, portavoce della Viceministra
degli Esteri Patrizia Sentinelli, con delega alla cooperazione internazionale e all’Africa sub-sahariana. E
ancora, Keith Cressman, rappresentante FAO del programma EMPRES (Emergency
Prevention System), oltre al Direttore del Dipartimento Agroalimentare del CNR,
Alcide Bertani, ad alcuni Direttori di
istituti del CNR e ricercatori – Franco Prodi, Direttore dell’Istituto delle Scienze dell’Atmosfera e
del Clima del CNR (ISAC), Giampiero Maracchi, direttore dell’Istituto di
Biometereologia del CNR (IBIMET), Andrea
Di Vecchia, ricercatore dell’IBIMET
esperto di cooperazione - . “La ricerca scientifica – ha affermato il Vice
Presidente del CNR, Professor Federico
Rossi, deve dare risposte ai bisogni emergenti della collettività. Il problema
della malnutrizione, che quotidianamente colpisce 850 milioni di persone nel mondo, è un’ istanza drammaticamente
urgente a cui la scienza deve tentare in
ogni modo di offrire
soluzioni. Molti passi sono stati fatti, molti progetti sono stati avviati. In particolare, il Consiglio Nazionale delle Ricerche da anni
ha indirizzato sempre più la propria
attività di ricerca verso
l’individuazione di risposte globali
alle sfide che la crescente precarietà
del pianeta impone. L’Ente è oggi impegnato in progetti di cooperazione internazionale, con una serie
di attività che vanno dallo sviluppo di
tecnologie di rilevante impatto socio-economico in settori critici dei PVS,
quali acqua, cibo, energia, medicina, alla stipula di Accordi bilaterali di
cooperazione Scientifica e Tecnologica con Enti omologhi stranieri per il finanziamento di progetti comuni di
ricerca. Nell’ambito delle celebrazioni per “Il
problema della sicurezza alimentare mondiale, intesa come capacità di
approvvigionamento adeguato di alimenti – ha affermato il Direttore del
Dipartimento Agroalimentare del CNR, Alcide Bertani - potrebbe proporsi in
tutta la sua complessità in futuro, visto sia l’aumento demografico mondiale,
sia l’aumento di consumi alimentari dovuti ad un miglior tenore di vita, di
grandi paesi (Cina, India), fino a qualche tempo fa considerati in via di
sviluppo, sia a seguito della tendenza di utilizzo di una parte non irrilevante
della produzione agroalimentare per la produzione di bioenergia. La superficie
coltivabile del pianeta - ha ricordato inoltre Bertani - è in costante
diminuzione a causa di urbanizzazione, desertificazione e inquinamento, e i già
registrati aumenti nei fenomeni di siccità, salinizzazione, allagamenti e
dilavamenti dei suoli, comparsa di parassiti con aumentata virulenza, tutti
aspetti di un ambiente che cambia, iniziano e potranno avere grandi riflessi
negativi sulla produttività e qualità
dei prodotti alimentari. Il
mantenimento, la conoscenza e la valorizzazione della biodiversità – questo il
senso dell’intervento del professor Gian Tommaso Scarascia Mugnozza –
costituisce un formidabile strumento per
dare risposte concrete a quei paesi nei quali alle difficoltà endemiche di
nutrizione si aggiunge la frequenza di catastrofi naturali, che aggravano condizioni di vita già molto critiche. Dopo
lo tsunami di tre anni fa nell’oceano indiano – ha ricordato il professor
Scarascia Mugnozza - grazie alla ricerca scientifica furono individuate dieci
varietà di riso capaci di attecchire su terreni intrisi di acqua salata,
consentendo così di assicurare cibo alle
popolazioni. Fabio
Bonanno, portavoce della Vice Ministra agli Esteri, Patrizia Sentinelli, ha
evidenziato come “la cooperazione italiana abbia considerevolmente rafforzato il proprio impegno nel settore della sicurezza alimentare e
della malnutrizione, agendo sia in via bilaterale che in collaborazione con le
organizzazioni del Polo agro-alimentare dell’Onu, con sede a Roma”. Ha inoltre
auspicato che i governi comprendano “che la ricerca non è semplice accademia
ma, al contrario, ne percepiscano i suoi
prodotti quali mezzi fondamentali
a disposizione della società”. L’ambasciatrice
del NIGER, Madame Fatouma Mireille
Ausseuil, ha espresso i ringraziamenti alla cooperazione italiana e al CNR,
ricordando il “caso più significativo di eccellente cooperazione rappresentato
dal programma comunemente denominato “Progetto Keita”, avviato 25 anni fa. Uno
dei meriti del Progetto Keita – ha concluso l’Ambasciatrice - sta nel fatto che
azioni come la lotta contro la
desertificazione, i cambiamenti climatici, la biodiversità sono stati affrontati assai prima della
Conferenza di Rio del 1992 e delle Convenzioni che ne sono scaturite”.
Lazio: uno su cinque è
povero Un’indagine dell’ISTC-CNR rileva una povertà media
del 21,8% nella regione, e una povertà soggettiva del 54.3%. Solo un decimo del
campione non ha preoccupazioni. Le donne particolarmente
colpite L’incidenza della povertà relativa nel
Lazio è pari al 21,8%. Colpisce dunque una famiglia su cinque, con punte fino al
42% delle famiglie numerose. Questo dato riassume in modo emblematico i
risultati dell’indagine “Povertà e indebitamento delle famiglie nel
Lazio”, realizzata dai ricercatori dell’Evaluation
Research Group (ERG) dell’Istituto
di Scienze e Tecnologie della Cognizione (ISTC) del Consiglio Nazionale delle
Ricerche, su incarico dell’Assessorato alla Tutela dei consumatori e
semplificazione amministrativa della Regione Lazio. I dati appaiono ancor più eclatanti se si considerano quelli dell’Istat relativi al 2006, secondo cui l’incidenza della povertà è pari al 7% nel Lazio e all’11.1% sul territorio nazionale. La rilevazione del CNR, effettuata tra aprile e giugno 2007 su un campione di 2000 soggetti, indica dunque un’incidenza tripla nella Regione, a distanza di un anno circa, e doppia rispetto a quella nazionale. “Non è possibile un confronto diretto tra le due misurazioni per lo scarto temporale e la differenze nelle metodologie utilizzate”, avverte Antonella Rissotto dell’ISTC-CNR. “L’Istat, infatti, stima la povertà relativa sulla base della spesa familiare, mentre nel nostro studio le soglie sono calcolate a partire dal reddito dichiarato dalle persone intervistate”. La situazione appare ancor più drammatica
se si passa alla povertà soggettiva; dall’indagine dell’ISTC-CNR emerge che
questa ha un’incidenza complessiva nel Lazio pari al 54.3%, con una percentuale
del 66% tra i single. La percentuale di residenti nella regione che si sentono
poveri decresce progressivamente passando dalle famiglie formate da due
componenti (51,7%), a quelle con tre componenti (51,9%), tocca il valore minimo
in quelle formate da quattro componenti (47,1%) e aumenta nuovamente in quelle
con 5 o più componenti (59,7%). Sono dunque soggettivamente poveri, ancorché non lo siano oggettivamente, il 34,5% dei cittadini laziali, ben uno su tre, mentre uno su cinque (il 19,8%) lo è sia oggettivamente sia soggettivamente. “Tra questi ‘consapevolmente’ poveri prevalgono la popolazione femminile (65,8%) e i soggetti tra i 45-54 anni, le persone non occupate, con bassi livelli di scolarità, che non posseggono una casa di proprietà, che ritengono la situazione economica peggiorata negli ultimi 12 mesi”, osserva Angelita Castellani dell’ISTC-CNR, “e hanno una visione pessimistica del futuro”. Anche il gruppo di chi in base al reddito non verrebbe classificato povero, ma si percepisce tale, coinvolge in particolare le donne (57.3%), le persone con titolo di studio medio basso, i lavoratori atipici e coloro che non possiedono una casa di proprietà. Tra gli altri dati di maggiore
