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La pagina è realizzata con lo scopo di promuovere l'interesse per la scienza: gli articoli citati e i comunicati sono redatti dal CNR che li pubblica sul proprio sito. Il sito del CNR ha questo indirizzo: http://www.cnr.it/sitocnr/home.html
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COMUNICATI: |
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Consegnato il sensore che misurerà la temperatura sulla vetta dell’Everest Il prozac stimola la plasticità del cervello Ricerca e agricoltura alleate per il “bio” Archeologia e politica, un connubio strategico Le tecnologie fisiche al servizio del buon cibo Come il cervello riconosce la lingua madre Un sensore per proteggere le canne. D’organo In una torre la storia della Sardegna La scienza italiana sul tetto del mondo Maiani: Napoli fondamentale per la ricerca nazionale La Medaglia Dirac a Maiani e Iliopoulos Distrofia di Ullrich: un farmaco dà risultati promettenti Dalla ricerca al femminile un aiuto contro una malattia genetica Così si guarisce dal ‘cioccolismo’ Ulcere cicatrizzate con la molecola di Rita Levi Montalcini
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Consegnato il
sensore che misurerà la temperatura sulla vetta dell’Everest
Scienziati e ricercatori provenienti da tutto
il mondo riuniti a Padova per fare il punto sui cambiamenti climatici e
sottolineare il ruolo delle montagne. Durante l’evento, organizzato da
EvK2Cnr, consegnato
all’alpinista Agostino Da Polenza lo strumento che rileverà le temperature sulla
vetta dell’Everest La conferenza internazionale “Mountains as early indicators of climate change”, voluta e organizzata dal Comitato EvK2Cnr, Unep Ufficio di Vienna e Università di Padova con la collaborazione di EURAC Research, si è conclusa oggi a Palazzo Bo, sede storica dell’Università di Padova. La conferenza, che gode tra gli altri dell’Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica, del Senato e della Camera dei Deputati, è stata la continuazione ideale del Convegno del 2005 su “Le montagne testimoni dei cambiamenti globali” e prende spunto dalla risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite secondo cui ghiacciai, laghi, vegetazione, biodiversità montani costituiscono i primi, precisi e significativi indicatori del cambiamento climatico. Inoltre, funzioni di tali ecosistemi quali la purificazione delle acque e la regolazione del clima condizionano ogni parte della terraferma continentale. Durante i lavori si è tenuto anche un evento importante: lo scienziato americano Richard Armstrong ha consegnato all’alpinista e imprenditore bergamasco Agostino Da Polenza, presidente del Comitato EvK2Cnr e capo della spedizione scientifico-alpinistica Share Everest 2008, il sensore termico che verrà installato per la prima volta sulla vetta dell’Everest. Un simbolico passaggio di testimone tra gli scienziati autori del sensore e gli alpinisti che sono partiti per il Nepal subito dopo la consegna. “All’inizio del mese di maggio verranno installati due ripetitori wireless che supporteranno la trasmissione dati dall’alta quota”, spiega Da Polenza. “Uno sarà al Kala Patthar (5.600 metri), dove è già presente una stazione meteorologica Evk2Cnr, e servirà da ponte per i dati trasmessi dalla nuova stazione che sarà installata a Colle Sud. Un secondo punto di trasmissione sarà invece posto a 5.300 metri, poco distante dal Laboratorio Piramide: quest’ultimo farà da ponte per i dati trasmessi dal sensore di temperatura che verrà messo in vetta all’Everest. Infine, la spedizione italiana lavorerà sul versante Sud della montagna per portare in altissima quota le attrezzature scientifiche necessarie a monitorare il clima dal punto più alto del mondo. Verso la fine di maggio è prevista l’installazione della stazione di monitoraggio a Colle Sud, quota 8.000 metri”. All’appuntamento internazionale hanno partecipato alcuni dei maggiori esperti internazionali quali John Jack Schroder dell’Università del Nebraska, Sandro Fuzzi del Cnr, Martin Beniston dell’Università di Ginevra, Liisa Jalkanen presidente dell'Aer, l'Atmospheric Environment Research Division del Dipartimento di ricerca del Wmo, World Meteorological Organization. Roma, 18 aprile 2008 La scheda Chi: Comitato EvK2Cnr Che cosa: consegna del sensore termico che verrà installato sulla vetta dell’Everest dalla spedizione scientifico-alpinistica Share Everest 2008 Dove: Università di Padova Per
informazioni:
Francesca Steffanoni,
Ev-K2-CNR, Tel. 035/3230519 - Fax 035/3230551 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Aprile/42_apr_2008.htm
Il prozac
stimola la plasticità del cervello La fluoxetina, antidepressivo ampiamente
usato nell’uomo, rivela un’inaspettata
azione di potenziamento della plasticità dei
circuiti nervosi cerebrali, fino a restituire la
vista a ratti ambliopi. Lo affermano ricercatori dell’Istituto di Neuroscienze
del Cnr e della Scuola Normale di Pisa in uno studio pubblicato sulla rivista
Science Il prozac, il farmaco antidepressivo largamente usato nel trattamento di disturbi psichiatrici, sarebbe in grado di ‘ringiovanire’ il cervello adulto, al punto da permettere il recupero di una visione normale in ratti ambliopi. E’ quanto ha dimostrato il gruppo di neurobiologia della Scuola Normale di Pisa e dell’Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche, guidato dal professor Lamberto Maffei. “Il prozac, ovvero fluoxetina cloridrato, comunemente detto fluoxetina, è largamente impiegato nel trattamento della depressione, dei disturbi ossessivo-compulsivi e degli attacchi di panico”, spiega Lamberto Maffei, direttore dell’Istituto di neuroscienze (In) del Cnr di Pisa e professore di Neurobiologia alla Scuola Normale. “Appartiene alla classe degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) e agisce incrementando nel cervello i livelli di serotonina, che è uno dei principali neurotrasmettitori del sistema nervoso. Come questa azione a livello dei circuiti nervosi si traduca poi nella documentata efficacia terapeutica del prozac è un problema molto dibattuto”. Gli esperimenti condotti dal gruppo della Scuola Normale e dell’In-Cnr (ne fanno parte, oltre a Maffei, José Fernando Maya Vetencourt, Alessandro Sale, Alessandro Viegi, Laura Baroncelli, Roberto De Pasquale e due ricercatori finlandesi) e pubblicati dalla prestigiosa rivista Science hanno dimostrato che “l’assunzione di prozac è capace di stimolare la plasticità del cervello, cioè la capacità delle connessioni nervose di modificarsi in risposta agli stimoli ambientali”. L'esperimento si è svolto a livello del sistema visivo, usando come indice di plasticità la restituzione di una normale visione in ratti adulti ambliopi. L'ambliopia, nota anche come occhio pigro, è una malattia molto diffusa nell'uomo, causata da uno sbilanciamento dell’attività dei due occhi che insorge in età giovanile, per esempio a seguito di opacizzazioni della cornea, strabismo, cataratta congenita. Se non precocemente diagnosticata e trattata, determina una forte riduzione delle capacità visive non più curabile in età adulta. Gli esperimenti condotti dagli studiosi hanno dimostrato che curare l'ambliopia nell’adulto è invece possibile. In particolare, ratti resi ambliopi in giovane età per occlusione di un occhio riacquistano, da adulti, una normale visione se sottoposti a trattamento cronico per quattro settimane con fluoxetina. “La sorprendente capacità della fluoxetina di stimolare la plasticità della corteccia visiva è dovuta all’azione su due principali fattori molecolari”, spiega ancora Maffei. “Da una parte, determina nei ratti la riduzione dei livelli del neurotrasmettitore inibitorio GABA, un fattore molecolare necessario al corretto funzionamento dei centri nervosi, ma ritenuto responsabile anche della perdita di plasticità che si verifica nel cervello adulto. Dall’altra, la riduzione dell’inibizione intracorticale si accompagna all’aumento dei livelli di una neurotrofina, il BDNF, che promuoverebbe in modo diretto quei cambiamenti strutturali e funzionali dei circuiti corticali necessari per la visione”. “Questi