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La pagina è realizzata con lo scopo di promuovere l'interesse per la scienza: gli articoli citati e i comunicati sono redatti dal CNR che li pubblica sul proprio sito. Il sito del CNR ha questo indirizzo: http://www.cnr.it/sitocnr/home.html
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COMUNICATI: |
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Previsioni del mare: nuovo servizio da Aeronautica militare e Cnr Italia: boom dei domini internet Esperti a confronto contro la ‘frammentazione’ in medicina Nanotecnologie a prova di contraffazioni Alzheimer: la cura può arrivare dall’NGF di Rita Levi Montalcini Pesticidi: la decontaminazione col batterio giusto 130 mila tossicodipendenti abbandonati a se stessi Dall’espansione dell’informazione genetica una delle ragioni della complessità umana |
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Previsioni del mare: nuovo
servizio da Aeronautica militare e Cnr Realizzato dal Servizio meteorologico dell’Aeronautica militare, con la collaborazione scientifica dell’Istituto di scienze marine (Ismar) del Consiglio nazionale delle ricerche di Venezia, un nuovo e più accurato servizio di previsione dello stato del mare nel MediterraneoIl Servizio Meteorologico
dell’Aeronautica Militare Italiana tramite il CNMCA (Centro Nazionale di
Meteorologia e Climatologia Aeronautica) ed in collaborazione scientifica con
l’Istituto di Scienze Marine (Ismar) del Consiglio nazionale delle ricerche, ha
realizzato e messo a punto un nuovo e più accurato servizio di previsione dello
stato del mare operante su tutto il bacino del Mediterraneo. Giornalmente viene
emessa una previsione completa, per le 72 ore successive e ad altissima
risoluzione, che specifica l’altezza, il periodo e la direzione delle onde oltre
all’intensità e alla direzione del vento sul mare. L’informazione è resa
disponibile direttamente e gratuitamente al pubblico su
Internet. “Per arrivare a questo risultato”, spiega
il direttore del CNMCA Col. Costante De Simone, “è stato realizzato il sistema
NETTUNO che utilizza in cascata due modelli di previsione numerica tra i più
avanzati al mondo. Il primo, chiamato COSMO ME che è stato realizzato da un
consorzio internazionale di cui fa parte l’Italia, viene prodotto a Pratica di
Mare dal CNMCA e fornisce le previsioni del vento per l’area mediterranea con
una risoluzione di 7km. Il secondo, chiamato WAM che è stato sviluppato dai
migliori specialisti mondiali in oceanografia in collaborazione con gli
scienziati dell’ISMAR, calcola con continuità una dettagliata descrizione dello
stato del mare con una accuratezza di poco oltre i 4km sull’intera area del
Mediterraneo. Entrambe le previsioni hanno un passo temporale di tre
ore”. “L'applicazione operativa di questi
modelli”, spiega Nevio Zitellini, direttore dell’Ismar-Cnr, “rappresenta il
culmine dell'attività degli ultimi decenni, che ha permesso di raggiungere gli
attuali livelli di precisione ed affidabilità delle previsioni. A sua volta il
continuo confronto fra i dati ottenuti con l'uso dei modelli e le misure in mare
permette, assieme alla forte cooperazione internazionale, un continuo
miglioramento delle prestazioni, il che è uno degli scopi fondamentali della
ricerca”. Le informazioni generate dal sistema
NETTUNO vengono sintetizzate e rese facilmente comprensibili agli utenti,
tramite intuitive mappe simboliche che illustrano l’evolvere delle condizioni
meteo-marine durante i successivi tre giorni. Queste rappresentazioni sono
disponibili e consultabili, gratuitamente, collegandosi ai seguenti siti:
Aeronautica Militare – Servizio Meteorologico www.meteoam.it ; Cnr-Ismar
www.ismar.cnr.it Roma, 29 luglio 2008 Chi:
Istituto di scienze marine del Cnr di Venezia e Servizio meteorologico
dell’Aeronautica militare Che
cosa:
nuovo sistema di previsione dello stato del mare Per
informazioni:
ing. Luigi Cavaleri, Istituto di Scienze marine del Cnr, tel. 041.2404759,
2404746 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Luglio/81_LUG_2008.HTM
Molte fibre, meno
colesterolo Come controllare la colesterolemia
attraverso una giusta alimentazione e stili di vita corretti. Lo spiegano in un
documento congiunto – pubblicato su Nutrition
Metabolism & Cardiovascular Diseases - gli esperti del Consiglio nazionale delle
ricerche (CNR), della Nutrition Foundation of Italy (NFI) e di altre istituzioni e associazioni
scientifiche italiane Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, i valori medi della colesterolemia rilevati nella popolazione italiana sono superiori al limite dei 200 mg/dL, dunque oltre la metà della popolazione ha valori ‘non ottimali’ di questo parametro. Per questo, esperti del CNR, della NFI e di altre istituzioni e associazioni scientifiche italiane, hanno redatto e pubblicato un documento dal titolo Non-pharmacological control of plasma cholesterol levels, basato sulle evidenze scientifiche della letteratura, relativo al controllo della colesterolemia attraverso una corretta alimentazione e stile di vita. Il documento, oltre a ribadire
concetti già noti, come la moderazione nell’apporto giornaliero di grassi saturi, di acidi
grassi insaturi della serie trans e di colesterolo, privilegiando soprattutto
gli oli
extravergini di oliva, ricchi di acidi grassi monoinsaturi, ma anche gli oli
di semi ad elevato tenore di polinsaturi della serie n-6, fornisce anche
indicazioni su altri nutrienti. Ad esempio, Andrea Poli, direttore scientifico
della NFI, evidenzia come “le fibre, in particolare quelle solubili come
pectine, gomme e betaglucani contenute in cereali e legumi, possano avere un
effetto di riduzione del colesterolo se introdotte nell’organismo in quantità di
circa 25- Ma gli effetti igienico-sanitari
non si devono limitare alla riduzione del colesterolo totale e LDL, ma devono