interesse è da segnalare che nel Lazio il reddito medio ammonta a 1038,09 euro;
quello degli uomini è in media 1288,67, quello delle donne in media è 809,09
euro. I lavoratori indipendenti dispongono del reddito medio maggiore (1872,67
euro). Il 66,6% del campione possiede una casa di proprietà; il 25,5% vive in affitto. Mutuo e affitto incidono rispettivamente per il 30% e il 33% del reddito familiare disponibile. Negli ultimi 12 mesi ha fatto richiesta di credito con esito positivo il 15,7% del campione; il 2,6% ha visto respinta la richiesta. Il credito viene concesso in misura maggiore alle famiglie collocate al di sopra della soglia di povertà (83,3%). Un altro dato interessante è che i giovani dai 18 ai 24 anni si rivolgono in misura maggiore degli altri ad amici per ottenere sostegno di tipo economico. “Le difficoltà e le problematiche che le famiglie devono affrontare non fanno riferimento alla sola dimensione economica”, conclude Antonella Rissotto. “Dalla ricerca emerge che gli individui si confrontano soprattutto con problematiche lavorative (31,2%), con la gestione delle spese correnti (29,6%), con l’accesso ai servizi sanitari e sociali (11,3%), con problematiche abitative (6,1%), e infine con il debito (4,8%)”. Solo il 10,4% degli intervistati dichiara di non avere nessun tipo di preoccupazione. Roma, 11 dicembre 2007 La scheda: Che cosa: Conferenza Stampa di presentazione dell’indagine “Povertà e indebitamento delle famiglie nel Lazio”, realizzata dai ricercatori dell’Evaluation Research Group (ERG) dell’ISTC-CNR Dove: Roma, ISTC-CNR, Via san Martino della Battaglia, 44 Quando: 11 dicembre 2007 Per informazioni: Antonella Rissotto, ISTC-CNR tel. 06/4993.6237 e-mail antonella.rissotto@istc.cnr.it; Angelita Castellani, ISTC-CNR, tel.06/4993.6212, e-mail angelita.castellani@istc.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Dicembre/166_DIC_2007.HTM
Un
superfiltro contro gli odori nocivi in cucina Messo a punto, dal team Isidra dell’Icb-Cnr, un sistema
filtrante che abbatte le sostanze maleodoranti e nocive prodotte dal riscaldamento dei grassi di cottura.
Evidenti i benefici per la nostra salute e notevoli i vantaggi anche per la
cucina domestica, la ristorazione e per la grande distribuzione alimentare
Mai più odore di fritto, sgradevole e per giunta tossico, con il filtro di ultima generazione ideato da Isidra, un team di ricercatori dell’Istituto di chimica biomolecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Padova (Icb-Cnr), dell’università di Padova e della società Exenia. Il nuovo sistema filtrante, per il quale è stata di recente depositata domanda di brevetto, sarà in grado di eliminare quelle sostanze maleodoranti e nocive prodotte dalla degradazione dei grassi alimentari e che conferiscono al cibo il caratteristico sapore di rancido. “E’ noto che, esponendo all’aria una fettina di carne o scaldando l’olio in padella”, dice Andrea Guiotto dell'Icb-Cnr, “i grassi alimentari subiscono un processo di ossidazione nel quale le molecole dei grassi insaturi si rompono, generando altre molecole più piccole e potenzialmente pericolose per la nostra salute”. Come l’aldeide ‘acroleina’, tipica sostanza tossica da frittura che si forma per decomposizione del glicerolo ad una temperatura specifica per ogni olio e nota come ‘punto di fumo’. “Questa molecola non ha solo un odore acre e pungente”, prosegue il ricercatore, “ma è causa di irritazione delle mucose, dermatiti ed è da tempo sospettata di provocare danni irreversibili all’apparato respiratorio umano oltre all’aumento dell’incidenza di tumori negli animali ad essa esposti. Filtri come quelli ai carboni attivi, attualmente in uso nelle cucine domestiche o nei ristoranti, assorbono queste sostanze in modo reversibile, con potenziale rischio di rilascio delle stesse”. Inoltre il nuovo sistema, eliminando altre aldeidi imputate ‘solo’ dell’odore sgradevole dei cibi freschi confezionati, contribuirebbe a ridurre notevolmente i costi di stoccaggio, e quindi di vendita, di questi ultimi. “La nostra idea, sviluppata nell’ambito di un progetto di ricerca libera del Cnr, nasce da uno studio sulle proprietà antiossidanti della carnosina, una sostanza formata da due amminoacidi, e dei suoi analoghi sintetici”, spiega Guiotto. “Tra questi, l’istidil idrazide ha rivelato una elevata capacità di fissare in modo irreversibile l’acroleina e le altre aldeidi prodotte, appunto, dalla decomposizione ossidativa e/o termica dei grassi insaturi. Abbiamo, quindi, ottenuto il nuovo sistema filtrante brevettando la chimica necessaria a fissare questa molecola su supporti polimerici, come la cellulosa, compatibili con l’impiego in campo alimentare ed utilizzabili sotto forma di pads assorbenti”. Gli evidenti vantaggi - migliore conservazione per gli alimenti freschi, maggiore sicurezza nell'ambiente di lavoro, minor utilizzo di oli per cottura (che manterrebbero più a lungo le proprietà) - potranno riguardare sia la grande distribuzione (packaging per la conservazione di carni, pesce, ecc.), sia l’utenza domestica e la ristorazione (fast food, ristoranti, friggitorie), sia una nuova linea per cappe aspiranti, friggitrici e pellicole per alimenti. Roma, 7 dicembre 2007 La
scheda Chi: Istituto di
Chimica Biomolecolare (ICB),CNR Padova Che cosa:
messa a punto di un
sistema filtrante per l’abbattimento
delle sostanze sgradevoli e tossiche prodotte dalla degradazione dei
grassi alimentari. Per informazioni: Andrea Guiotto, Istituto di Chimica
Biomolecolare (ICB) del CNR, Padova, tel. 049/8275270, e-mail andrea.guiotto@unipd.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Dicembre/165_DIC_2007.HTM
2007, ‘medaglia di bronzo’ per l’anno più caldo La banca dati
dell’Isac-Cnr ha inserito l’anno ormai al termine al terzo posto per le
temperature più alte degli ultimi 208 anni. Il record rimane al 2003. Ma il 2007
segna il primato assoluto nel Nord Italia
Con il mese di novembre si chiude, dal punto di vista meteorologico, il 2007, che per l’Italia si posiziona al terzo
posto nella classifica degli anni più caldi degli ultimi due secoli. Il più caldo in assoluto – conferma l’Istituto di
Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna (Isac-Cnr) - resta pertanto
il ‘memorabile’ 2003, che ha fatto segnare un’anomalia di 1.6 gradi sopra la media del periodo di riferimento
convenzionale (1961-1990), seguito dal 2001 con 1.5 gradi, mentre il
uno scostamento di +1.4°C rispetto alla media del 1961-1990. Ricordiamo che l’anno più freddo dal 1800 ad
oggi resta il 1816 (
Ad avere ‘alzato’ fino alla ‘medaglia di bronzo’ del riscaldamento il 2007 sono state le medie dell’inverno
2006-2007 (il trimestre da dicembre a febbraio), che con un’anomalia positiva di +
al primo posto nel periodo coperto dalla banca dati Isac-Cnr, e della primavera (da marzo a maggio), anch’essa
la più calda degli ultimi due secoli, con +2.3°C.