risultati”, sottolineano José Fernando Maya Vetencourt e Alessandro Sale, ricercatori della Scuola Normale di Pisa, “contribuiscono a chiarire i meccanismi attraverso cui si attua l’azione degli antidepressivi, ma suggeriscono quali alterazioni cellulari e molecolari potrebbero essere alla base di una patologia ampiamente diffusa come la depressione, la cui esatta eziologia è ancora poco conosciuta. Inoltre, i risultati di questa ricerca aprono la strada verso nuove possibili applicazioni della fluoxetina in patologie diverse da quelle legate al trattamento di patologie comuni nell’invecchiamento cerebrale, come la malattia di Alzheimer, ed altre sindromi in cui un’eccessiva inibizione intracorticale si ritiene alla base del cattivo funzionamento dei circuiti nervosi”. Al momento non è noto se gli effetti del prozac sulla plasticità cerebrale documentati nel ratto siano ottenibili anche nell’uomo, il cui sistema nervoso è molto più complesso. I ricercatori pisani stanno pianificando nuovi esperimenti per chiarire questo punto essenziale all’applicazione. Roma, 18 aprile 2008 La scheda Chi: Istituto di neuroscienze del Cnr di Pisa e Scuola Normale di Pisa Che cosa: studio sul prozac che sarebbe in grado di ringiovanire il cervello adulto, al punto da permettere il recupero di una visione normale in ratti ambliopi Dove: i risultati dello studio pubblicati sulla rivista Science Per informazioni: Lamberto Maffei, direttore dell’Istituto di Neuroscienze del Cnr di Pisa, tel. 050.3153179 José Fernando Maya Vetencourt, Laboratorio di Neurobiologia, Scuola Normale Superiore di Pisa, tel. 050-3153205, e-mail: jf.maya@in.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Aprile/41_apr_2008.htm
Ricerca e agricoltura alleate per il “bio”
L’Italia è al primo posto in Europa per superficie a biologico, e al secondo nel mondo per aziende nel settore. I pasti biologici crescono nelle mense aziendali e nelle scuole. Ma l’investimento della ricerca in questo ambito va aumentato. Se ne parla in un convegno organizzato dal Dipartimento agroalimentare Cnr, in cui l’Ente ha presentato le sue tecnologie, tra cui un biosensore per il monitoraggio dell’inquinamento
L’Italia si posiziona al primo posto per superficie in Europa per coltivazioni biologiche, con oltre un milione di ettari, e al secondo posto nel mondo, dietro il Messico, con circa 50.000 aziende di settore. Sono alcuni dati (fonte INEA e FiBL-Forschungsinsitute fur biologischen Landbau) che dimostrano l’attenzione del nostro Paese ai temi della sostenibilità in agricoltura, oggetto del convegno: “Avanzamento delle conoscenze e agricoltura biologica: le nuove frontiere per il bio”, organizzato a Roma dal Dipartimento agroalimentare del Consiglio nazionale delle ricerche, in collaborazione con il Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura (Cra) e l’Associazione italiana per l’agricoltura biologica (Aiab). L’incontro propone un confronto tra mondo della ricerca, produttori e consumatori per favorire un’agricoltura sempre più sostenibile e, in particolare, quella biologica. Nonostante il quadro incoraggiante delineato dai dati, c’è ancora molta strada da percorrere per dare definitivo slancio a questo tipo di produzione. Il fatturato complessivo del biologico in Italia, stimato in 1,5 miliardi di euro (Coldiretti-Ispo), è pari solo al 2% del mercato dei prodotti alimentari. Alcune tendenze sono decisamente positive: nelle scuole si è passati dalle 69 mense con pasti biologici del 1996 alle 683 rilevate nel 2007 e lo stesso trend in crescita si registra nelle mense aziendali, passate da 896 mila pasti biologici del 2006 a 924 mila nel 2007 (Rapporto Bio Bank). “La ricerca scientifica nel settore, però, assorbe una quota ancora molto bassa delle risorse destinate alla ricerca in campo agricolo e agroalimentare, mettendo a rischio il trend positivo”, avverte Mauro Gamboni del Dipartimento agroalimentare del Cnr. “E’ invece necessario rendere più competitivi imprese e prodotti biologici, innalzando il livello delle conoscenze, sostenendo una più mirata ricerca a carattere interdisciplinare e incoraggiando le innovazioni tecnologiche. Per tale ragione, ci stiamo adoperando nel promuovere collaborazioni tra mondo della ricerca e produttori”. Nel portafoglio delle attività presentate dal Cnr nell’ambito del convegno, occupano un posto di riguardo i nuovi biosensori applicabili per il monitoraggio dell’inquinamento ambientale, la valutazione della qualità dei cibi, la valorizzazione di produzioni tipiche e l’individuazione di OGM. “L’obiettivo dei nostri studi”, spiega Maria Teresa Giardi dell’Istituto di cristallografia (Ic) del Cnr, “è quello di disporre di uno strumento facilmente applicabile alla valutazione di una vasta gamma di impatti sull’ambiente, dove l’organismo vegetale e quello microbico diventano componenti innovativi per la sensoristica biologica”. Soluzioni sostenibili nella lotta contro i parassiti arrivano dall’Istituto per la protezione delle piante (Ipp) del Cnr, che ha realizzato un prodotto contro i nematodi, responsabili di ingenti danni ai raccolti, sviluppato dalla ditta ELEP. Il formulato ottenuto utilizzando i funghi Pochonia chlamydosporia e Arthrobotrys oligospora può essere somministrato in campo attraverso le acque d’irrigazione. Sul fronte della conservazione di frutta e ortaggi, si fa strada la termoterapia sperimentata dall’Istituto di scienza delle produzioni alimentari (Ispa-Cnr) sugli agrumi di Acireale; tale metodologia rappresenta un’alternativa all’uso di sostanze chimiche normalmente utilizzate nel trattamento di post-raccolta. Infine, nell’ottica di salvaguardare e valorizzare le tipicità italiane, l’Istituto di genetica vegetale (Igv) del Cnr, all’interno del progetto “Olviva”, sta collaborando alla caratterizzazione molecolare, morfologica e sanitaria delle varietà più importanti di olivo della Sicilia, in cooperazione con altre regioni d’Italia. Roma, 16 aprile 2008 La scheda Che cosa: convegno: “Avanzamento delle conoscenze e agricoltura biologica: le nuove frontiere per il bio” Dove: Roma, aula Convegni del Cnr, piazzale Aldo Moro, 7 Quando: 16 aprile ore 9.00 Chi: Dipartimento agroalimentare del Consiglio nazionale delle ricerche, in collaborazione con il Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura (Cra) e l’Associazione italiana per l’agricoltura biologica (Aiab). Info: Alcide Bertani, direttore del Dipartimento agroalimentare (D.a.a.) del Cnr, tel. 06/49937803, e mail: direttore.daa@cnr.it, segreteria.daa@cnr.it; Mauro Gamboni, (D.a.a.) Ufficio programmazione attività tecnico scientifica, tel. 06/49932607, e mail: mauro.gamboni@cnr.it. Sito web: www.daa.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Aprile/40_apr_2008.htm
Archeologia
e politica, un connubio strategico Studi di revisione storica, proposti da
Massimo Cultraro dell’Ibam del Consiglio nazionale delle ricerche, rivelano,
contrariamente a quanto sostenuto fino ad oggi, una notevole attenzione degli
USA verso la politica culturale dei paesi europei già dalla metà dell’Ottocento.
Motivazioni di ordine strategico e politico si intrecciano con l’interesse per
l’archeologia
“Identità
nazionale, memoria storica e le scienze umane” è il titolo del convegno che si terrà venerdì, 11 aprile, a Firenze presso
Promosso da Roberto de Mattei, componente del Consiglio
di amministrazione del Cnr e dal National endowment
for the humanities (Neh), agenzia con poteri esecutivi del Governo degli Stati
Uniti, l’evento fa seguito all’accordo stipulato dalle due istituzioni nel 2007
per promuovere lo scambio di informazioni e la ricerca accademica nel campo
delle scienze umane. Sul tavolo dei lavori, che vede il confronto tra studiosi
italiani e statunitensi, alcuni temi che hanno caratterizzato la trama dei
rapporti tra i due Stati a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, quali, ad
esempio: archeologia e politica estera, l’influenza italiana sull’arte classica
americana, il confronto sul concetto di identità dei due Paesi, la storiografia
americana di fronte al Fascismo, lo studio dell’opera di Machiavelli negli USA.