avere una ricaduta positiva anche sul colesterolo HDL, quello ‘buono’, il cui
compito fondamentale è rimuovere il colesterolo dalle placche localizzate a
livello delle arterie. “In tal senso”, precisa
Gli interventi sui macronutrienti
della dieta (essenzialmente sulla quota lipidica) inducono mediamente un calo
della colesterolemia totale e LDL di ampiezza variabile, ma in genere
dell’ordine del 5-10%. “Ma”, continua Volpe, “qualora questo risultato non sia
sufficiente per ricondurre la colesterolemia di singoli individui ai valori
obiettivo in relazione al loro livello individuale di rischio, e non sussista
l’indicazione ad un trattamento farmacologico ipocolesterolemizzante, è
possibile introdurre, in aggiunta alle correzioni dietetiche prima ricordate,
alimenti arricchiti in fitosteroli. L’integrazione nella dieta di prodotti a
base di latte o yogurt (i cosiddetti minidrink) che contengano almeno
Infine, sono state anche
esaminate alcune specifiche situazioni (come quella delle donne
ipercolesterolemiche in menopausa), nelle quali interventi di riduzione dei
formaggi possono teoricamente associarsi al rischio di osteoporosi. Per
“L’obiettivo del documento è stato quello di fornire ai medici coinvolti nella prevenzione cardiovascolare uno strumento, non solo completo e aggiornato, ma anche facile da consultare”, spiega Roberto Volpe. “In effetti”, conclude Andrea Poli, “il controllo dietetico della colesterolemia è un obiettivo spesso raggiungibile, partendo proprio da una corretta informazione del pubblico e degli operatori sanitari”. Roma, 25 luglio 2008 La scheda: Chi: Servizio Prevenzione e Protezione del CNR di Roma Che cosa: documento congiunto di esperti del CNR della NFI e di altre istituzioni e associazioni scientifiche italiane per il controllo della colesterolemia attraverso una corretta alimentazione e stile di vita. Informazioni: Referenze: Volpe R,;Poli A, Marangoni F,
Paoletti R Mannarino E, Notarbartolo A,
Lupatelli , Aureli P, Gaddi A, Cicero A,
Bernini F, Catapano A, Cricelli C, Gattone M, Marrocco
W, Porrini M, Stella R, Del Toma E, Volpe M, tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Luglio/80_LUG_2008.HTM
ITALIA: BOOM DEI DOMINI
INTERNET La rete made in Italy supera quota 1
milione e 500mila domini .it. A maggio 2008 il record di registrazioni. Sono gli
ultimi dati dell’Istituto di informatica
e telematica del Cnr. Il Registro italiano rafforza così la posizione: quinto
posto in Europa e settimo nel mondo. In partenza il sistema sincrono e la
liberalizzazione dei domini internazionali. Grazie a un semestre particolarmente
vivace, i domini .it – la ‘targa’ Internet che identifica in rete il nostro
paese e che è gestita dalla Registro del ccTLD .it all’interno dell’Istituto di
informatica e telematica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa
(Iit-Cnr) – hanno raggiunto quota 1.503.106 alla fine di giugno 2008.
Dall’inizio dell’anno le registrazioni di nuovi domini .it non sono mai state
inferiori alle 25mila al mese; maggio (30.243) ha segnato addirittura il record
degli ultimi otto anni. A illustrare i dati è Domenico Laforenza, neo-direttore
dell’Iit-Cnr e responsabile del Registro dei domini Internet .it.
“Le cifre a nostra disposizione
confermano l’Italia come quinta realtà del panorama Internet europeo e al
settimo posto nella classifica mondiale. Questi risultati evidenziano che il
mercato dei domini italiani è in salute e rappresentano un forte segnale di come
Internet sia un fenomeno radicato nella nostra società”, commenta Laforenza.
“Siamo comunque determinati a migliorare il servizio, adottando il sistema di
registrazione ‘sincrono’, che significa burocrazia ridotta al minimo e verifica
dei risultati in tempo reale”. Il progetto, che andrà a regime nel 2009,
sarà accompagnato da un’inedita campagna di comunicazione che si propone di
diffondere la cultura di Internet in Italia proprio tramite i domini .it. Un
obiettivo ambizioso che non ha precedenti nel nostro Paese, “ma è nostra
convinzione che la promozione dei domini italiani sia determinante per uno
sviluppo della cultura informatica che, se accompagnata da serie iniziative sul
fronte delle infrastrutture di rete, può rappresentare un volano importante per
l’economia dell’intero Paese”, prosegue il direttore dell’Iit-Cnr. “Nella nuova
stagione del Registro e, più in generale, di tutto l’Istituto di ricerca pisano,
c’è un’intensa attività focalizzata sull’Internet del futuro: uno dei capisaldi
della strategia messa in atto dal Dipartimento delle tecnologie
dell’informazione e delle comunicazioni del Cnr. La sicurezza informatica, le
‘reti ovunque’, il calcolo ad alte prestazioni saranno i cardini di un’attività
di ricerca che promette di incidere in maniera sempre più significativa nella
nostra vita quotidiana”. Con oltre 150 unità di personale
impiegato e circa 10 milioni di euro di fatturato annuo, l’Iit-Cnr promuoverà
attività di alta formazione, anche in collaborazione con le università e i poli
d’eccellenza pisani, e il trasferimento tecnologico.“Crediamo nella capacità di
fare sistema, rafforzando la collaborazione con gli altri istituti del Cnr, gli
enti pubblici e le associazioni che rappresentano il tessuto produttivo locale e
nazionale”, conclude Laforenza, “Non meno importanti saranno quelle attività
che, a livello internazionale, coinvolgono a pieno titolo soprattutto il
Registro: e tra le prime questioni da affrontare, la ‘liberalizzazione’ dei top level domain Internet annunciata
dall’Internet corporation for assigned names and numbers (Icann) impone
un’attenta riflessione”. Roma, 16 luglio 2008
La scheda Chi: Istituto di informatica e telematica del
Cnr di Pisa Che cosa: ricerca statistica domini Internet
.it Per informazioni: Luca Trombella, Iit - Cnr Pisa, tel.