“In effetti questo è stato un anno molto caldo, soprattutto perché è cominciato con due stagioni caratterizzate
dalle temperature medie maggiori in assoluto degli ultimi due secoli, mentre è proseguito con un'estate calda,
ma non da record: la nona dal 1800 ad oggi”, dichiara Teresa Nanni dell’Isac-Cnr dopo l’aggiornamento a tutto
novembre della banca dati dell’Istituto, che ora copre un periodo di 208 anni.
Il 2007 si è poi concluso con una stagione autunnale (che meteorologicamente va da settembre a novembre)
abbastanza fredda, di 0.4 gradi sotto la media del periodo di riferimento 1961-1990, che ha determinato il
risultato finale del terzo posto nella graduatoria. Negli ultimi 208 anni monitorati dall’Isac-Cnr, l’autunno 2007 si
colloca al 104° posto, mentre il più caldo è quello del 1926, con un’anomalia di +1.9°C, e l’autunno più freddo
si è avuto nel 1835, con uno scostamento dalla media di
“Va segnalato però che, se si considera solamente l'Italia settentrionale, il 2007 raggiunge il primato del 2003:
entrambi gli anni presentano un’anomalia di +2°C. Il record 2007 al Nord è dovuto soprattutto ad un inverno e a
una primavera che, nel Settentrione, sono stati ancor più eccezionali che al Sud, con anomalie rispettivamente
di +3.4 e +
“Nel complesso, questo anno, con piovosità del 16% inferiori alla media del periodo di riferimento, risulta tra
i 20 più secchi degli ultimi due secoli, che si collocano quasi tutti prima del 1970 (tranne il 1989, 1981, 2001
ed ora IL 2007)”, conclude Teresa Nanni. “Nel 2007 le precipitazioni, se si eccettua il mese di giugno, sono
state sempre piuttosto scarse, in particolare nei mesi di luglio e gennaio, durante i quali sono risultate essere
di oltre il 60% inferiori alla media 1961-1990”.
Per ulteriori dettagli si rimanda al sito http://www.isac.cnr.it/~climstor/climate_news.html. Roma, 6 dicembre 2007 La
scheda Chi: Istituto di
Scienze dell'Atmosfera e del Clima del Cnr (Isac-Cnr) di
Bologna Che
cosa: dati
climatici anno 2007 relativamente alla banca
dati degli ultimi due secoli Per informazioni: Teresa Nanni, Isac-Cnr, Bologna - tel. 051.6399624 – 347.2525416; e-mail: t.nanni@isac.cnr.it; Michele Brunetti, Isac-Cnr, Bologna – tel. 051.6399623 e-mail: m.brunetti@isac.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Dicembre/164_DIC_2007.HTM
Dai
nuovi materiali un aiuto alla riabilitazione Le ortesi
e gli ausili innovativi realizzati dallo Ieni-Cnr sono il risultato di un
intenso lavoro triennale svolto nel contesto del progetto Hint@Lecco. Il
progetto, riunendo i centri di eccellenza
dell’area del lecchese, ha favorito l’integrazione tra ricerca avanzata,
tecnologia e medicina riabilitativa Coadiuvare il lavoro del
fisioterapista con dispositivi tecnologici avanzati diventa sempre di più una
concreta possibilità, grazie ai passi avanti compiuti dalla ricerca nell’ambito
dei nuovi materiali. Esercitatori per la mano che prolungano le sessioni
fisioterapeutiche anche a casa, posizionatori per il gomito che eliminano gli
effetti negativi determinati dall’immobilità cui le tradizionali ortesi rigide
costringono il braccio: sono alcuni degli strumenti riabilitativi che l’Istituto
per l’energetica e le interfasi (Ieni) del Cnr di Lecco ha realizzato nel
contesto più generale di HINT@Lecco (Health Innovation Network Technology).
Il progetto di ricerca, che
riunisce centri di eccellenza del territorio lecchese e mira ad integrare
ricerca biomedica e studi tecnologici, conclude la sua attività triennale il 29
e 30 novembre a Lecco e Bosisio Parini con un seminario e un workshop nei quali
si discute sulle potenzialità delle nuove tecnologie in ambito diagnostico e
terapeutico. Esempio significativo dei prodotti
derivanti dalla ricerca svolta da HINT@Lecco sono proprio le ortesi e gli ausili
messi a punto dallo Ieni-Cnr e illustrati nel corso della ‘due giorni’. “La
caratteristica fondamentale dei nostri prodotti”, spiega Stefano Besseghini dello Ieni-Cnr, “è la loro fabbricazione con materiali funzionali,
in grado di rispondere in maniera autonoma, decisamente non comune ma altamente
ripetibile, a opportuni stimoli esterni. In particolare, abbiamo utilizzato
leghe metalliche con caratteristiche di memoria di forma e pseudoelasticità,
polimeri a memoria di forma, ossia classi di sostanze in grado di
recuperare una forma preimpostata per effetto del semplice cambiamento di
temperatura o dello stato di sollecitazione applicato. Proprietà che forniscono risorse
innovative adattabili alle caratteristiche anatomiche dei pazienti. Così, ad
esempio, il nostro ‘Esercitatore per la mano’, realizzato con leghe a memoria di
forma, garantisce una costante mobilità articolare della mano in pazienti che hanno subito lesioni al sistema
nervoso centrale, assicurando in tal modo continuità al trattamento
terapeutico”. Con un sistema simile, sempre
basato sulle leghe a memoria di forma, SHADE, un’ortesi attiva per la caviglia,
permette, rimanendo seduti, di esercitare il movimento del piede.