Parteciperanno all’incontro: Roberto de
Mattei, professore di Storia Moderna all’Università di Cassino e di Storia del
Cristianesimo all’Università Europea di Roma, Bruce Cole, presidente del Neh e
autore di libri sul Rinascimento, Massimo Cultraro dell’Istituto per i beni
archeologici e monumentali (Ibam) del Cnr, Ingrid Rowland, professore nella sede
romana dell’Università di Notre Dame School of Architecture, Wilfred McClay,
professore di Storia all’Università del Tennessee, Massimo de Leonardis,
professore di Storia delle Relazioni e delle Istituzioni Internazionali e di
Storia dei Trattati e Politica Internazionale all’Università Cattolica del Sacro
Cuore a Milano, Francesco Perfetti, professore di Storia Contemporanea e di
Storia delle Relazioni Internazionali all’Università Luiss di Roma, Angelo Maria
Petroni, professore di Logica e Filosofia della Scienza all’Università di
Bologna e membro del Consiglio di amministrazione Rai, Alfonso Berardinelli,
saggista e critico letterario, Michael McDonald del Neh, autore di numerosi
articoli scientifici sulla letteratura europea moderna, Luca Codignola,
professore di Storia del Canada all’Università di Genova e Direttore
dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea del Cnr, Pietro De Marco,
professore presso Tra i numerosi interventi tesi ad
analizzare i rapporti tra Italia e USA, uno studio di Massimo Cultraro del Cnr
getta nuova luce su alcuni retaggi che
hanno pesato sulla natura delle relazioni tra i due Stati tra fine Ottocento e
Novecento. Il primo ha portato per lungo tempo a considerare
semplicisticamente l’espansione coloniale italiana come espressione
dell’imperialismo fascista. Il secondo è connesso ad un grande limite della
storiografia europea: la scarsa conoscenza degli interessi degli Stati Uniti
nella politica estera dei principali Stati europei, quali Francia, Gran
Bretagna, Germania, Austria e Italia, negli anni successivi alla guerra civile
americana (1861-1865). La rilettura del sistema di relazioni,
proposta da Cultraro partendo dall’ottica della storiografia
statunitense, fa emergere con maggiore
forza una particolare attenzione degli USA verso i principali paesi europei dopo
Ad avvalorare questa nuova interpretazione è la volontà,
da parte dell’Istituto Americano di Archeologia, di finanziare le campagne
archeologiche che l’Italia aveva intrapreso a Creta, isola che ha sempre
ricoperto un ruolo importante nello scenario geopolitico mediterraneo. Uno
scacchiere il cui equilibrio era determinato anche dalla sopravvivenza
dell’Impero Ottomano garantita, dopo la rivolta anti-turca (1866-1868), da un
accordo tra le principali potenze. “All’interno di questo clima”, continua il
ricercatore, “prende le mosse, nel giugno del 1884, l’avventura di un giovane
studioso di epigrafia, Federico Halbherr (1857-1930), nato a Rovereto in terra
austriaca, ma italiano per credo e formazione culturale, al quale si devono
importanti scoperte nel campo scientifico, come la celebre Iscrizione di
Gortina, documento del V secolo a.C. Grazie ai contatti con il console americano
William James Stillman (1828-1901) - collezionista e appassionato di
archeologia, figura che condensa lo stretto legame tra scienze umane e
diplomazia - i rapporti tra Italia e USA diverranno sempre più stretti: Halbherr
infatti otterrà finanziamenti per realizzare le ricerche a Creta e, nello stesso
tempo, l’ottimo lavoro sul campo degli italiani avrebbe arginato l’inserimento e
l’ascesa di altri archeologi europei, conferendo prestigio internazionale agli
Stati Uniti”. Con l’evolversi della situazione politica in Occidente,
anche presso il governo italiano prenderà corpo l’idea che, almeno al di fuori
dei confini della patria, il dibattito culturale coincideva con le scelte in
materia di politica estera. Roma, 9 aprile
2008 La scheda Che cosa: Convegno: “Identità
nazionale, memoria storica e le scienze umane” Dove: Firenze, Villa Medicea di
Castello, via di Castello, 46 Quando: 11 aprile ore 9.00 Chi: dr.ssa Virginia Coda
Nunziante, Ufficio Paesi
Industrializzati - Organismi Internazionali del Cnr, tel. 06/49932057
- 3170 e-mail: virginia.codanunziante@cnr.it Info: Massimo Cultraro, Istituto per i beni archeologici e
monumentali del Cnr, sezione di Catania, tel. 095/326583, e mail: m.cultraro@ibam.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Aprile/39_apr_2008.htm
Le
tecnologie fisiche al servizio del buon cibo Dal 10
al 22 aprile si terrà alla Città della Scienza di Napoli, Science for Food:
tecnologie fisiche per il settore agroalimentare, iniziativa promossa da
INFM-CNR e finanziata dal Ministero dello Sviluppo Economico con il sostegno
della Compagnia di San Paolo. Nasi elettronici per le conserve di pomodoro,
spettroscopia laser per testare la qualità di vini e bevande senza aprire la
bottiglia, pellicole innovative per il packaging: ecco alcune delle tecnologie
in mostra a Napoli. L'iniziativa si aprirà il 10 aprile con un convegno
inaugurale. Conserve di pomodoro e arance rosse di
Sicilia, vini e acque minerali, formaggi tipici e frutta di stagione: la qualità
dei cibi e delle bevande e la tutela del consumatore sono al centro
dell'attenzione di Science
for Food,
iniziativa promossa da INFM-CNR con
il finanziamento del Ministero per lo
Sviluppo economico e il sostegno della Compagnia di San Paolo.
L'iniziativa si propone di presentare ad aziende e consumatori le tecnologie
fisiche per il settore agroalimentare. Science
for Food nasce nell’ambito del progetto
TIME (Tecnologie Innovative per il Mezzogiorno) e si articola in una mostra
interattiva - che consente di vedere all'opera alcuni dispositivi per l'analisi
e il trattamento dei cibi sviluppati da INFM-CNR (Città della Scienza, 11-22
aprile) - realizzata in collaborazione con CNR-PSC e in un convegno (Città della Scienza, 10
aprile) che offrirà l’opportunità per riflettere sull'innovazione
tecnologica nel settore agroalimentare. Esponenti delle istituzioni nazionali e
locali, ricercatori e imprenditori affronteranno, in particolare, le politiche
adottate in Italia e in Europa e i temi del trasferimento tecnologico dal
laboratorio alla produzione e al confezionamento di cibi e
bevande. Pellicole
per gli imballaggi nanostrutturate, risonanza magnetica, spettroscopia laser,
sensori e nasi elettronici: le tecnologie fisiche possono oggi offrire alle
aziende impegnate nella produzione e commercializzazione dei cibi strumenti
efficaci e di facile impiego. Una prima applicazione, già sperimentata da
INFM-CNR in collaborazione con La Doria, è l'uso dei nasi elettronici per il
controllo qualità delle conserve di pomodoro. Science
for Food offre una panoramica delle attività sviluppate da INFM-CNR e vuole
favorire un incontro diretto tra ricercatori e aziende con il comune obiettivo
di migliorare la qualità dei prodotti agroalimentari e accrescere la tutela del
consumatore. In
allegato il programma dettagliato del convegno. Roma, 7 aprile 2008 Science for Food
http://www.scienceforfood.infm.it/ CNR-Istituto Nazionale per la Fisica della
Materia e-mail: giuditta.parolini@infm.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Aprile/38_apr_2008.htm
Come il
cervello riconosce la lingua madre L’attività elettrica cerebrale rivela la
lingua nativa di una persona che legge in silenzio. La scoperta, effettuata dai
ricercatori del Cnr e dell’Università Milano-Bicocca e pubblicata sulla
prestigiosa rivista Biological
Psychology, aiuta a determinare
l’idioma originario di una persona in stato di amnesia, in stato confusionale o
sordomuta I risultati di uno studio,
coordinato da “Abbiamo
condotto la nostra ricerca su 15 interpreti simultanei italiani di elevata
professionalità la cui competenza dell’inglese era indistinguibile (ai fini
professionali) da quella della lingua madre”, spiega