050/3153437, cell. 348/4421488 tratto da http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Luglio/77_lug_2008.htm
ESPERTI A CONFRONTO CONTRO LA
‘FRAMMENTAZIONE’ IN MEDICINA Un Workshop
dell’European Science Foundation, in corso presso l’Area della ricerca
del CNR di Pisa, mette a confronto esperti di ricerca oncologica e
cardiovascolare contro il rischio che l’aumento della specializzazione nell’area
biomedica porti a una minor comprensione e a un rallentamento del progresso
L’European Science Foundation (ESF), nata nel 1974, è un’associazione composta da 77 organizzazioni di 30 paesi europei che si occupano di ricerca scientifica avanzata. Ogni anno, con criterio estremamente selettivo, l’ESF promuove circa 50 “Exploratory Workshops” con lo scopo di valutare linee di ricerca innovativa d’impatto potenziale per lo sviluppo scientifico. Nel 2008, tra i sette workshop selezionati nel settore della ricerca medica, è stata scelta la proposta di due ricercatori dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche. E’ così che nelle giornate di oggi e domani, 14 e 15 luglio, presso l’Area di Ricerca del CNR di Pisa si svolgerà l’Exploratory Workshop “Molecular Signalling in Cardiovascular and Oncological Diseases: Similar and Shared Pathways”, un confronto interdisciplinare - con la presenza di un delegato dell’ESF e la partecipazione di 18 scienziati europei - che intende evidenziare come l’aumento della specializzazione caratterizzi in modo crescente tra le altre aree di ricerca anche quella biomedica, con il rischio implicito di una frammentazione, di una minore capacità di comprendere la realtà nel suo insieme e di un più lento progresso scientifico. Da qui l’importanza di esplorare nuove occasioni di scambio tra le diverse specializzazioni, nel contesto delle inedite potenzialità di analisi biologica possibile mediante le nuove metodologie di analisi genetica e proteica sistemica. “E’ sulla base di queste considerazioni”, sottolineano gli organizzatori Maria Giovanna Trivella e Giuseppe Rainaldi, “che il workshop di Pisa intende mettere a confronto esperti di due aree d’indagine apparentemente lontane come quella oncologica e la cardiovascolare, che condividono un numero crescente di temi di ricerca tra cui quelle dei meccanismi che regolano la crescita dei vasi e delle comunicazioni intercellulari”. Roma, 14 luglio 2008 La scheda Chi: Istituto di
Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa Che
cosa: Exploratory Workshop “Molecular
Signalling in Cardiovascular and Oncological Diseases: Similar and Shared
Pathways “ Dove: Pisa, Area della Ricerca
CNR Quando: 14-15 luglio 2008, ore
9-18 Per
informazioni:
Maria Giovanna Trivella, IFC-Cnr, tel. 050/315.2166 int. 2730, e-mail
trivella@ifc.cnr.it tratto da http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Luglio/76_lug_2008.htm
Nanotecnologie a prova di
contraffazioni Un materiale innovativo è in grado di
riconoscere il ‘made in Italy’ dalle
imitazioni: esposto a radiazione ultravioletta libera un
determinato ‘mix di colori’. Lo hanno ideato e realizzato ricercatori
dell’Istituto per i materiali compositi e biomedici del Cnr di Napoli e
dell’Università di Salerno Dal Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli un duro colpo alle contraffazioni. Proprio in quella che secondo un vecchio stereotipo è la ‘capitale delle imitazioni’, ricercatori dell’Istituto per i materiali compositi e biomedici (Imcb) del Cnr hanno messo a punto un ‘sistema’ in grado di smascherare capi contraffatti, impossibile da eludere. Si tratta di un materiale innovativo che
coniuga le proprietà dei metalli nanoscopici con quelle dei polimeri: una
matrice di materie plastiche racchiude nanoparticelle metalliche, di dimensioni
piccolissime, dell’ordine di un milionesimo di millimetro. Il metallo, esposto a
radiazione ultravioletta di opportuna frequenza, emette luce colorata per
fluorescenza, una proprietà tipicamente osservata in composti molecolari e
semiconduttori come il silicio e il germanio, ma possibile anche per metalli
purché di minutissime dimensioni, in quest’ultimo caso difficilissima da
riprodurre. “La tonalità cromatica della luce può essere controllata cambiando semplicemente la composizione delle nanoparticelle”, spiega Gianfranco Carotenuto, primo ricercatore dell’Imcb-Cnr di Napoli, ideatore del sistema. “Per esempio, si può usare una lega oro/argento anziché metallo puro. Il metallo contenuto nel ‘marchio’ diventa la caratteristica, che contraddistingue quel determinato capo e che rimane nascosta alla vista, come un’etichetta invisibile”. Il fatto che tali particolari ‘tracce’ non possano essere rilevate direttamente, ma divengano visibili soltanto per esposizione a luce UV, rappresenta una caratteristica utile tanto per i consumatori quanto per piccoli e grandi proprietari di marchi. Vita dura, dunque, per i falsari. “Garantire ad una azienda che il proprio prodotto non venga contraffatto”, spiega Francesca Nicolais, ricercatrice del Dipartimento di Scienze della Comunicazione dell’Università di Salerno, che ha sviluppato l’idea con il collega dell’Imcb-Cnr, “significa innanzitutto tutelare i grandi investimenti finalizzati alla costruzione di un forte brand, di un’identità di marca, che possono essere facilmente compromessi dalla contraffazione”. Una garanzia che potrebbe aiutare a bloccare i veri e propri mercati paralleli di merci distribuite irregolarmente o contraffatte, verso i quali i titolari dei marchi danneggiati hanno ben pochi strumenti di contrasto. “Un’azienda che riesce ad evitare la contraffazione ed i supply chain illegali”, aggiunge la ricercatrice, “sarà un’azienda più competitiva e incentivata all’innovazione con benefici anche in termini occupazionali”. E se la combinazione di colori dovesse essere intercettata si può cambiare la composizione delle nanoparticelle metalliche come la combinazione di una cassaforte o la password di un sistema informatico.“Una prerogativa di questo approccio è la sua semplicità”, sottolinea Carotenuto. “La fluorescenza è una tecnica già ampiamente applicata al campo dell’autenticazione, ma nel nostro caso il colore emesso può essere variato e controllato in maniera continua, consentendo così di ottenere qualunque tonalità cromatica. Inoltre, l’emissione di luce si verifica esclusivamente per esposizione a radiazione incidente di una ben precisa lunghezza d’onda e anche solo rilevare la presenza dell’agente fluorescente risulta, quindi, difficile se non si dispone della particolare sorgente di radiazione necessaria per l’eccitazione di quel materiale specifico”. La sicurezza viene quindi garantita dalla combinazione tra la composizione del marchio e il tipo di lampada usata per eccitarne la fluorescenza. Ma le possibili applicazioni non si fermano qui. Questo materiale innovativo può essere impiegato in ambito microelettronico, fotonico ed optoelettronico. Si va dall’utilizzo come filtro da applicare su celle fotovoltaiche per aumentarne l’efficienza nella produzione di energia elettrica, alla realizzazione di diodi emettitori di luce (LED), sensori fotoconduttivi, display a colori. Un altro utilizzo possibile è ad esempio nella costruzione di serre, poiché questo materiale è in grado di bloccare la radiazione ultravioletta, dannosa per il metabolismo vegetale, convertendola in luce rossa che invece accelera e favorisce la crescita delle piante. Roma, 10 luglio 2008 La scheda Chi: Istituto per i materiali compositi e biomedici (Imcb) del Cnr di Napoli Che cosa: materiale innovativo a prova di contraffazione Per informazioni: Gianfranco Carotenuto, Istituto per i materiali compositi e biomedici (Imcb) del Cnr di Napoli – Tel. 081.7758833, tratto da http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Luglio/75_lug_2008.htm