Tra le altre ortesi sviluppate,
molto valida dal punto di vista terapeutico è la gomitiera pseudoelastica EDGES,
che applica una forza estensoria costante provocando una graduale estensione del
braccio. “Il vantaggio rispetto ai posizionatori tradizionali è duplice”,
precisa Besseghini, “anziché immobilizzare il gomito in posizioni sempre più
estese come fanno le ortesi attuali, EDGES lascia libero il movimento evitando
sensazioni dolorose. Inoltre, essa produce i suoi effetti in maniera continua e
graduale adattandosi alle condizioni in evoluzione del paziente”. Ancora in fase di ottimizzazione è
il manicotto Small-C indicato per le donne che hanno subito una mastectomia
radicale. “Questo intervento chirurgico”, precisa Besseghini, “provoca, in
seguito all’asportazione dei nodi linfatici dall’ascella, un gonfiore del
braccio che va ridotto rapidamente per evitare complicazioni. Utilizzando il
manicotto, che sfrutta le leghe a memoria di forma, sarà possibile generare
un massaggio a spirale che spinge attivamente il fluido lungo l’albero
linfatico, evitando che si accumuli negli spazi interstiziali e dia origine
all’edema”. Roma, 28
novembre 2007 La
scheda Che cosa: Seminario e workshop di chiusura
del progetto HINT@Lecco Chi: Istituto per l’energetica e le
interfasi del Cnr di Lecco, Istituto scientifico ‘E. Medea’, Ospedale di
riabilitazione Valduce-Villa Beretta, Polo regionale di Lecco del Politecnico di
Milano, UniverLecco, Fondazione Cariplo Quando: 29 e 30 novembre
Dove: Aula C1.2 Polo regionale di Lecco
e Irccs ‘E. Medea’, Bosisio Parini (Lecco) Info: Stefano Besseghini, tel. 0341/499181, e-mail: s.besseghini@ieni.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Novembre/163_NOV_2007.HTM
Tutti i numeri della
ricerca I dati raccolti dal Ceris-Cnr fotografano
luci e ombre nel sistema italiano. Risorse finanziarie e umane nel comparto
R&S e i brevetti ci vedono lontani dai Paesi avanzati, anche se in crescita
sul piano delle pubblicazioni Il Consiglio Nazionale delle
Ricerche ha realizzato un agile data
book, dal titolo ‘Scienza e tecnologia in cifre. Statistiche sulla ricerca e
sull'innovazione’, che raccoglie i
principali indicatori relativi all’impegno italiano e internazionale in ricerca
e sviluppo (R&S): risorse finanziarie ed umane, pubblicazioni,
brevetti, import-export, high-tech, innovazione, ricadute a livello economico e produttivo. “Il sistema scientifico italiano soffre ancora per l’insufficiente livello di stanziamenti”, sostiene Secondo Rolfo, direttore dell’Istituto di ricerca sull’impresa e lo sviluppo (Ceris) del Cnr di Torino: 15.252 milioni di euro complessivi tra comparto pubblico e imprese (dati 2004) pari all’1,1 % del Prodotto interno lordo. Una cifra che colloca l’Italia al nono posto tra i paesi Ocse, Cina e Israele: al primo posto della graduatoria compaiono gli Stati Uniti con 312,5 miliardi di dollari Usa (a parità di potere di acquisto), seguono con 118 il Giappone e la Cina con 94, Germania (59,2) Francia (38,9) e Regno Unito (32,2), Corea (28,3), Canada (20,8). Nel 2004 si segnala comunque un aumento rispetto al 2003 dell’1,2 per cento, dopo una generale diminuzione negli anni novanta. L’1,1% come rapporto R&S/Pil assegna all’Italia l’ultimo posto nei Paesi Ocse, Cina e Israele, a pari merito con la Spagna: nella graduatoria, Israele è al primo posto con il 4,4%, la Svezia investe il 4,0%, la Finlandia il 3,5%, il Giappone 3,2%, la Svizzera e la Corea il 2,9%. Gli altri paesi oscillano tra il 2,7% degli Stati Uniti e l’1,2% dell’Irlanda. Sia come valore assoluto, sia come incidenza percentuale, le risorse finanziarie impegnate nelle attività di R&S collocano insomma l’Italia nella fascia medio-bassa dei paesi industrializzati, molto lontano dal 3% del Pil proposto a Lisbona come obiettivo della politica comunitaria tesa a fare dell’Unione la prima economia al mondo basata sulla conoscenza. La spesa complessiva per R&S intra-muros, cioè svolta da imprese private, istituzioni pubbliche e istituzioni non profit al proprio interno, con proprio personale e con proprie attrezzature, nel 2004, è sostenuta per il 47,8 % dalle imprese (7.293 milioni di euro) e per il 32,8 % dalle università (5.004 milioni di euro). Più contenuto il peso delle altre istituzioni pubbliche e del non profit, rispettivamente con il 17,8% e l’1,5% per cento. In
Italia la spesa delle imprese in ricerca rappresenta lo 0,53% del Pil, dunque
circa la metà dello sforzo complessivo nel comparto. Ma si posiziona molto
distante da quella delle
imprese degli altri paesi Ocse, Cina e Israele. Sempre in rapporto percentuale
al Pil è Israele con il 3,25 a occupare la prima posizione; seguono Svezia e
Finlandia rispettivamente con 2.93 e 2,42. Prima di noi Germania con l’1,75,
Danimarca (1,69), Austria (1,51) e Francia (1,34), ma anche Cina (0,82), Irlanda
(0,78) e Spagna (0,58).