In particolare, una prima onda d’attività (chiamata N170) sulla regione visiva sinistra del cervello, osservabile tra 150 e 200 ms dopo la presentazione di una parola, ha una grandezza diversa a seconda che la parola letta appartenga alla lingua madre o a lingue apprese successivamente, cioè dopo i 5 anni di vita. Questo fenomeno è dovuto al fatto che l’apprendimento della lingua nativa, in persone monolingui, si verifica contemporaneamente all’acquisizione delle conoscenze concettuali e normative, come pure delle esperienze corporee e sensoriali. “Per esempio”, continua la ricercatrice, “un bimbo impara che un /kol'tɛ:llo/ la cui forma sonora viene elaborata nella corteccia temporo/parietale posteriore (cioè la regione del cervello che si trova nel cranio, all’incirca sopra le orecchie) è lungo, affilato, lucente, freddo, appuntito (informazioni immagazzinate nella corteccia somato/sensoriale apprese toccando e guardando), che solo gli adulti lo possono maneggiare (valore normativo, con un collegamento alla corteccia prefrontale, la parte del cervello anteriore alle aree motorie e premotorie), che è pericoloso e può procurare delle ferite (valenza emotigena, sviluppo di marker somatici immagazzinati nella corteccia orbito-frontale e nell’amigdala). L’apprendimento della traduzione in inglese del termine (coltello = knife) dopo la formazione delle conoscenze sul mondo corrisponderà invece all’acquisizione di un’informazione di tipo puramente fonetico (cioè, uditivo) ed ortografico (cioè grafico), e non condividerà il substrato neurobiologico della memoria dell’individuo, se non in modo indiretto”. Questo spiega perché l’attività delle popolazioni di cellule nervose adibite alla comprensione del linguaggio è molto diversa per parole della lingua madre o di altre lingue straniere apprese dopo i 5 anni, e la misurazione dei loro potenziali bioelettrici di interscambio è molto sensibile all’età di acquisizione di una lingua. Dopo i 250 ms dalla presentazione di una parola è anche possibile stabilire con una certa precisione le differenze nella competenza linguistica per le varie lingue straniere (ad esempio inglese rispetto a tedesco che, nel caso dei 15 interpreti, era la seconda lingua non preferita). Dall’osservazione dell’attività cerebrale sulla regione visiva occipitale sinistra e frontale sinistra e destra si nota che la parte posteriore del cervello è più attiva durante la lettura di parole della lingua meglio conosciuta, mentre la parte anteriore lo è, sempre per la lingua meglio padroneggiata, in risposta a parole inesistenti, producendo un’onda negativa discriminativa, che riflette la difficoltà di accesso al significato di una parola. La registrazione dei potenziali bio-elettrici si è rivelata sensibile a sottilissime variazioni nella competenza linguistica di interpreti simultanei di provata professionalità internazionale, mentre è naturalmente ancora più rispondente a macroscopiche differenze nell’abilità linguistica di persone con livelli di conoscenza meno avanzati. “Possiamo ben dire”, conclude Mado Proverbio, “che i risultati dello studio, mostrano che la lingua madre di una persona che non parla, volontariamente o meno, può essere dedotta dalla sua rispondenza bioelettrica alle parole se le si richiede di esaminare attentamente un testo pur senza richiesta di comprenderlo (e questo può avvenire anche in persone amnesiche, in stato confusionale o sordomute, come pure in persone con gravi forme degenerative cerebrali o di paralisi muscolare). Il risultato è ancora più interessante se si considera che altri metodi utilizzati per identificare la nazionalità di un individuo sulla base di test linguistici (ad esempio, l’analisi dell’accento, della pronuncia, della conoscenza di fatti geografici e culturali) sono a tutt’oggi considerati poco attendibili”.
Roma, 4 aprile 2008 La scheda: Chi: Dipartimento di Psicologia
dell’Università di Milano-Bicocca, Istituto di Bioimmagini e Fisiologia
Molecolare del Cnr di
Milano-Segrate Che cosa: scoperte le varie fasi di come il cervello elabora la
lingua madre e le lingue straniere; pubblicato su
Biological Psychology, http://www.sciencedirect.com/science/journal/03010511 Per informazioni: tratto da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Aprile/37_apr_2008.htm
Un sensore
per proteggere le canne. D’organo L’umidità è
il nemico numero uno degli antichi strumenti ed è in grado di corrodere
lentamente le strutture metalliche fino a sgretolarle. Un sensore basato su
fibre ottiche, messo a punto dall’Isac e dall’Ifac del Consiglio nazionale delle
ricerche, previene il degrado degli organi e garantisce la salvaguardia di
quelli più antichi Ad ogni chiesa il suo organo. Ma
per godere delle armonie della musica sacra, è essenziale garantire l’integrità
di questi antichi strumenti musicali, considerati a pieno titolo patrimonio
culturale. Uno dei nemici è la formazione
della condensa all’interno delle canne in grado di corrodere la struttura in
metallo fino a farla collassare. Per prevenire tale degrado l’Istituto di
scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) e l’Istituto di fisica applicata
“Nello Carrara” (Ifac) del Consiglio nazionale delle ricerche hanno realizzato
un sensore per rilevare il punto di condensa o di congelamento all’interno delle
canne. Il prototipo è stato presentato a Ferrara nell’ambito della XV edizione
del Salone del restauro, dove il Cnr è presente anche quest’anno con una
‘vetrina’ di risultati nel settore dei beni culturali. “Il sensore, nato da un progetto
europeo denominato ‘Collapse’, è gia stato testato in laboratorio e in campo”,
spiega Dario Camuffo dell’Isac-Cnr. “Esso si basa sulle proprietà delle fibre
ottiche di trasportare la luce, ma anche di disperderla se in una parte
sensibilizzata vengono a contatto goccioline, film d’acqua o cristalli di
ghiaccio. Ogni fibra ha lo spessore di un capello, la lunghezza desiderata
(alcuni metri) e può essere facilmente inserita e posta a contatto con la
superficie interna della canna, senza dare alcun fastidio al
suono”. Attualmente lo strumento è
applicato in un organo della Svezia e successivamente verrà messo a disposizione
in Polonia. “Le condizioni di condensa
avvengono tipicamente quando la chiesa è affollata e le canne metalliche sono
ancora fredde oppure quando vengono utilizzati sistemi di riscaldamento che
rilasciano all’interno della chiesa vapore d’acqua, come gli emettitori di
radiazione infrarossa generata dalla combustione di metano o di gas
liquidi”. Senza tralasciare il fatto che
molte chiese rimangono a lungo al freddo e la temperatura può scendere anche
sotto Non solo il metallo, ma anche le
parti lignee subiscono le ingiurie dalle variazioni del microclima, specie in
seguito al riscaldamento invernale che, se da una parte rende più confortevoli
gli ambienti, dall’altra può costituire una minaccia per le opere d’arte e gli
arredi sacri. “Ad esempio, un organo con una
canna lignea fessa emette una nota difforme; una crepa sul registro fa suonare
più canne diverse contemporaneamente”, aggiunge Camuffo.“Inoltre, negli ultimi
anni si è scoperto che il legno invecchia naturalmente producendo acidi (in
particolare acetico e formico) la cui emissione è fortemente influenzata dalle
condizioni microclimatiche. Nel caso degli organi, questi acidi si accumulano
all’interno dello strumento, il cui utilizzo favorisce la loro trasmigrazione
nelle canne; queste vengono corrose soprattutto alla base, con una rilevanza che
dipende dalla lega metallica. La tonalità dei suoni cambia e quando il deperimento è in
uno stato avanzato la canna si spezza sotto il proprio peso”. Lo studio rappresenta dunque una
novità, visto che la conservazione degli strumenti musicali non ha sinora
beneficiato della stessa attenzione di cui godono gli analoghi beni esposti nei
maggiori musei.
Roma, 3 aprile
2008 La scheda Che cosa: Sensore per rilevare la
condensa nelle canne d’organo Chi: Istituto di scienze dell’atmosfera
e del clima (Isac) e Istituto di fisica applicata “Nello Carrara” (Ifac) del
Consiglio nazionale delle ricerche Info: Dario Camuffo, Istituto di
scienze dell’atmosfera e del clima (Isac), Padova, tel. 049/8295902 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Aprile/36_apr_2008.htm
In una torre la storia
della Sardegna Sentinelle costiere, emblema del potere
economico e politico, punto di riferimento per i traffici della Corona spagnola,
queste costruzioni sono protagoniste di un volume realizzato dall’Istituto di
storia dell’Europa mediterranea (Isem) del Consiglio nazionale delle
ricerche La torre,
tipologia architettonica antica e assai diffusa nel nostro Paese, assume in
Sardegna un particolare interesse che va oltre il dato architettonico. Tali
costruzioni sono testimonianza dell’importante ruolo di frontiera del regno
all’interno del sistema difensivo attivato dalla Corona di Spagna contro le
incursioni turco-barbaresche, soprattutto a partire dalla seconda metà del XVI
secolo. A questi monumenti è dedicato il volume Sarrabus: Torri, mare e territorio. La
difesa costiera dalle incursioni barbaresche, curato da alcuni
ricercatori dell’Istituto di storia
dell’europa mediterranea (Isem) del Consiglio nazionale delle ricerche, che verrà presentato venerdì 4 aprile, alle
ore 17.00, presso il Comune di Muravera (Cagliari). “L’interesse
verso la torre” spiega Maria Grazia Mele, coautrice del volume, “risiede
nell’importanza del territorio che essa controllava e difendeva e, di
conseguenza, nella realtà demica ed economica circostante, nella politica di
gestione territoriale di quei tempi e, ampliando sempre più lo sguardo, nel
vederla inserita in un sistema di torri che si estendeva a tutto il Regno di
Sardegna e che conteneva al suo interno diversi subsistemi facenti capo alle
città regie”. Lo studio
prende in esame l’area del Sarrabus, situata nella parte orientale della regione
che fu, a partire dal 1571, dopo la battaglia di Lepanto e la conquista di La
Goletta di Tunisi, una fascia di frontiera tra le più esposte alle incursioni
turco – maghrebine, contro le quali le torri fungevano da sistema di difesa
statico a integrazione di quello mobile delle flotte di galere.