Alzheimer: la
cura può arrivare dall’NGF di Rita Levi Montalcini Individuata una proprietà ancora sconosciuta
del fattore di crescita nervoso scoperto dal nostro Premio Nobel nell’ambito
della sinergia Ebri-Cnr, le cui ricerche continuano grazie alla collaborazione
con Regione Lazio e Filas Spa Il fattore di crescita neuronale (Ngf - Nerve Growth Factor) blocca le vie che portano alla malattia di Alzheimer, aprendo la strada al suo impiego per fini terapeutici. E’ questa la nuova scoperta di un gruppo di ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche, coordinato da Pietro Calissano e dell’Ebri (European brain research institute-Centro europeo di ricerche sul cervello), guidato da Antonino Cattaneo. A 50 anni dalla scoperta del fattore di crescita nervoso che è valsa il Nobel alla professoressa Rita Levi Montalcini, il Ngf continua ad alimentare, con soddisfazione, le ricerche degli scienziati condotte in sinergia tra Cnr, Ebri, Fondazione Santa Lucia, Regione Lazio e Filas Spa. Proprio nell’ambito di questa collaborazione, è stato siglato oggi l’accordo con il quale Filas Spa, la società regionale dedicata al sostegno all’innovazione, concede un finanziamento di 4 milioni e 650 mila euro al settore delle Neuroscienze, che costituiscono una delle sei linee scientifiche del Distretto tecnologico delle bioscienze nel Lazio. “Nell’ultimo decennio la scoperta del Ngf, oltre ad aver rappresentato una pietra miliare nel campo della biologia, ha aperto la strada ad un crescente numero di possibili applicazioni nella patologia umana”, dice Pietro Calissano, direttore dell’Istituto di neurobiologia e medicina molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Inmm-Cnr). “Fra queste potenziali applicazioni, è in fase di avanzata sperimentazione l’uso del Ngf a fini terapeutici o di prevenzione del morbo di Alzheimer, malattia caratterizzata da costi umani e sociali elevatissimi e che è destinata ad aumentare con il crescere della età della popolazione”. Si stima che in Italia circa 500.000 persone siano colpite da questa malattia e la cura di ciascun individuo ha costi che oscillano fra 70 e 120.000 euro/anno. I ricercatori hanno trovato che il Ngf tiene normalmente bloccata nelle cellule nervose la produzione di un peptide, chiamato beta-amiloide, che è il principale responsabile della malattia di Alzheimer. “Quando il Ngf viene rimosso dalle cellule nervose tenute in coltura, si attiva in poco tempo la produzione di questo peptide attraverso la via denominata, appunto, amiloidogenica”, spiega Calissano. “Riuscire a capire il meccanismo attraverso il quale il Ngf tiene bloccata questa via e la produzione di questo peptide tossico potrebbe avere risvolti importanti per la prevenzione e la cura della malattia”. Prima di arrivare a mettere a punto un farmaco c’è ancora strada da fare: “Occorre prima di tutto produrre il Ngf umano in quantità sufficiente e renderlo farmacologicamente disponibile ed è necessario trovare una via adeguata per far arrivare una molecola grande come il Ngf al cervello, dove incontra una barriera impermeabile a questa molecola”, spiega il ricercatore Cnr. Il fondo concesso da Filas Spa sarà ripartito in 1 milione e 550 mila euro per gli anni 2008, 2009 e 2010 e sarà destinato al cofinanziamento di attività per l’attrazione di ricercatori italiani e stranieri provenienti dall’estero che potranno essere inseriti nella struttura del Cerc (il Centro Europeo per la ricerca sul Cervello che ha sede a Roma in via Fosso di Fiorano) e il cofinanziamento al 50% di progetti di ricerca su varie tematiche, dalla morte e sopravvivenza neuronale nelle patologie del sistema nervoso, alle interazioni tra sistema nervoso e immunitario, dai meccanismi di apprendimento e di memoria alla terapia genica. È del 30%, invece, il cofinanziamento previsto per l’acquisto di macchinari e attrezzature, necessari per la nascita di nuovi laboratori e per il potenziamento di quelli esistenti. Il protocollo d’intesa è stato firmato questa mattina dalla senatrice Rita Levi Montalcini in qualità di presidente della Fondazione Ebri, dal presidente del Cnr Luciano Maiani, dal presidente della Fondazione Santa Lucia, Maria Adriana Amadio, dal presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo e dal presidente di Filas Spa Flaminia Saccà. Roma, 7 luglio 2008 La scheda Chi: Istituto di neurobiologia e medicina molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Inmm-Cnr) e European brain research institute (Ebri) Che cosa: scoperta del possibile impiego del Ngf a fini terapeutici o di prevenzione del morbo di Alzheimer Accordo di collaborazione tra Cnr, Ebri, Fondazione Santa Lucia, Regione Lazio e Filas Spa Per informazioni: Pietro Calissano, direttore Inmm-Cnr, tel. 06.501703004 – 501703035 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Luglio/74_LUG_2008.HTM
Pesticidi: la decontaminazione
col batterio giusto Uno studio dell’Istituto di ricerca sulle acque
del Cnr evidenzia l’importante funzione di alcuni microrganismi, in grado di
metabolizzare i prodotti tossici utilizzati in agricoltura e risanare il suolo e
le acque. Una risorsa naturale contro i residui velenosi degli erbicidi
Sono microscopici e difficili da identificare. Ma grazie ad
uno studio realizzato dall’Istituto
di ricerca sulle acque del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma
(Irsa-Cnr), è stato possibile individuare alcuni gruppi di batteri in grado di
eliminare dal suolo i residui velenosi dei pesticidi. “In particolare degli erbicidi triazinici, che
sono tra i più utilizzati in Italia e nel mondo per il controllo selettivo delle
erbe infestanti in diversi tipi di colture”, precisa Anna Barra Caracciolo,
ricercatrice Irsa-Cnr. “Queste sostanze però tendono a persistere
nell’ambiente ed il loro utilizzo in agricoltura costituisce uno dei principali
fattori di contaminazione del suolo e delle acque sotterranee, destando
preoccupazione per la salute dell’uomo e degli ecosistemi”. Grazie a questi
microrganismi, i ‘veleni’ possono essere rimossi dall’ambiente: “Le capacità
omeostatiche degli ecosistemi, infatti, sono legate alla presenza o meno di
comunità microbiche adattate, in grado di utilizzare i pesticidi come fonte
energetica”, spiega la ricercatrice. “Un erbicida potrà essere definitivamente
rimosso dall’ambiente grazie a una o più specie batteriche in grado di
utilizzarlo come fonte di carbonio utile per la crescita”. Il Rhodococcus wratislaviensis, questo il
nome del ceppo batterico individuato sia nel suolo sia nelle acque sotterranee,
è risultato particolarmente interessante per le sue capacità di degradare e di
mineralizzare l’erbicida terbutilazina e composti simili (terbutilazina,
simazina e metaboliti). “Si tratta di uno dei primi lavori in cui si descrive un
ceppo batterico in grado di degradare i composti triazinici in un acquifero”,
sottolinea Barra Caracciolo, “che sono tra quelli più frequentemente riscontrati
nelle acque a concentrazioni superiori ai limiti di legge (0.1 mg L-1). L’identificazione di tale
batterio in suoli ed acque può quindi essere un indicatore utile per la
valutazione del potenziale di attenuazione naturale presente negli ecosistemi
contaminati da questo erbicida. Inoltre, ceppi batterici con tali capacità
potrebbero essere utilizzati per un eventuale bio-risanamento di siti
contaminati”.