A
livello locale, osservando i dati sulla
spesa, al primo posto compare il Nord-ovest con il 36,9 % della spesa
complessiva, seguito dal Centro (26,6%), dal Nord-est e dal Mezzogiorno
(rispettivamente 18,3% e 18,2 %). L’investimento in R&S delle imprese è
concentrato per più della metà (54,9 %) nel Nord-ovest. Le differenze
territoriali si attenuano considerando la spesa per ricerca sostenuta dagli
altri settori: il 57,3 per cento dell’attività di ricerca delle istituzioni
pubbliche si svolge infatti nell’Italia centrale (in particolare nel Lazio) e il
30,7 per cento di quella universitaria nel Mezzogiorno. Nel 2004, il personale italiano impegnato in attività di ricerca è pari a 164.026 unità a tempo pieno, di cui 72.012 ricercatori, con un aumento dell’1,4 % rispetto all’anno precedente. Confrontando questi numeri con quelli internazionali vediamo gli Stati Uniti al primo posto con circa 1.335 migliaia di ricercatori (in equivalente tempo pieno) e, tra i paesi europei, la Germania con 270,7 mila: cioè quattro volte l’Italia. Paesi di dimensioni molto ridotte, in termini di popolazione, rispetto all’Italia, come Svezia, Finlandia e Paesi Bassi, hanno circa la metà dei nostri ricercatori. Questo rilevante investimento di risorse umane, ma anche finanziarie, nella R&S colloca questi paesi tra i primi posti per spesa e numero di ricercatori rispetto agli occupati. Prendendo in esame il personale di ricerca in rapporto alla forza lavoro, poi, il nostro paese si trova in penultima posizione (0,673%, cioè poco più di “mezzo” ricercatore ogni 1.000 unità di forza lavoro) tra i paesi Ocse ed è seguito solo dalla Cina (0,150), lontanissimo da Finlandia (primo posto con 2,229), Svezia (1,623) Danimarca (1,481) e Giappone (1,349). La
distribuzione territoriale del personale addetto alla R&S mette in luce la
maggiore concentrazione di addetti nelle regioni del Nord-ovest (32,1%), seguite
da quelle del Centro (28,0%) e nel Mezzogiorno (20,6%). A livello di singole
regioni, il 18,3% del personale addetto alla R&S si trova nel Lazio; seguono
la Lombardia (17,9%) e il Piemonte (11,1%). A fronte dell’aumento del personale
registrato a livello nazionale nel 2004, il Piemonte, la Lombardia, il Lazio, le
Marche e la Sardegna perdono addetti. “I dati sulle pubblicazioni su riviste scientifiche ottenute da ricercatori italiani testimoniano una produttività della ricerca pubblica a livelli confortanti e in crescita nel tempo”, sostiene il direttore del Ceris. La percentuale di citazioni di articoli scientifici di ricercatori italiani nelle pubblicazioni scientifiche è notevolmente aumentata fra il 1992 e il 2003: si è passati da 2,04% al 3,01% sul totale mondiale delle citazioni. Meglio di Spagna, Paesi Bassi, Svezia, Canada, Cina e Svizzera. Un indicatore particolarmente significativo dei risultati della ricerca (molto vicino all’applicazione pratica) è costituito dai brevetti. In questo campo il nostro Paese (“un popolo d’inventori”) non occupa le prime posizioni. Prendendo in esame il totale dei brevetti domandati (presso l’European Patent Office e il Japanese Patent Office) o rilasciati (dal United States Patent and Trademark Office), l’Italia copre l’1,56% del totale, dietro a Stati Uniti (37,56%), Giappone (25,85%), Germania (13,82%), Francia (4,54%), Regno Unito (3,76%), Paesi Bassi (1,94%), Svizzera (1,72%), Corea (1,60%). Altro indicatore che evidenzia il livello scientifico-tecnologico di un paese è lo scambio di tecnologia, rappresentato da brevetti, invenzioni, licenze, know how, marchi da fabbrica, servizi con contenuto tecnologico (come assistenza tecnica, formazione del personale, servizi di ricerca e sviluppo, ecc…). La cronica situazione deficitaria della bilancia dei pagamenti della tecnologia dell’Italia è migliorata: rispetto alla spesa per R&S il saldo dei pagamenti è passato da -6,35% del 1992 a -1,10% del 2004. Sempre preponderante è l’esborso per acquisto di diritti di sfruttamento di brevetti, ma aumentano notevolmente gli incassi per servizi con contenuto tecnologico, di ricerca e sviluppo (più che raddoppiati nel periodo 1995-2005). “Il nostro è un paese”, conclude Rolfo, “che pur mostrando particolari successi sia imprenditoriali sia settoriali, in generale manifesta un livello scientifico-tecnologico del ‘sistema paese’non esaltante. Lo conferma un indicatore come le esportazioni delle industrie manifatturiere ad alta tecnologia in rapporto al totale delle esportazioni delle industrie manifatturiere”. Fra i paesi Ocse, per prima troviamo l’Irlanda con oltre la metà (51,6%) dei manufatti esportati ad alta tecnologia. Seguono Ungheria (30,0%), Stati Uniti (28,5%), Giappone (26,5%), e poi Regno Unito, Paesi Bassi, Francia e molti altri. L’Italia esporta solo l’8,6% di manufatti ad alta tecnologia, sopravanzata da Repubblica ceca (13,5%), Slovenia (10,9%), Grecia ((9,8%), Spagna (9,3%). Roma, 27 novembre 2007 La
scheda: Che cosa: data book ‘Scienza e tecnologia in cifre. Statistiche sulla ricerca e sull'innovazione’ Chi: Istituto di ricerca sull’impresa e lo sviluppo (Ceris) del Cnr di Torino (www.ceris.cnr.it)
tratto da http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Novembre/162_NOV_2007.HTM
Napoli da
sotto in su Il Cnr interpreta il sottosuolo per capire la storia e il futuro della
città partenopea. Dalla rete fognaria ottocentesca, alla stratificazione
archeologica, dall’attività della ‘banda del buco’ al censimento informatico
delle cavità geologiche, il ventre di Napoli è un microcosmo che ha la stessa
dignità dello spazio emerso.