“Con tempi e
modalità differenti, a seconda della situazione mediterranea e delle
contingenze”, continua Mele, “tutti i regni costieri della Corona di Spagna -
Granada, Murcia, Valencia, Principato di Catalogna, Baleari, Sicilia e Napoli -
attivarono un sistema di difesa simile. Ecco quindi che le torri assumono un
altro significato e consentono alle attuali regioni costiere del Mediterraneo,
dotate di torri, di dialogare fra loro”. La
pubblicazione - una miscellanea composta anche dai contributi di Sebastiana
Nocco, Maria Giuseppina Meloni e Giovanni Serreli dell’Isem e di Juan Jesús
Bravo Caro dell’Università di Málaga - e il seminario previsto subito dopo la
presentazione sono il risultato della collaborazione tra Cnr, il Comune e
Gli autori
hanno esaminato il territorio inteso come realtà geografica oggettiva e
‘percepita’ attraverso lo studio delle carte che denotano il diverso grado di
attenzione attribuito dal cartografo e una scelta ben precisa dettata dal tipo
di committenza e dal periodo storico nel quale esse sono state realizzate. A
tale analisi si affianca l’osservazione della dinamica insediativa medioevale in
una serie di villaggi che un tempo popolavano la regione e che progressivamente
furono abbandonati. Particolare attenzione è inoltre dedicata alle problematiche
sui committenti e su coloro che effettivamente costruirono questi edifici
costieri e sulle relazioni fra “Il risultato
della miscellanea”, conclude Maria Grazie Mele, “è ben lungi dall’essere
esaustivo. Gli archivi locali e iberici mostrano, infatti, una ricchezza di
fonti documentarie che attende solo di essere studiata mediante una ricerca che
sposti continuamente il suo interesse dal locale ad una visione più ampia e
viceversa, che porti ad uno studio sistematico e comparato”
Roma, 3 aprile 2008 La
scheda Che
cosa: presentazione del volume: Sarrabus: Torri, mare e territorio. La
difesa costiera delle incursioni barbaresche, di S. Nocco, G. Serreli, G. Meloni, M.G.
Mele, J.J. Bravo Caro, edito dal Cnr-Isem. Dove: Comune di Muravera
(Cagliari). Quando: 4
aprile 2008, ore 17.00 Info:
Maria Grazia Mele, Istituto di
storia dell’Europa mediterranea (Isem) del Cnr, Cagliari, tel. 070/403635, e
mail: mele@isem.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Aprile/35_apr_2008.htm
Il
Presidente della Repubblica ha incontrato i componenti della spedizione
alpinistico-scientifica SHARE Everest 2008, guidata da Agostino Da Polenza, a
cui ha consegnato una bandiera
da portare sulla cima
della montagna più alta del mondo. La squadra porterà un sensore di temperatura
sulla sommità dell’Everest e installerà la stazione di monitoraggio climatico
più elevata esistente, a quota ottomila metri “Auguro pieno successo a questa spedizione – ha detto
stamattina Napolitano consegnando la bandiera italiana a Silvio Mondinelli,
alpinista della Guardia di Finanza –, una nuova sfida che porterà il sapere
italiano in prima linea negli studi climatici a livello internazionale. Con la
speranza che la vetta sia raggiunta proprio il 2 giugno: sarebbe un grande
regalo per la Repubblica italiana”. Durante la visita, Agostino Da Polenza, presidente del
Comitato EvK2Cnr, ha illustrato il progetto SHARE Everest al Presidente
Napolitano. Gli ha parlato del sensore di temperatura che verrà portato in cima
all’Everest e che consentirà, in ogni momento, di conoscere in tempo reale la
temperatura misurata a 8.850 metri, il punto più alto del pianeta Terra. Un dato
unico e irripetibile, ma soprattutto simbolico perché rappresenterà il punto di
contatto più elevato tra cielo e terra. Paolo Bonasoni del Cnr-Isac, coordinatore scientifico
del progetto SHARE, ha spiegato al Presidente il funzionamento della stazione di
monitoraggio climatico che verrà installata ottocento metri più sotto,
all’altezza di Colle Sud, e sarà in grado di monitorare anche umidità,
radiazione solare, direzione e velocità del vento, dati atmosferici preziosi per
lo studio del clima. Tutte le informazioni raccolte da questa stazione andranno
a completare i dati e le strumentazioni della rete SHARE già presenti in Nepal a
diverse altitudini. “Sono felice di constatare, fra i ricercatori, una
passione crescente nei confronti della scienza – ha commentato il Presidente
Napolitano – nonostante le difficoltà legate al mondo della ricerca scientifica.
Auspico un sempre maggior impegno delle istituzioni nel sostenere i progetti
scientifici, soprattutto quelli di respiro internazionale come SHARE –
Everest”. “Sono contento che l’Europa sia riuscita a portare
avanti una politica integrata per clima ed energia” ha detto poi Napolitano
rivolgendosi in particolare a Christophe Bouvier, Direttore e rappresentante
regionale UNEP Europa, che ha fatto parte della delegazione italiana che ha
presentato il progetto SHARE Everest al Quirinale. Della delegazione hanno fatto parte anche Luciano
Maiani, Presidente del Cnr, Pier Carlo Sandei Associate Programme Officer di
Unep, Milvia Boselli dell’Università di Padova, Davide Zulian, vicepresidente
del Comitato EvK2Cnr, Gian Pietro Verza, guida alpina e responsabile delle
stazioni di monitoraggio del Comitato, Francesca Steffanoni e Stefania Mondini,
sempre del Comitato EvK2Cnr. La delegazione è stata accompagnata dall’onorevole
Erminio Quartiani, presidente Gruppo “Amici della Montagna” del
Parlamento. L’incontro con il Presidente Napolitano ha dato
ufficialmente il via al progetto. Diversi gli appuntamenti chiave: alpinistici,
ma soprattutto scientifici. Il
primo sarà a Padova, il 17 e 18 aprile, con la conferenza internazionale
“Mountains as early indicators of climate change”. Si tratta di un evento
scientifico internazionale di altissimo livello voluto da Unep (il programma
ambientale delle Nazioni Unite) a cui parteciperanno alcune dei più grandi
scienziati del mondo. Sono proprio le montagne, infatti, le prime a registrare
sul proprio territorio gli effetti del cambiamento climatico globale, e a
fornire importanti dati relativi al mutamento del pianeta. La conferenza di
Padova, organizzata dal Comitato Evk2Cnr e da Unep insieme all’Università di
Padova e ad Eurac Research, sarà una preziosa occasione d’incontro e di studio
sul tema. Ricercatori provenienti da ogni parte del mondo si confronteranno
sugli effetti del global warming proprio negli ecosistemi d’alta quota,
lanciando alla comunità internazionale un forte segnale di avvertimento sul
ruolo prioritario che le aree montane devono assumere nei programmi di
adeguamento futuri. Durante la conferenza, Richard Armstrong, ricercatore
del National Snow and Ice Data Center dell’Università del Colorado, consegnerà
il sensore di temperatura da installare sulla vetta dell’Everest nelle mani del
capospedizione e presidente del Comitato Evk2cnr Agostino Da Polenza, che il
giorno successivo partirà alla volta del Nepal. All’inizio del mese di maggio verranno installati due
ripetitori wireless che supporteranno la trasmissione dati dall’alta quota. Uno
sarà al Kala Patthar (5.600 metri), dove è già presente una stazione
meteorologica Evk2cnr: questo ripetitore servirà da ponte per i dati trasmessi
dalla nuova stazione che sarà installata a Colle Sud. Un secondo punto di
trasmissione sarà invece posto a 5.300 metri, poco distante dal Laboratorio
Piramide: quest’ultimo farà da ponte per il dati trasmessi dal sensore di
temperatura che verrà messo in vetta all’Everest. Nel
mese di maggio la spedizione italiana al completo lavorerà sul versante Sud
della montagna per portare in altissima quota le attrezzature scientifiche
necessarie a monitorare il clima dal punto più alto del mondo.