Lo studio dei microrganismi, in particolare della
componente batterica, è stato per molto tempo limitato dall’esiguità delle
tecniche per individuarne la presenza. “I cosiddetti metodi colturali indiretti,
basati sulla crescita di batteri su terreni preparati in laboratorio, hanno
permesso l’identificazione di circa 3.000 specie che rappresentano soltanto
l’1-10 % circa di quelle esistenti”, spiega la ricercatrice del Cnr. “Le
potenzialità di utilizzo dei batteri in campo ambientale sono praticamente
illimitate e grazie a nuove tecniche molecolari basate sull’identificazione del
DNA batterico che codifica l’acido ribonucleico ribosomiale (rRNA 16S) è oggi
possibile individuare, riconoscere e classificare inequivocabilmente le comunità
batteriche”. In particolare, la tecnica utilizzata
dall’Irsa-Cnr si basa sull’identificazione dei batteri attraverso la cosiddetta
‘tecnica di ibridazione in situ’ con sonde molecolari fluorescenti.
“Il principio si basa sull’utilizzo di brevi sequenze (oligonucletidi) di DNA
batterico ribosomiale, altamente specifico per il riconoscimento del gruppo di
appartenenza, che vengono legate ad un marcatore fluorescente”, prosegue la
ricercatrice. “Il campione da analizzare viene trattato in modo da permettere
alle sonde di entrare nelle cellule batteriche e di ibridarsi con le
corrispondenti sequenze di RNA ribosomiale, se presenti. Se avviene
l’ibridizzazione all’interno delle cellule batteriche, sarà visualizzabile con
un segnale luminoso al microscopio a fluorescenza, indicando,
inequivocabilmente, la presenza della specie o del gruppo batterico cercato”.
Roma, 3 luglio
2008 La
scheda Che cosa: identificazione di batteri in grado di decontaminare il suolo da pesticidi Chi: Istituto di ricerca sulle acque (Irsa) del Cnr di Roma Per informazioni: Anna Barra Caracciolo, Irsa-Cnr, tel. 06/8841451 e-mail: barracaracciolo@irsa.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Luglio/73_LUG_2008.HTM
130 mila
tossicodipendenti abbandonati a se stessi Aumenta il consumo in generale e il numero dei decessi, sale a
35 anni l’età media delle vittime e dei dipendenti in trattamento presso Sert e
comunità. Ma moltissimi non ricevono alcuna cura. Sono alcuni dati emersi dalla
‘Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze’ per l'anno
2007, basata su indagini dell’Istituto di fisiologia clinica del
Cnr Complessivamente,
nel 2007, circa 130 mila tossicodipendenti bisognosi di cura – su 320 mila
utilizzatori problematici di droghe, in gran parte eroina e cocaina - non hanno
ricevuto invece alcun tipo di assistenza, né presso i Servizi pubblici per le
tossicodipendenze né presso le comunità di recupero. E’ uno dei dati più
allarmanti emersi dall’indagine condotta dall’Istituto di fisiologia clinica del
Consiglio nazionale delle ricerche di
Pisa
(Ifc-Cnr) per la ‘Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle
tossicodipendenze’ per l’anno 2007. Insieme con
quelli sull’incremento nei consumi da parte della popolazione generale e della
sempre maggior età delle vittime e dei soggetti in trattamento,
tutti indici di una evidente ‘cronicizzazione’ del problema.
“Si stima che
nel 2007 i consumatori di sostanze psicoattive illegali con bisogno di cura
siano stati poco meno di 320.000, di cui circa 205.000 consumatori di eroina e
circa 154.000 di cocaina”, osserva Sabrina Molinaro, dell’Ifc di Pisa,
responsabile dell’indagine, “con un leggero decremento dei primi e un lieve
incremento dei secondi”. Nel 2007 –
sempre secondo i dati del Ministero della Salute, analizzati dall’Ifc-Cnr -
hanno ricevuto un trattamento presso i SerT 171.771 persone, 16.433 delle quali
sono state inviate presso strutture socio riabilitative. Il numero complessivo
dei soggetti assistiti nelle comunità terapeutiche nello stesso periodo, è stata
però di 18.357 persone. La quota restante, circa 130.000 persone, pur bisognosa
di trattamento non è stata in carico presso alcun tipo di servizio o struttura
nel corso del 2007. Si conferma la preponderanza tra gli utenti in carico ai SerT di coloro che fanno uso di eroina ed altri oppiacei, il 74% dell'utenza complessiva presenta tale tipologia di sostanze come primaria, mentre seguono la cocaina (16% degli utenti), la cannabis (l'8%) e le amfetamine o gli allucinogeni (1%). Il 56% assume la sostanza primaria per via iniettiva e il 47% è policonsumatore. Quasi un terzo degli utenti è disoccupato e
l’8% è senza fissa dimora; tali proporzioni risultano nettamente più elevate tra
gli stranieri. Il 64% dei soggetti riceve trattamenti farmacologici
integrati con interventi di carattere psicosociale e/o riabilitativo e il 36%
esclusivamente trattamenti psicosociali e/o riabilitativi. Per quanto
attiene alle patologie infettive correlate alla droga, nel 2007 sono risultati
positivi il 12% dei soggetti sottoposti ai test sierologici per HIV (il 40%
degli utenti dei servizi). L’età media dei soggetti in
trattamento attivo nel 2007 è di circa 35 anni, esattamente la stessa delle
vittime, che sono in aumento. Nel 2007, con
589 decessi, si registra infatti un incremento del 6% rispetto all’anno
precedente e anche l’età media delle vittime è aumentata dai 33 anni del 2001 ai
35 del 2007. La quota di decessi attribuibili all’eroina è stabile al 40%,
mentre quella riconducibile alla cocaina è cresciuta dal 2,3% del 2001 al 6,1%
del 2007. Contemporaneamente si osserva un leggero
decremento dei consumi fra gli studenti (fra i 15 ed i 19 anni, soprattutto tra
i 15enni). Il 51% degli studenti ritiene però “facile o piuttosto facile”
reperire in breve tempo una qualsiasi sostanza psicoattiva illegale. È la discoteca il luogo maggiormente indicato
dove reperire le sostanze (il 30% riferisce di potervi comprare cannabis, poco
meno del 25% cocaina, il 15% eroina), a seguire la casa dello spacciatore e la
strada. Anche la scuola viene indicata dagli studenti come luogo di possibile
approvvigionamento e spaccio: il 26,4% riferisce di potervi trovare facilmente