Per capire Napoli bisogna capovolgerla. E’ l’originale punto di osservazione di alcuni studiosi che, con strumenti operativi e approcci interpretativi diversi, hanno studiato la città dal sottosuolo per coglierne i processi di urbanizzazione, secondo l’approccio già suggerito da David Pike che lo propose per Londra e Parigi ma mai utilizzato in Italia. L’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche, con il convegno ‘I sottosuoli napoletani’, organizzato presso la propria sede, ha inaugurato questo approccio ‘capovolto’, affinché “il sottosuolo acquisti la funzione di chiave interpretativa rispetto alle vicende della città emersa”, spiega Roberta Varriale dell’Issm del Cnr. Come la rete fognaria, ad esempio, che ha molto influito sull’equilibrio geologico del sottosuolo a livello urbano e su scala regionale: “La realizzazione delle fogne è stato solo un capitolo ancorché fondamentale dell’ampio programma di revisione urbanistica della città noto come ‘il Risanamento’, iniziato dopo l’epidemia di colera del 1884”, prosegue la Varriale. “La soluzione di un sistema di fognature a doppia canalizzazione, con la divisione fra acque bianche e nere, è stata spinta dall’Amministrazione con la motivazione che le acque nere avrebbero potuto essere usate per la concimazione, quelle bianche nel campo industriale. Si sapeva però, fin da allora, che la riconversione sarebbe stata difficile da realizzare in tempi brevi. Così per ovviare alle emergenze sanitarie di Napoli, divenute una questione nazionale si decise di soprassedere alla riconversione. La conseguenza è stata che il litorale a nord di Napoli ha dovuto subire gli effetti delle scelte operate sulla città, visto che si è deciso di sversare lì tutto il materiale, compromettendo il futuro turistico di quest’area”. Paradossalmente, l’unico piano di recupero dei materiali reflui andato a buon fine fu quello degli stabilimenti dell’Italsider di Bagnoli dove operava un impianto di riciclaggio all’interno del processo dell’acciaieria. Ma i mali di Napoli dipendono non solo dalle scelte operate dall’uomo.“La natura tufacea, facile a scavarsi, ha fatto sì che la città fosse dotata da tempo immemorabile di una rete acquedottistica, come quella della Bolla”, spiega Giacomo Rasulo dell’Università Federico II. “Eppure a questo acquedotto e alla permeabilità del tufo si devono ascrivere le varie epidemie coleriche, che hanno afflitto la popolazione napoletana, e le cosiddette ‘febbri napoletane’ causate da una contaminazione perenne tra acque scaricate sul e nel suolo e la rete acquedottistica”. Il sottosuolo racconta anche una storia di abusi e speculazioni iniziata dal ‘500. “In seguito al divieto di reperire materiali edili all’interno delle mura, per evitare le costruzioni in un centro storico già saturo”, commenta la Varriale, “i giacimenti di tufo sotterranei servirono a eludere la norma e continuare a edificare in città. Per arrivare poi alla ricostruzione post bellica, quando gli stessi spazi sotterranei vennero usati come sversatoi”. Un archivio informatizzato e georeferenziato del Servizio di sicurezza geologica e sottosuolo del Comune ha censito le cavità naturali, per prevenire crolli improvvisi. “Il fenomeno riguarda soprattutto il centro storico, popolato da cisterne, antiche cave, gallerie stradali, ferrovie e cuniculi vari”, spiega Goffredo Lombardi, dirigente del Servizio. “Con tale strumento è possibile eseguire la ricerca per numero di catasto assegnato oppure per strada, ottenendo tutte le informazioni, quali planimetria, relazione tecnica, foto e filmati”. Il sottosuolo è chiamato in causa anche per il traffico cittadino. La stratificazione storica di 2.500 anni, la presenza del tufo giallo, già a 30 metri da piano di calpestio, e di falde acquifere, rendono difficile la messa in opera di infrastrutture sotterranee per il trasporto pubblico, come la metropolitana. Questa complessa ‘architettura’ geologica rappresenta però un vantaggio per la cosiddetta ‘banda del buco’. “I 900.000 metri quadrati di vuoti sotterranei sono però una ‘risorsa’ per la criminalità. Furti e rapine hanno come protagonisti ingegnosi malviventi i quali entrano prevalentemente all’interno di banche e uffici postali passando attraverso catacombe, acquedotti, fogne, gallerie e camminamenti sotterranei”, conclude Massimo Sacco, Commissario Capo della Polizia di Stato. Alcuni componenti della banda, comunicando con l’esterno via radio, entrano nel sottosuolo e scavano a turno il cunicolo per raggiungere l’obiettivo. Studiano percorsi e tempi, trascorrendo intere notti fra tombini, cunicoli e topi. Nel giorno prestabilito ‘sbucano’ nell’edifico preso di mira, per poi sparire con il bottino nel dedalo di vie, sotto e sopra la città. Roma, 16 novembre 2007 La scheda Chi: Istituto di studi sulle società del Mediterraneo (Issm) del Consiglio nazionale delle ricerche, Napoli Che cosa: Convegno: “I sottosuoli
napoletani’ Dove: Napoli, Issm del Cnr, sala
conferenze, via Pietro Castellino, 111 Quando: 16 novembre, ore 9.30 Per informazioni: Roberta Varriale,
Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del Cnr, Napoli, tel.
081/6134086 (int. 210), e-mail varriale@issm.cnr.it
Una nuova
tomografia elettrica per svelare tesori archeologici
sepolti
La metodologia geoelettrica “full 3D”, messa
a punto dal gruppo di ricerca di Se non ancora gli scavi
archeologici, a far tornare alla luce il tempio di Augusto a Tarragona, in
Spagna, potrebbe essere l’indagine tomografica elettrica ed elettromagnetica,
del tutto simile, in linea di principio, alla metodologia usata nella
diagnostica medica. Il monumento è l’unico tassello mancante per ricostruire
l’aspetto della città romana, di cui si conservano le imponenti mura,
l’anfiteatro, il circo e il foro, dichiarati patrimonio dell’umanità
dall’Unesco. Le indagini svolte dal gruppo di
ricerca coordinato da “Alcune fonti documentarie
suggerivano la presenza del tempio al di sotto della Cattedrale”, spiega
Cosentino. “Per questa ragione l’Icac (Istitut Catalano de Archeologia Clasica)
assieme all’arcivescovato e al Comune di Tarragona, ha sponsorizzato una
campagna di indagini geofisiche non invasive condotte da due gruppi di ricerca,
uno spagnolo (coordinato dal prof. La strumentazione, nata
dall’assemblaggio di diverse tecnologie, ha consentito di raggiungere il
risultato in soli tre giorni, mentre con una semplice indagine geoelettrica 2D,
i tempi necessari per la stessa risoluzione sarebbero stati di circa due
mesi. Tarragona sorge sugli imponenti
resti della città romana di Tarraco, nell’età imperiale la più importante della
Spagna e base della conquista di tutto il territorio. Il tempio, dedicato ad
Augusto, ha rivestito un ruolo molto importante nella Roma antica, essendo stato
il primo a essere dedicato a un imperatore. Nel periodo natalizio è prevista una
grande conferenza stampa, a Tarragona, nella quale verranno presentati alle
autorità spagnole ed alla stampa internazionale i risultati definitivi
dell’indagine nonché i dettagli della probabile localizzazione del
tempio. Sono disponibili immagini Roma, 15 novembre 2007 La scheda Chi: Pietro L.Cosentino, Membro del
Consiglio scientifico del Gruppo nazionale di Geofisica della Terra Solida
(Gngts) del Cnr e docente presso l'Università di Palermo, Dipartimento CFTA
(Chimica e Fisica della Terra ed Applicazioni) Che cosa: ricerca del tempio di Augusto
a Tarragona con tomografia elettrica full3D Dove: Roma, Convegno annuale del Gngts,
aula Marconi del Cnr Quando: 13-15 novembre Per informazioni: prof. Pietro
L.Cosentino, del Gngts –Cnr, tel. 091/6169703 e mail: pietro.cosentino@unipa.it
da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Novembre/159_NOV_2007.HTM
Una rete
aperta contro il digital divide L’Iit-Cnr, che partecipa con la delegazione
del Governo italiano al Forum sulla governance di Internet di Rio de Janeiro,
propone una “carta costituzionale” e un “modello partecipato” per