Verso la fine di maggio è prevista l’installazione della
stazione di monitoraggio a Colle Sud, quota 8.000 metri. Pochi giorni dopo, gli
alpinisti guidati da Silvio Mondinelli porteranno in cima il sensore per
rilevare la temperatura sulla vetta dell’Everest. La salita verrà effettuata
senza ossigeno, perché questo progetto vuole esprimere i valori della
correttezza e del rispetto dell’ambiente anche dal punto di vista sportivo e
alpinistico. Della squadra diretta all’Everest faranno parte anche
gli alpinisti Marco Confortola e Michele Enzio, gli imprenditori Davide Zulian e
Stefania Mondini, i giornalisti Lorenzo Cremonesi del Corriere della Sera, Paolo
Giani di Rai 1, il videooperatore Ivan Piai e cinque sherpa d’alta
quota. Tutta la spedizione, con i suoi sviluppi scientifici e
alpinistici, potrà essere seguita in tempo reale sui siti www.share-everest.com,
www.montagna.tv,
www.scienze.tv,
dove saranno disponibili anche video, gallery fotografiche e interviste ai
protagonisti dell’avventura. L’iniziativa si inserisce nell’Anno Internazionale del
Pianeta Terra dichiarato dalle Nazioni Unite e si richiama al documento Onu che
definisce le montagne come indicatori privilegiati degli effetti dei cambiamenti
climatici e della salute del pianeta. Il
Comitato Evk2Cnr si occupa da oltre vent’anni di ricerca scientifica in alta
quota e ha realizzato il progetto SHARE (Stations at High Altitude for Research
on the Environment), una rete di osservatori per il monitoraggio climatico e
ambientale in collaborazione con Unep, Wmo, Nasa, Esa e Iucn.
Roma,
1 aprile 2008 Per
informazioni:
Francesca Steffanoni, Ev-K²-CNR, Tel. tratto da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Aprile/34_apr_2008.htm
Maiani: Napoli fondamentale per la ricerca nazionale
Comincia dal polo
biotecnologico partenopeo il giro di visite del presidente del Cnr nella rete
scientifica dell’Ente: “Presentare al prossimo Governo una posizione comune
della Ricerca sul precariato”. Al Seminario sulla didattica della Scienza,
Maiani ha lanciato l’allarme sulla scarsa cultura studentesca nelle materie
scientifiche Il Presidente del Consiglio
Nazionale delle Ricerche, Luciano Maiani, ha cominciato da Napoli l’annunciato
giro di visite nelle sedi territoriali della rete scientifica del Cnr. Il prof.
Maiani si è recato oggi all’Area della Ricerca di Via Pietro Castellino di Napoli, mentre
nel pomeriggio è intervenuto al
‘Seminario nazionale sulle indicazioni per la didattica della scienza’ in corso
presso il Museo della Scienza partenopeo. Al Seminario, Maiani ha
definito la situazione della cultura di base studentesca nelle materie
scientifiche e in matematica “a dir poco preoccupante. Il problema non è solo
italiano e affligge anche Paesi di grande tradizione nella ricerca, come
Germania e Stati Uniti, dove però sono state adottate delle contromisure che
stanno già producendo risultati positivi. E’ la dimostrazione che la deriva
ascientifica dei nostri giovani può essere invertita”. In particolare, “è
importante orientarsi sui ragazzi dagli 8 ai 14 anni, una fascia d’età durante
la quale, come dimostrano alcune recenti ricerche, si formano le convinzioni che
poi portano ad affrontare le future scelte universitarie e
professionali”. “E’ questa, la prima di una serie di visite che intendo programmare per conoscere ‘da vicino’ tutte le realtà dell’Ente. Non credo infatti che si possa dirigere una realtà così complessa e articolata chiudendosi nei propri uffici.”, ha spiegato il presidente visitando l’Area della Ricerca di Via Pietro Castellino a Napoli, una delle più rilevanti nell’articolazione delle strutture del CNR: circa 20 mila metri quadrati di superficie coperta tra laboratori e servizi, circa 300 dipendenti strutturati fra ricercatori, tecnici ed amministrativi e almeno 400 giovani a vario livello di formazione o con contratti a termine. “Certo, l’incontro napoletano di oggi non è stato esaustivo, e mi riprometto di tornare per conoscere personalmente i ricercatori dell’Area, di cui oggi ho visto una rappresentanza”. L’Area – che in passato ha ricevuto anche la visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano - ha la caratterizzazione di un Polo Biotecnologico, che nel futuro sarà sempre più pregnante. “Considero quest’Area una realtà importante in un settore disciplinare fondamentale per lo sviluppo italiano, e intendo operare affinché tale ruolo sia sempre più riconosciuto a livello nazionale”, ha detto Maiani, al quale il prof. Mosè Rossi, direttore uscente dell’Istituto di biochimica delle proteine (Ibp), ha rappresentato l’esigenza di maggiori certezze per i numerosi precari dell’area. “Ho già preso contatto con i presidenti di altri enti di ricerca – ha risposto Maiani – poiché tale problema ci accomuna tutti. Il mio intento è di pervenire ad una posizione comune da presentare al prossimo Governo per affrontare e sciogliere un nodo che rischia di strangolare la ricerca italiana”. Federico Rossi, vice presidente del CNR, ha sottolineato come tale problema affligga in misura maggiore quello che è il principale Ente di ricerca pubblico italiano, con più di 1.200 ricercatori in attesa di strutturazione”. Durante la giornata, il
presidente del CNR, accompagnato da Giuseppe Martini,
direttore del Dipartimento Scienze della Vita, ha incontrato, tra gli altri, Catello Polito,
direttore uscente dell’Istituto di Genetica e biofisica (Igb), i direttori
dell’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo (Issm), Paolo Malanima,
dell’Istituto per l’ambiente marino e costiero (Iamc), Ennio Marsella,
dell’Istituto di Biologia Agroambientale e Forestale (Ibaf), Giuseppe Scarascia
Mugnozza. Hanno infine partecipato agli incontri i responsabili delle sezioni
napoletane dell’Ibaf, Ferdinando Iannuzzi, dell’Istituto di Calcolo e Reti ad
Alte Prestazioni (Icar), Giuseppe de Pietro, dell’Istituto di Studi Giuridici
Internazionali (Isgi), dell’Istituto per la Microelettronica e Microsistemi
(Imm), Ivo Rendina, dell’Istituto per le Applicazioni del Calcolo “Mauro Picone”
(Iac), Umberto Amato. Napoli, 31 marzo 2008 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Marzo/33_mar_2008.htm
Il prestigioso riconoscimento verrà
assegnato domani presso l’Ictp-Centro internazionale di fisica teorica Abdus
Salam di Trieste. Il presidente del Cnr e lo studioso della Ecole Normale
Supérieure di Parigi, insigniti da una giuria internazionale per il loro lavoro di ricerca sulle
interazioni elettrodeboli I due fisici
Luciano Maiani, presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e docente di
Fisica teorica all’Università La Sapienza di Roma, e John Iliopoulos, francese,
della Ecole Normale Supérieure di Parigi, sono
i vincitori della Medaglia Dirac 2007,
assegnata dal Centro internazionale di fisica teorica Abdus Salam
(International Centre for Teoretical Physics-Ictp) di
Trieste (Strada Costiera 11). La cerimonia di
consegna del premio si svolgerà - nell'Aula Magna dell'Ictp domani, giovedì 27
marzo, alle ore 9,30 - nell’ambito della 'Scuola Primaverile sulla Teoria delle
Superstringhe', alla presenza dei rappresentanti degli enti scientifici
cittadini, dell'Universita' di Trieste e
di un centinaio di ricercatori
provenienti da vari Paesi del mondo, che partecipano alla
Scuola. Il
prestigioso premio è stato assegnato ai professori Maiani e Iliopoulos da una
giuria internazionale composta da fisici di altissimo livello "per il loro
lavoro di ricerca sviluppato alla fine degli anni ’60 che aveva come obiettivo
superare i limiti della teoria di Fermi sulle interazioni elettrodeboli”. I due
ricercatori, allora non ancora trentenni, erano arrivati assieme a Sheldon
Glashow (poi insignito del Premio Nobel) alla conclusione che i quark, le
particelle che formano protoni e neutroni nel nucleo atomico, non dovevano
essere tre, come allora si credeva, ma quattro. “Riuscimmo a