la cannabis, il 12% l’eroina, il 5,7% per gli stimolanti e il 4% per gli
allucinogeni. Tale percezione di accessibilità scende, si fa per dire, al
31,3% degli italiani prendendo in esame il campione fra i 15 ed i 64 anni. Relativamente
al consumo di cocaina il 2007 sembrerebbe stabile dopo un trend pluriennale di
aumento: 8 persone su 1000 l’hanno
assunta negli ultimi 30 giorni, una su 1000 ne fa un uso frequente. Aumenta però
la diffusione dell’uso di cannabis, sia come consumo “occasionale” (14,6% di
italiani ne fanno uso una o più volte nell’anno), sia per i consumi più
frequenti (una o più volte nel mese, fino all’uso quotidiano che interessa
l’1,4% degli italiani tra i 15 ed i 64 anni). Le donne tendono di più all’uso
sporadico. Eppure,
nonostante il trend di aumento generale, dalle ricerche epidemiologiche eseguite
dall’Ifc-Cnr emerge che la popolazione è consapevole dei rischi per la salute
correlati ai consumi di sostanze psicoattive e con una forte opinione negativa
sul loro uso, che l’84,6% disapprova e l’89,8% percepisce come rischioso. Anche
per la cannabis, il 70% degli intervistati esprime preoccupazione e l’80% ne
biasima il consumo. I costi sociali legati al consumo di sostanze psicoattive illegali per l’anno 2007 è stimato in circa 10.353.000.000 di euro, dei quali circa 1.862.000.000 di euro, con un incremento prossimo al 7% rispetto all’anno precedente, relativi all’utilizzo di risorse di tipo socio-sanitario. Roma, 30
giugno 2008 La scheda Che cosa: indagine condotta dall’Istituto di
fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr) per la ‘Relazione annuale al
Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze’, per l’anno
2007 Per informazioni: Sabrina Molinaro, Unità Epidemiologica e Biostatistica, Istituto di Fisiologia Clinica (Ifc) del Cnr, Pisa, tel. 050/315.20.93 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Giugno/72_GIU_2008.HTM
La ceramica si fa le ossa I resti umani e animali del sito neolitico
di Sammardenchia, in provincia di Udine, degradati dall’acqua e dal tempo
si sono combinati con la ceramica di uso domestico. Ne è venuto fuori un
prodotto ad altissima resistenza, ai danni delle ‘povere’ ossa. A scoprire il
meccanismo alcuni ricercatori del Consiglio nazionale delle
ricerche Dove sono finite le ossa del sito neolitico
di Sammardenchia in Friuli? Disgregate dal tempo e dall’acqua sono state
assorbite dalla ceramica gettata dopo l’uso. A questa risposta sono arrivati gli esperti
dell’Istituto di scienza e tecnologia dei materiali ceramici (Istec) del
Consiglio nazionale delle ricerche di Faenza dopo aver attentamente analizzato i
reperti in terracotta. Il sito di Sammardenchia, nel comune di
Pozzuolo del Friuli, è tra le aree archeologiche più antiche in Italia, risale
al “Normalmente le ossa, costituite da fosfato
di calcio vengono degradate dall’acqua che dissolve questi elementi
disperdendoli nel terreno”, spiega Bruno Fabbri dell’Istec-Cnr di Faenza. “Il
fosforo, inoltre, è un elemento praticamente assente nella composizione della
ceramica, limitandosi a tenori dell’ordine dello 0,2% di
P2O5. Ma nelle ceramiche di Sammardenchia abbiamo
riscontrato una quantità talmente elevata di fosforo, fino al 10% di
P2O5, da lasciarci perplessi. A questa anomalia faceva
riscontro la scarsa presenza di resti di ossa, cosa insolita per un luogo così
lungamente frequentato”. Dalle analisi è apparso chiaro che le ossa
sono state lentamente, ma inesorabilmente degradate fino alla loro pressoché
totale scomparsa e che il fosforo così messo in circolazione si è poi depositato
nei micropori dei frammenti ceramici circostanti. “Tutte le ceramiche, infatti, sono
caratterizzate da una fitta rete di piccolissimi pori, di dimensioni dell’ordine
di un millesimo di millimetro, il cui riempimento ha dato origine a una
struttura più compatta, dotata di maggiore resistenza meccanica”, aggiunge
Fabbri. Questo fenomeno chimico ha reso la ceramica
più resistente ai danni delle ‘povere’ ossa. Inoltre, è stato riscontrato che le
maestranze sapevano modulare gli impasti a seconda della destinazione del
manufatto, introducendo nell’argilla grossi cristalli di calcite, dell’ordine di
un millimetro, per rendere il vasellame più resistente agli sbalzi termici. La
calcite si è poi disciolta ad opera del tempo e dell’acqua, al pari delle ossa,
lasciando un impasto con macroscopici buchi, lo stesso che i produttori di oggi
ottengono volutamente nei laterizi per migliorare le loro caratteristiche di
isolamento termico e acustico. Tali reperti testimoniano che la creatività della
natura non è certo inferiore a quella dell’uomo, che proprio dalla natura
potrebbe spesso trarre ispirazione. Roma, 27 giugno 2008 La
scheda: Che cosa: studio sulle ceramiche di Sammardenchia (Udine) Chi: Istituto di scienza e tecnologia dei materiali ceramici (Istec) del Cnr di Faenza Informazioni: Bruno Fabbri, Istec-Cnr, tel. 0546/699778, e mail: fabbri@istec.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Giugno/71_GIU_2008.HTM
Dall’espansione dell’informazione genetica una delle
ragioni della complessità umana Il numero dei
geni umani è relativamente basso, solo circa 25.000, invece dei 100.000
ipotizzati fino ad una decina di anni fa. Un lavoro svolto da Gianfranco Di Segni, Serena Gastaldi e
Glauco Tocchini-Valentini, dell’Istituto di Biologia Cellulare del Cnr,
contribuisce a spiegare la grande complessità dei mammiferi e, in particolare,
dell’uomo attraverso il meccanismo dell’espansione dell’informazione
genetica. Recentemente pubblicato dalla
rivista Pnas (Proceedings of the National Academy of
Sciences), il lavoro dei ricercatori dell’Istituto di biologia cellulare
(Icb) del Cnr sull’espansione dell’informazione genetica aiuta a spiegare una
delle maggiori sorprese che si sono avute con la decifrazione della sequenza del
Dna umano, ossia la scoperta che il numero totale dei nostri geni è estremamente
basso. “Solo 25.000 rispetto ai 100.000 ipotizzati”, spiega Gianfranco Di Segni
dell’Ibc-Cnr, uno degli autori dello studio, “numero sorprendente soprattutto se