Internet Solo un sesto della popolazione mondiale può collegarsi a Internet. Più della metà degli asiatici ancora oggi non dispone di banda larga. In Africa, la Rete raggiunge appena lo 0,1 per cento della popolazione. Un digital divide che lascia cinque miliardi di persone all’oscuro di tutti i contenuti e servizi distribuiti attraverso Internet, tagliati fuori da ogni futuro modello di sviluppo economico e culturale. Del diritto primario di ciascun cittadino mondiale di accedere alla tecnologia e alla connettività si farà portavoce la delegazione del Governo italiano al secondo Forum mondiale sulla governance di Internet, in programma da 12 al 15 novembre a Rio de Janeiro. L’incontro, promosso dalle Nazioni Unite, chiama a raccolta tutti i rappresentanti della società civile, dei governi, delle organizzazioni internazionali e delle imprese private che intendano contribuire a realizzare una strategia comune della Rete, capace di coprirne gli aspetti tecnici, economici, sociali e politici. Il ministro per le Riforme, Luigi Nicolais, ha istituito uno specifico Comitato sulla governance di Internet di cui fanno parte Laura Abba e Stefano Trumpy dell’Istituto di Informatica e Telematica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa (Iit-Cnr), che a Rio de Janeiro sosterrà con forza il “modello italiano” di una nuova Internet, aperto e partecipato. L’Italia propone da tempo una definizione pubblica dei diritti degli internauti, che si sostanzia nella stesura di una “carta costituzionale” di Internet che salvaguardi il bene più prezioso di tutti coloro che vi si accostano: la libertà. “La Rete è libertà di raccogliere, elaborare e comunicare idee, informazioni e conoscenze di ogni genere”, osserva Laura Abba. “Questo è l’elemento caratteristico e fondamentale che differenzia Internet da tutti i sistemi di comunicazione precedenti. Il modello a partecipazione pubblica da noi suggerito, nel quale chiunque sia direttamente toccato dai problemi della Rete ha diritto di avere voce in capitolo nei processi che ne determinano la soluzione, intende tutelare proprio i diritti fondamentali della persona, dalla libertà di espressione al rispetto delle diversità, alla sicurezza. E, soprattutto, quello che oggi ne è l’elemento abilitante indispensabile: il diritto alla connettività. Se la comunità mondiale continuerà in larga misura a non poter interagire attraverso la Rete, i concetti stessi di società dell’informazione e di Internet governance saranno svuotati di ogni significato”. Nell’ambito del Forum di Rio, la delegazione italiana organizzerà un incontro pubblico sulla carta costituzionale dei diritti in Rete: il dibattito, coordinato dal professor Stefano Rodotà, è aperto a tutti gli interlocutori internazionali che intendano supportare il progetto italiano di codifica e definizione dei diritti degli utenti Internet. Lo scorso anno, ad Atene, parteciparono al Forum gli utenti di oltre 97 paesi del mondo, con 397 delegazioni, 1.350 iscritti e oltre 150 giornalisti. Numeri destinati a crescere nell’edizione di Rio. Roma, 9 novembre 2007 La scheda: Che cosa Forum mondiale sulla governance di Internet Dove: Rio de Janeiro Quando: dal 12 al 15 novembre 2007 Per informazioni: Stefano Trumpy, email stefano.trumpy@iit.cnr.it, Laura Abba, email laura.abba@cnr.it, Forum sulla Governance di Internet (http://www.igfbrazil2007.br/index.htm) da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Novembre/158_NOV_2007.HTM
Parkinson: a disposizione dei malati farmaci mirati
Ricercatori italiani stanno sperimentando con
successo nuovi farmaci a base di sali di litio in grado di ‘sbloccare’ un
neurone causa della malattia. I risultati presentati in una conferenza stampa organizzata dalla Limpe e
dal Cnr La malattia di
Parkinson è la seconda malattia neurodegenerativa per frequenza dopo
l'Alzheimer. In Italia le persone colpite sono circa 250 mila, con 5.000 nuovi
casi ogni anno. Ma con l’invecchiamento della popolazione questo numero è
destinato a raddoppiare nei prossimi 15-20 anni. Il parkinsonismo è una malattia
piuttosto rara prima dei 40 anni e colpisce in particolare gli uomini, che
rischiano 1,5 volte di più rispetto alle donne. Se ne è parlato, oggi, nel corso di una Conferenza stampa,
organizzata dal Consiglio nazionale delle ricerche e dalla Limpe, dove sono
stati anticipati alcuni dei temi che saranno discussi nel convegno Disturbi del sonno nelle demenze e nei disordini del
movimento (Roma, Centro Congressi Angelicum
della Università Pontificia, 10 novembre), e a cui partecipano
ricercatori universitari e del Cnr. Le terapie attualmente utilizzate comprendono
la levodopa e un gruppo di farmaci chiamati Dopamino agonisti che sono in grado
di migliorare significativamente i sintomi della malattia, la qualità e
l’aspettativa di vita, anche se non sono in grado di arrestare né rallentare
l’evoluzione della malattia, che rimane associata a disabilità progressiva. “La
scelta del farmaco o dei farmaci nel trattamento del paziente parkinsoniano”,
spiega Giuseppe Nappi, presidente della fondazione Limpe onlus (Lega Italiana
per Negli ultimi anni, la ricerca ha fatto progressi ma molto resta ancora da fare, soprattutto sul fronte dell'assistenza ai pazienti. Tenere accesi i riflettori su questi malati, sempre più numerosi, è l'appello che viene da esperti ed associazioni. Roma, 8
novembre 2007 La scheda Che cosa:
sviluppo di nuovi farmaci per la malattia di
Parkinson Chi: Limpe,
Università la Sapienza e Cnr Per informazioni: Stefano Ruggieri, Università Sapienza cell. 347/8925468;
tel.06/4455618; Giovanni Nappi, Fondazione
Limpe onlus, cell.
335/6001294 Niki Franciolini, Conventur cell.3392394474 e mail n.franciolini@gmail.it UfficioStampa Cnr:
Maria Teresa Dimitri, tel. 06.4993.3443, e-mail: mariateresa.dimitri@cnr.it
Lotta
all’inquinamento in Cina tra luci e ombre Un convegno sulla qualità dell’aria nei
Paesi in via di sviluppo, organizzato dall’Iia-Cnr a Ecomondo, è l’occasione per illustrare la
situazione cinese a pochi mesi dalle Olimpiadi. E per rinnovare la sfida della
collaborazione con i Pvs: un investimento per il futuro del
pianeta Sullo sviluppo sostenibile della Cina si è acceso un importante dibattito, sia all’interno che all’estero, relativo soprattutto alla capacità del Paese di far fronte ai problemi connessi con le Olimpiadi di Pechino del 2008 e l’Expo di Shanghai del 2010. Oggi a Rimini, alla manifestazione ‘Ecomondo’, si è parlato delle iniziative per lo sviluppo economico ed ambientale dei Paesi in via di sviluppo, tra i quali spicca ovviamente la Cina, nell’ambito del convegno “Assistenza e cooperazione ai PVS nella lotta all'inquinamento atmosferico”, promosso dall’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Iia-Cnr) e dal Ministero dell’Ambiente. L’incontro è stato l’occasione per presentare e discutere i progetti e i programmi in corso. Ma cosa dicono i dati a disposizione sulla qualità dell’aria nelle città cinesi? “Le concentrazioni di particolato (Tsp e Pm10), ossidi di azoto e zolfo sono, per la maggior parte dell’anno ed in molte città, più alti degli standard relativi”, spiega Ivo Allegrini, direttore dell’Iia-Cnr di Monterotondo (Roma). “Principalmente, questo inquinamento è antecedente alla rapida motorizzazione degli ultimi 15 anni e riconducibile alla combustione del carbone, la principale fonte di energia del Paese (circa il 74% nel 2006)”. Invece, “le emissioni di anidride solforosa (SO2) hanno subito un incremento a partire dal 2002, come conseguenza del boom dell’industria edilizia, giungendo nel 2005 a oltre 20 milioni di tonnellate (12% in più rispetto al 1997)”. Le grandi metropoli come Pechino,
Shanghai e Canton, nell’ultima decade, “hanno adottato una serie di misure per
ridurre del 10% entro il 2010 le emissioni di SO2 ed il conseguente fenomeno
delle piogge acide, che affligge oltre il 38% delle città”, prosegue Allegrini.