dare anche una stima della massa del quarto quark ed a quali energie si sarebbe
potuto trovare”, ricorda Maiani. “Nonostante l’esistenza di questo quark
risolvesse molti problemi insoluti, la nostra teoria venne accolta allora con
molta freddezza e scetticismo dalla comunità dei fisici”. Ma nel 1974 il quark,
chiamato ‘charm’ venne effettivamente trovato “proprio dove e come avevamo
previsto”, continua il presidente del Cnr. La scoperta fondamentale è stata
quella della particella J/ψ al Brookhaven National Laboratory e allo Stanford Linear
Accelerator Centre. L'Ictp – i cui laboratori saranno visitati dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, nel pomeriggio di domani – è stato fondato nel 1964 da Abdus Salam (premio Nobel per la fisica) ed opera sotto l'egida di due agenzie delle Nazioni Unite, l'Unesco e la Iaea, in collaborazione con il governo italiano. Da ricordare che il Centro, grazie a borse di studio annuali, permette a ricercatori sperimentali di Paesi in via di sviluppo di operare presso laboratori universitari, pubblici e industriali, prevalentemente di Cnr, Infm-Cnr, Infn e Enea, allo scopo di ampliare le loro conoscenze ed acquisire esperienza pratica. Roma, 26 marzo 2008 Per informazioni:
http://prizes.ictp.it/Dirac, tel. (+39) 040 2240 564/241 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Marzo/32_mar_2008.htm
DISTROFIA DI ULLRICH: UN FARMACO DÀ
RISULTATI PROMETTENTI La ciclosporina A, impiegata con successo
nella cura di lesioni ai muscoli di modelli animali, si è dimostrata efficace
anche nell’uomo. Lo studio, condotto su cinque pazienti, è stato pubblicato
sulla rivista Proceedings of the Naional Academy of Sciences
(Pnas) Il trattamento di cellule di pazienti affetti da distrofia muscolare congenita di Ullrich con ciclosporina A (CsA) ripara il guasto che scatena la malattia, proprio come era successo nel modello animale. È questa la prima risposta di uno studio pilota su 5 pazienti affetti dalla malattia con difetti nel gene per il collagene VI, una proteina che normalmente riveste le fibre muscolari formando una sorta di ragnatela e che manca nei malati. Il risultato, finanziato in larga parte da Telethon e pubblicato sulla prestigiosa rivista Proceedings of the National Academy of Sciences U.S.A.* (PNAS), è opera di Luciano Merlini del Dipartimento di Medicina Diagnostica e Sperimentale dell’Università di Ferrara nell’ambito di uno studio diretto presso l’Università di Padova dai professori Paolo Bernardi (Dipartimento di Scienze Biomediche Sperimentali e Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche) e Paolo Bonaldo (Dipartimento di Istologia, Microbiologia e Biotecnologie Mediche). Allo studio hanno partecipato anche altri ricercatori finanziati da Telethon: Nadir Maraldi degli Istituti Ortopedici Rizzoli e dell’Università di Bologna e Alessandra Ferlini dell’Università di Ferrara. Da studi precedenti degli stessi ricercatori era emerso che il meccanismo alla base della malattia risiede nei mitocondri, le “centrali energetiche” delle cellule, che il prof. Bernardi ed i suoi collaboratori studiano da molti anni. Si tratta di un “corto circuito” provocato dall’apertura di un canale mitocondriale che in laboratorio può essere chiuso impiegando la ciclosporina A. Con questo farmaco i ricercatori erano già riusciti a curare le lesioni ai muscoli dei topolini privi del collagene VI, ma rimaneva da chiarire se il farmaco potesse avere efficacia anche nell’uomo. Cinque pazienti (4 affetti da distrofia di Ullrich e 1 da miopatia di Bethlem) con diverse manifestazioni cliniche della malattia poiché portatori di diversi difetti genetici (ma tutti a carico del gene per il collagene VI), sono stati trattati con ciclosporina A. Superando notevoli ostacoli tecnici il team di ricercatori è riuscito a misurare la funzionalità dei mitocondri in biopsie muscolari effettuate sui pazienti prima e dopo il trattamento con CsA, dimostrando che entro un mese dall’inizio della terapia si verifica un netto miglioramento, con diminuzione parallela della morte delle fibre muscolari. Un dato particolarmente incoraggiante è l’aumento della rigenerazione muscolare (soprattutto nei pazienti più piccoli), un dato che fa sperare che il farmaco possa avere degli effetti benefici sul quadro clinico. Va infatti tenuto presente che il muscolo distrofico è in parte sostituito da tessuto connettivo e adiposo, e che è ancora presto per dire se il farmaco sarà in grado di ristabilire almeno in parte la massa muscolare. Lo studio rappresenta comunque un punto di svolta, che permetterà presto di partire con un protocollo clinico su più vasta scala. “Lo studio rappresenta un brillante esempio di medicina traslazionale, in cui la comprensione dei meccanismi che scatenano le malattie nei modelli animali offre la possibilità di sviluppare terapie razionali e di trasferirle rapidamente all’uomo”, commentano Bernardi e Bonaldo, che concludono: “Siamo molto grati a Telethon, la cui
commissione medico scientifica ha creduto nel progetto fin dall’inizio e ci ha
finanziato ininterrottamente dal Roma, 25 marzo 2008 *Merlini et al. PNAS 2008, data, vol. , pp. .
Per informazioni: prof. Paolo Bernardi, Dip.to di Scienze Biomediche Sperimentali, Università di Padova e Istituto di Neuroscienze del Cnr di Padova, e-mail: bernardi@bio.unipd.it
La distrofia
muscolare congenita di Ullrich Come la
miopatia di Bethlem, è una grave forma di distrofia muscolare dovuta a mutazioni
nei geni per le catene del collagene VI. È una malattia autosomica recessiva,
trasmessa cioè da due genitori portatori sani. Rispetto alla miopatia di
Bethlem, la distrofia congenita di Ullrich presenta un quadro clinico più grave:
si manifesta alla nascita con debolezza e contratture muscolari soprattutto del
tronco e degli arti, senza però alcun interessamento neuropsichico. La miopatia
di Bethlem e la distrofia di Ullrich, quindi, sono varianti della stessa
malattia, in quanto entrambe dipendono da alterazioni in uno dei tre geni
responsabili della formazione del collagene di tipo VI. Finanziamenti
Telethon più recenti: Paolo Bonaldo - GGP04113 - Le miopatie da carenza di
collagene VI. Dalla guarigione dei topi al protocollo terapeutico nell'uomo - €
763.000 per due anni a partire dalla seconda metà del 2004 Alessandra Ferlini - GGP05115 - Definizione del
trascrittoma del gene distrofina e modulazione di mutazioni mediante
oligonucleotidi antisenso allo scopo di indurre exon skipping - € 204.000 per
tre anni a partire dalla seconda metà del 2005 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Marzo/31_mar_2008.htm
Dalla
ricerca al femminile un aiuto contro una malattia genetica
Lo studio di alcune
ricercatrici dell’Istituto di genetica e biofisica del Cnr di Napoli, pubblicato su Human Mutation, ha permesso l’identificazione di tutte le