si pensa che i geni nella Drosophila, il moscerino della frutta, sono circa
15.000, e quelli dei vermi mediamente Da dove deriva allora la complessità dei mammiferi in generale e dell’uomo in particolare? “I geni presenti nel Dna dei cromosomi umani”, spiega Glauco Tocchini-Valentini, responsabile del gruppo di lavoro, “sono copiati da macchine enzimatiche localizzate nelle cellule, che producono delle molecole di Rna corrispondenti alle sequenze del Dna. Queste copie di Rna subiscono poi alcuni processi di modifica prima di essere utilizzate come istruzioni nella produzione delle sequenze di amminoacidi che compongono le proteine. Tra le modificazioni a cui le molecole di Rna sono sottoposte, la più importante è la rimozione di tratti interni ad esse, chiamati ‘introni’, e la successiva giunzione delle sequenze esterne agli introni, detti ‘esoni’. Tale processo di ‘taglia e cuci’ (splicing, in inglese) è essenzialmente analogo all’operazione di montaggio di un film, che prevede l’eliminazione di scene e l’unione di tratti differenti di pellicola. Normalmente, i differenti esoni che vengono congiunti nel processo di splicing sono presenti sulla stessa molecola di Rna”, continua Tocchini-Valentini, “ma il nostro lavoro dimostra che le cellule sono in grado di congiungere esoni lontani fra di loro e addirittura localizzati su molecole di Rna diverse, come se si unissero spezzoni di pellicole di film differenti. Un’importante implicazione di questo risultato è che la cellula può formare nuove e inaspettate proteine, derivanti dalla fusione di domini di proteine diverse. Il meccanismo di funzionamento può essere paragonato a ciò che accade decomprimendo un file archiviato in un computer: una subroutine, ossia un’unità logica di un programma, contenente una piccola ma fondamentale molecola chiamata tRna (Rna transfer), possiede le istruzioni necessarie a assemblare e fondere assieme parti di due catene di Rna distinte tra loro, ottenendo così nuove sequenze in grado di produrre particolari tipi di proteine, non ricavabili dalle istruzioni iniziali”. “Le informazioni presenti nel Dna vengono quindi espanse durante i diversi meccanismi di espressione genetica e le varie sequenze geniche possono congiungersi con altre sequenze, anche lontane, per produrre nuove molecole funzionali. Il concetto di espansione dell’informazione”, conclude Tocchini-Valentini, “è stato già formulato, in passato, dal filosofo tedesco Leibniz ed è uno dei fattori che aiuta a comprendere la ragione della straordinaria complessità umana”. Roma, 25 giugno 2008 La scheda Che cosa: studi sull’espansione dell’informazione genetica Chi: Gianfranco Di Segni, Serena Gastaldi e Glauco P. Tocchini-Valentini, Istituto di Biologia Cellulare, CNR, Monterotondo (Roma) Per informazioni: Glauco Tocchini-Valentini, tel. 06/900.912.07-8 e-mail gtocchini@ibc.cnr.it biocell@ibc.cnr.it Referenze: Cis-
and trans-splicing of mRNAs mediated by tRNA sequences in eukaryotic cells, Proceedings of the National
Academy of Sciences – Usa (PNAS), May 13, 2008, 105:
6864-6869. tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Giugno/70_GIU_2008.HTM
La
posidonia, una risorsa per la campagna I residui di
questa pianta marina depositati sulle spiagge possono essere utilizzati per fertilizzare i
campi o per le colture senza terreno, anziché gettati nelle
discariche. Con l’arrivo della bella stagione, i comuni costieri si apprestano a pulire la battigia, rimuovendo i residui di Posidonia oceanica (L.), pianta che svolge un ruolo importante nell’ecosistema marino. Ma tali resti, depositati dalle onde durante l’inverno, causa tra l’altro di odori fastidiosi dovuti ai processi putrefattivi, potrebbero diventare una fonte di reddito. Un progetto di ricerca, sperimentato a Mola, propone infatti il recupero di questo materiale organico come fertilizzante per le campagne o per le coltivazioni senza terreno. Nei laboratori di ricerca dell’Istituto di scienze delle produzioni alimentari (Ispa) del Consiglio nazionale delle ricerche, piante di basilico, rucola e pomodori ciliegino affondano già le radici nella posidonia spiaggiata al naturale o compostata. L’iniziativa realizzata dall’
Ispa del Cnr e dalla Provincia di Bari – Laboratorio di biologia marina, con la
collaborazione del Dipartimento di scienze delle produzioni vegetali (Dspv) e il
Dipartimento di biologia e chimica agro-forestale e ambientale (Dibca)
dell’Università di Bari, viene presentata nell’ambito di “Mediterre”, Fiera dei
Parchi del Mediterraneo, giunta ormai alla quinta edizione, che si terrà presso
“Il problema dello smaltimento
della posidonia”, spiega Angelo Parente dell’Ispa-Cnr, “assume dimensioni
ragguardevoli se si pensa che nel solo comune di Manfredonia (Foggia), dati del
2008 quantificano in “Manipolata opportunamente, la posidonia potrebbe trovare collocazione nel ciclo produttivo come substrato di coltivazione nell’ortoflorovivaismo o come pacciamante per ostacolare la crescita di erbe infestanti; può essere inoltre utilizzata anche come succedaneo, totale o parziale, dei substrati nelle coltivazioni senza suolo” continua Parente. Per arrivare a questo risultato sono necessari una serie di passaggi, quali: la caratterizzazione chimico fisica, la riduzione del contenuto salino, il miglioramento delle proprietà intrinseche del materiale. “Si procede quindi al compostaggio dei rifiuti spiaggiati e dopo novanta giorni, in seguito al processo di degradazione e di perdita di sali, il materiale acquista le caratteristiche per diventare substrato di coltivazione”. Nello stand saranno presenti
anche l’Istituto tecnologico dell’Epiro e Roma, 7 maggio 2008 La scheda Che cosa: progetto di ricerca
“ Dove: Bari a “Mediterre”, Fiera dei Parchi del Mediterraneo, Fiera del Levante Quando: 7-11 maggio Chi: Istituto di scienze delle
produzioni alimentari (Ispa) del Consiglio nazionale delle ricerche e