“La Sepa (China State Environmental Protection Administration-Agenzia Cinese per
Nella sua faticosa
lotta agli inquinanti atmosferici La brutta notizia è che, nonostante queste riduzioni, “le concentrazioni di particolato atmosferico in molte città cinesi sono ancora spesso molto superiori ai limiti indicati nelle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2005, pari a 20 µg/m3 (media annuale)”. Anche perché la motorizzazione, conclude Allegrini, “è cresciuta con percentuali a livelli tali (mille auto in più al giorno nella sola Pechino) che, se non saranno gestiti, l’inquinamento da traffico veicolare annullerà tali benefici dovuti al controllo delle fonti di inquinamento industriale”. E’ comunque da sottolineare come sia cresciuta anche la capacità di controllo dell’inquinamento: dal 1998 (anno di istituzione della Sepa, che potrebbe assurgere allo status di Ministero nel 2008) al 2005 sono stati installati circa 910 sistemi di monitoraggio in oltre 240 città. E’ importante anche sottolineare che l’evoluzione dell’inquinamento nei Paesi in via di sviluppo ha molti punti in comune con il fenomeno avvenuto nel passato nei Paesi più avanzati, che dunque possono offrire ipotesi e strumenti per la mitigazione degli effetti della contaminazione. La giornata di studio ha inteso proprio affrontare i problemi e le prospettive della collaborazione internazionale, offrendo informazioni alle amministrazioni locali e agli operatori commerciali italiani. Roma, 7 novembre 2007 La scheda Chi: Istituto sull’inquinamento atmosferico (Iia) del Cnr, Montelibretti (Roma) Che cosa: Convegno “Assistenza e cooperazione ai PVS nella lotta all'inquinamento atmosferico”, nell’ambito della manifestazione ‘Ecomondo’ a Rimini Per informazioni: Prof. Ivo Allegrini, direttore Iia-Cnr, tel. 06.90625349 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Novembre/156_NOV_2007.HTM
ESI 2007: la
scala che aiuta a ‘prevenire’ i terremoti Un gruppo di geologi e sismologi
italiano, composto da ricercatori del Cnr, Apat e Università
dell’Insubria, ha messo a punto un
metodo di classificazione dei sismi basato sugli effetti ambientali, che
potrebbe far risparmiare migliaia di vite umane e miliardi di euro di
danni Si chiama ESI 2007 (Environmental Seismic Intensity Scale) ed è una nuova scala di intensità sismica basata sugli effetti che i terremoti producono sull’ambiente e non solo su edifici e infrastrutture. Uno strumento che consente una migliore conoscenza e valutazione dei sismi e che può essere utilizzato nel prevenire e mitigare gli effetti da questi causati sull’ambiente, predisponendo più accurate pianificazioni territoriali, con la prospettiva di ridurre le perdite umane e la riduzione del danno economico. Ecco in estrema sintesi le
caratteristiche della nuova scala, messa a punto da
studiosi a livello internazionale
tra i quali il maggiore ispiratore e proponente è stato il gruppo di lavoro
italiano, composto da esperti ricercatori del CNR-Consiglio nazionale delle
ricerche (Eliana Esposito, Sabina
Porfido), APAT-Agenzia per “Storicamente le scale macrosismiche, che permettono di paragonare gli effetti dei terremoti nello spazio e nel tempo, basano il grado di intensità su tre fattori: gli effetti prodotti sull’uomo, sulle strutture antropiche e sull’ambiente naturale”, spiega Sabina Porfido dell’Istituto per l’Ambiente Marino e Costiero (IAMC-CNR) di Napoli. “Quest’ultimo aspetto è stato, però, talvolta sottostimato, pur costituendo un importantissimo fattore di valutazione. La scala ESI 2007, costituita da 12 gradi di intensità, analoghi a quelli delle scale tradizionali, si basa invece esclusivamente sugli effetti indotti sull’ambiente fisico, come ad esempio: fagliazioni superficiali (quando il piano di rottura delle faglie raggiunge e taglia la superficie), fenomeni di subsidenza (abbassamenti del suolo), uplift (sollevamento del suolo), liquefazioni, fratture al suolo, fenomeni franosi, variazioni idrologiche (variazioni di portata e di attività chimica nelle sorgenti e nei corsi d’acqua) e tsunami”. “La scala è stata elaborata
grazie alla revisione critica dei dati di
un elevato numero di terremoti avvenuti in Asia (tra cui quello,
catastrofico, di Sumatra del 2004),
America meridionale e settentrionale, Medioriente, ed Europa (di cui 150 avvenuti in Italia)”,
aggiunge Eliana Esposito dell’IAMC-CNR. “La ESI 2007 può integrare le scale tradizionali come Qualche esempio della sua
applicazione? Generalmente il terremoto come fenomeno naturale tende a ripetersi
nelle stesse zone nel corso degli anni,
provocando anche gli stessi effetti sull’ambiente naturale. Il territorio di San
Giorgio Una corretta ed adeguata valutazione
degli effetti sismoindotti sull’ambiente, inoltre potrebbe evitare prospettive estremamente devastanti, come nel caso del terremoto che ha
colpito il Giappone centrale lo scorso
luglio, mettendo a rischio la centrale nucleare di Kashiwazaki. Infatti gli
esperti giapponesi, pur avendo ipotizzato l’eventualità di un terremoto di forte
energia, non avevano considerato i
possibili fenomeni franosi indotti dal sisma, che di fatto, si sono verificati
poco a ridosso della stessa centrale
nucleare. E’ evidente che se questa
fosse stata coinvolta direttamente dalla frana i danni sarebbero stati
incalcolabili. Fotografie e maggiori dettagli su: www.apat.gov.it/site/en-GB/Projects/INQUA_Scale/default.html,
www.apat.gov.it/site/_Files/Inqua/PHOTOGALLERY_APPROVED.pdf. Roma, 5 novembre 2007 La scheda: Cosa: presentazione della nuova scala di intensità sismica ESI 2007 (Environmental Seismic Intensity Scale) Chi: gruppo di lavoro CNR-Consiglio
nazionale delle ricerche (Eliana Esposito, Sabina Porfido), APAT-Agenzia per tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Novembre/155_NOV_2007.HTM
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