Info: dr. Angelo Parente, Istituto di scienze delle produzioni alimentari (Ispa) del Cnr, Bari, tel. tel. 080.5929309 – 4732974, e mail: angelo.parente@ispa.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Maggio/46_MAG_2008.HTM
Territorio e insediamenti in Europa e nel MediterraneoE’ l’argomento di un progetto del Consiglio nazionale delle ricerche che vede coinvolti numerosi casi di studio. Verrà presentato a Roma, nei giorni 29 e 30 maggio L’incontro di studio nasce dall’esigenza di un confronto scientifico fra tutti i ricercatori che costituiscono il Progetto “Il territorio e gli insediamenti in Europa e nel Mediterraneo” del Cnr, con lo scopo di favorire nuove collaborazioni fra gli stessi e raggiungere obiettivi comuni. L’evento, inoltre, vuole fare il punto sui risultati ottenuti secondo una linea ben definita, che vede coinvolti una serie di casi di studio sul territorio e gli insediamenti di eccellenza scientifica nel bacino del Mediterraneo, inteso non solo come un’unità geografica ma anche geo-storica e geo-politica. I temi affrontati abbracciano un arco cronologico lunghissimo. Si va dalle civiltà dell’Egeo preclassico a quelle anatoliche del III-I millennio a.C., dal Mediterraneo fenicio alle metodologie innovative d’indagine e di rilevamento nei siti archeologici, per arrivare alla nascita e diffusione degli ordini religioso-cavallereschi. Il progetto di ricerca è uno dei sei avviati dal Cnr, insieme con l’istituzione Dipartimento Patrimonio Culturale, per raccogliere gli studi provenienti da diversi Istituti dell’Ente che costituiscono lo stesso Dipartimento o che ad esso afferiscono. Roma, 24 aprile 2008 Informazioni dr.ssa Antonella Pellettieri, responsabile del Progetto: “Il territorio e gli insediamenti in Europa e nel Mediterraneo”, e mail: a.pellettieri@ibam.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Aprile/44_APR_2008.HTM
Sequenziato il Dna del batterio
killer Il genoma
dell’acinetobacter baumannii è stato sequenziato dai
ricercatori dell’Istituto di Tecnologie Biomediche del Cnr di Milano in
collaborazione i colleghi del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto
Superiore di Sanità e con quelli del Dipartimento di Biologia dell’Università di
Roma Tre. Resistente agli antibiotici, il batterio è causa di 4.500-7.000
vittime ogni anno Gli antibiotici sono i farmaci con la massima efficacia terapeutica a disposizione della medicina. Tuttavia il loro uso costante e talvolta indiscriminato ha prodotto alcune specie di microrganismi patogeni resistenti che non vengono debellati dal trattamento con antibiotici convenzionali. Tra questi, l’acinetobacter baumannii ha rapidamente conquistato il triste primato di ‘killer’ nelle Unità di terapia intensiva. Michele Iacono, Raoul Bonnal e Roberta Bordoni del Gruppo di sequenziamento ultramassivo guidato da Gianluca De Bellis dell’Istituto di Tecnologie Biomediche (Itb) del Consiglio nazionale delle ricerche di Milano (in collaborazione con il gruppo di Alessandra Carattoli e Antonio Cassone del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità e con il Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tre) hanno determinato l’intera sequenza del genoma del ceppo di Acinetobacter baumanii ACICU, il batterio che ha provocato numerose epidemie ed elevata mortalità in ospedali italiani ed europei e che è resistente alla terapia con diverse classi di farmaci antimicrobici. Si stima che, solo in Italia, le infezione contratte nelle strutture sanitarie siano la causa principale o accessoria di morte per 4.500-7.000 persone ogni anno. “Il sequenziamento del genoma”, sottolinea il coordinatore della ricerca, “è fondamentale per la messa a punto di metodi più efficaci di controllo e identificazione di questo pericoloso agente infettivo, consentendone una diagnosi rapida e soprattutto un approccio terapeutico mirato e quindi efficace”. I segreti del genoma di questo organismo, grande quasi 4 milioni di basi, sono ora accessibili anche attraverso un sito Web (www.itb.cnr.it/genome-project) che il gruppo del Cnr ha reso pubblicamente disponibile e che permette di esplorare quelle caratteristiche genetiche che conferiscono a questo batterio una così ampia resistenza agli antibiotici, nonché specifici aspetti della sua patogenicità e adattamento ambientale. “La determinazione di tale sequenza”, precisa De Bellis, “è stata resa possibile grazie all’utilizzo di un sequenziatore di DNA di nuova generazione e di recente potenziato ulteriormente, rendendolo in grado di generare la sequenza di 100 milioni di basi di DNA in poche ore, con una riduzione di oltre cento volte dei costi e dei tempi necessari rispetto alla tecnologia tradizionale che il gruppo del Cnr sta utilizzando in numerosi contesti diversi”. Grazie a questa tecnologia, l’Itb-Cnr sta cercando anche di identificare nuovi antibiotici, sequenziando il genoma di microrganismi produttori, affrontando il fenomeno delle antibioticoresistenze sul fronte della scienza sia di base sia applicata. I risultati dello studio, reso possibile da un importante finanziamento ottenuto dal Cnr nell’ambito dei progetti FIRB “grandi laboratori” sono in corso di pubblicazione su Antimicrobial Agents and Chemotherapy, una prestigiosa rivista dell’American Society of Microbiology. La problematica è anche descritta in un filmato realizzato dal reparto di cinematografia scientifica del CNR e disponibile sul sito http://www.rcs.mi.cnr.it/genetica.html "nuove tecniche di analisi genica", (la news può essere diffusa in streaming e tv con citazione della fonte: Cnr Reparto di cinematografia scientifica - Ibba Milano). Roma, 21 aprile 2008 La
scheda Chi: Istituto
di tecnologie biomediche-Cnr di Milano, Dipartimento di malattie infettive-Iss e
Dipartimento di biologia dell’Università di Roma Tre Che cosa: sequenziamento del batterio
lacinetobacter baumannii Per informazioni: Gianluca de Bellis, Itb-Cnr tel. 02/26422-702 Referenze Michele Iacono, tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Aprile/43_APR_2008.HTM
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