variazioni del gene Nemo, causa di una grave malattia: l’Incontinentia Pigmenti Nuove speranze per la diagnosi precoce e la cura di una grave malattia genetica, l’Incontinentia Pigmenti (IP), causata da alterazioni del gene Nemo, grazie ad una ricerca tutta al femminile. Un gruppo di scienziate dell’Istituto di genetica e biofisica “Adriano Buzzati Traverso” del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli (Igb-Cnr) - composto da Matilde Valeria Ursini, Maria Giuseppina Miano e Francesca Fusco - ha sviluppato e messo a punto un metodo rapido ad alta specializzazione per l’identificazione delle alterazioni del gene Nemo, responsabili di questa grave malattia genetica legata al cromosoma X. L’Incontinentia Pigmenti difatti, è una sindrome che causa ritardo mentale, epilessia e macchie della pelle nelle femmine, mentre nei maschi è letale. Il gruppo di Napoli è diventato in pochi anni Centro di Riferimento Europeo per la ricerca di alterazioni di Nemo nel DNA di bambine e donne ammalate di Incontinentia Pigmenti. La casistica esaminata, composta da 770 pazienti provenienti da tutto il mondo, ha permesso la pubblicazione sulla rivista di genetica ‘Human Mutation’ del catalogo completo di tutte le varianti patologiche di Nemo. Il lavoro nasce da una stretta collaborazione con l’Istituto Necker-Enfant Malade di Parigi e grazie al contributo dell’Istituto Banco Napoli-Fondazione. “Il nostro lavoro consente di aumentare le conoscenze sul ruolo svolto da Nemo nella complessa rete di interazioni tra molecole che ha come evento finale l’attivazione della proteina NF-kB, un regolatore del ‘programma genetico’ realizzato nelle cellule del nostro corpo, coinvolto in numerose funzioni fisiologiche come il funzionamento del sistema immunitario, il controllo del cancro e l’invecchiamento”, spiega Matilde Valeria Ursini dell’Igb-Cnr. “Nemo può essere paragonato ad un ‘interruttore’ che, una volta bloccato, impedisce con un effetto domino il funzionamento di altre molecole che confluiscono nell’attivazione di NF-kB”. “Ora, non solo abbiamo un quadro completo ed ordinato di tutte le varianti patologiche della proteina Nemo”, osserva la ricercatrice, “ma sappiamo anche come ogni paziente della nostra ricerca, che ha finalmente una diagnosi molecolare definitiva, potrà in futuro ricevere una terapia mirata per curare l’IP”. Inoltre, poiché Nemo ed il sistema cellulare NF-kB hanno un ruolo importante in altre malattie a più larga diffusione, quali quelle del sistema immunitario ed il cancro, sarà possibile utilizzare le varianti genetiche di Nemo identificate nel corso dello studio come modello sperimentale in applicazioni terapeutiche. “Ci auguriamo”, conclude la Ursini, “di poter aiutare altre famiglie a ricevere una corretta diagnosi molecolare della malattia e di sviluppare in tempi brevi rimedi terapeutici per riattivare Nemo quando è bloccato nelle cellule delle bambine IP”. Roma, 21 marzo 2008 La scheda Chi: Istituto di Genetica e Biofisica “Adriano Buzzati-Traverso” (IGB-ABT) CNR, Napoli Che cosa: catalogo completo di tutte le
varianti patologiche di Nemo, pubblicato sulla rivista Human Mutation Per informazioni: Matilde Valeria Ursini, IGB-CNR di Napoli, tel. 081/6132262, e-mail: ursini@igb.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Marzo/30_mar_2008.htm
Così
si guarisce dal ‘cioccolismo’ Anche per i
topi il cioccolato può diventare un’ossessione. Sono disposti a ripetere
centinaia di volte lo stesso esercizio pur di assaggiarne un po’. Lo studio,
condotto dall’In-Cnr di Cagliari, è finalizzato allo sviluppo di farmaci per la
cura da questa ‘dipendenza’ E’ una
tradizione: non è Pasqua se non si mangia l’uovo di cioccolata. Non siamo i
soli, però, ad esserne così golosi. Anche i topi, per gustarne un po’, sono
capaci di abbassare una leva erogatrice di cioccolata, trenta, cinquanta, cento
volte e più per poi ricominciare subito dopo, senza arrendersi. E’ quanto hanno
osservato i ricercatori dell’Istituto di neuroscienze (In) del Consiglio
nazionale delle ricerche di Cagliari nel corso di una ricerca sperimentale sui
ratti, in corso di pubblicazione su Behavioural Pharmacology, mirata allo
studio neurobiologico del ‘cioccolismo’ (dall’inglese chocoholism), la
dipendenza da cioccolato. Il modello
sperimentale messo a punto dall’In-Cnr dimostra quanto siano forti, anche nei
ratti, le proprietà gratificanti del ‘cibo degli dei’. “Più volte al giorno, per
20 minuti al massimo, abbiamo alloggiato i topi all’interno di gabbie provviste
di una leva e di un dispensatore per liquidi”, spiega Giancarlo Colombo,
ricercatore In-Cnr. “I topi hanno rapidamente imparato che dieci pressioni sulla
leva attivavano il dispensatore che, a sua volta, erogava la cioccolata per 5
secondi. Nel corso dei 20 minuti della sessione, i ratti hanno premuto la leva
800-1.000 volte e consumato circa 30 millilitri di cioccolata, circa un decimo
del loro peso corporeo”. “Mediante differenti procedure sperimentali è stato poi
saggiato l’effetto del rimonabant, un inibitore selettivo del recettore CB1
degli endocannabinoidi, recentemente introdotto in alcuni paesi europei come
farmaco per il controllo dell’appetito”, prosegue Mauro Carai, dell’In-Cnr.
“Abbiamo potuto riscontrare che l’utilizzo di rimonabant riduce drasticamente i
valori di auto-somministrazione di cioccolata, suggerendo quindi un possibile
utilizzo di farmaci ad azione antagonista su questo recettore nella terapia del
‘cioccolismo’ ”. Ulteriori
prove, eseguite nel corso dell’esperimento, consistevano nell’aumentare
progressivamente il numero delle pressioni sulla leva necessarie per
l’erogazione. “Tanto maggiore era il valore massimo raggiunto
(breakpoint), ossia il numero di pressioni effettuate prima di
arrendersi, tanto più intensa era la motivazione del ratto a consumare la
cioccolata”, riassume Paola Maccioni, co-autrice della pubblicazione. “Nel
secondo esperimento, invece, la cioccolata non era mai distribuita, a
prescindere dalle pressioni esercitate sulla leva; anche in questo caso,
registravamo il numero massimo delle pressioni raggiunte da ogni ratto prima di
fermarsi (definito extinction responding). I valori medi di
breakpoint ed extinction responding registrati sono stati
rispettivamente pari a circa 100 e 250, confermando quanto ‘lavoro’ i ratti sono
disposti a compiere pur di ottenere qualche goccia di cioccolata. Utilizzando il
rimonabant, sia i valori di breakpoint che quelli di extinction
responding risultavano notevolmente ridotti o soppressi completamente”.
“Anche se
poco conosciuto, il ‘cioccolismo’ risulta un fenomeno di dimensioni
sorprendentemente ampie nei paesi occidentali”, conclude Colombo. “Fonti
americane indicano che ad essere colpite maggiormente sono le donne, nella
misura del 40%, mentre la popolazione maschile è coinvolta per il 15%”. Dati che
evidenziano l’importanza di un disturbo che, in alcuni dei suoi sintomi, viene
paragonato alla dipendenza di sostanze d’abuso. Roma, 19 marzo
2008 La scheda Chi: Istituto
di neuroscienze (In), Cnr Cagliari Che cosa:
studio sperimentale sul ‘cioccolismo’,
pubblicazione in corso di stampa su Behavioural Pharmacology: “Suppression
by the cannabinoid CB1 receptor antagonist, rimonabant, of the reinforcing and
motivational properties of a chocolate-flavoured beverage in rats”, Paola
Maccioni (1,2), Daniela Pes (1,2), Mauro A.M. Carai (1), Gian Luigi Gessa (1),
Giancarlo Colombo (1) 1
Istituto Neuroscienze, Cnr Cagliari 2 Dipartimento di neuroscienze “Bernard B. Brodie”,
Università di Cagliari Per
informazioni: Giancarlo Colombo,
Istituto di neuroscienze (In) del Cnr, Cagliari, tel. 070/302227, e-mail giancarlo.colombo@cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Marzo/29_mar_2008.htm
Ulcere cicatrizzate con la molecola di
Rita Levi Montalcini Sperimentata con successo, è priva di effetti collaterali ed è in grado di cicatrizzare le ulcere oculari e
cutanee. I risultati dello studio CNR-Università di Roma, Tor Vergata, Campus
biomedico, sono stati pubblicati sulla
rivista internazionale Pharmacological Research Le ulcere oculari e le ulcere cutanee rappresentano un
problema di notevole impatto sociale, clinico ed economico per il servizio
sanitario nazionale: si tratta di patologie molto diffuse, in gran parte prive
di terapie adeguate e risolutive. Un importante passo in avanti arriva da uno
studio dei ricercatori Questi risultati sono
frutto di una lunga e consolidata attività di ricerca di base, preclinica e
clinica sulla molecola NGF condotta prima su modelli animali e recentemente
anche nell’uomo da Aloe e Lambiase. “Un
auspicio importante”, sottolineano i ricercatori, “è la produzione su scala
industriale di NGF ricombinante umano, obiettivo che l’industria biotecnologica
potrebbe nell’arco di breve tempo realizzare. La disponibilità di NGF come
farmaco permetterebbe di estendere i risultati fin qui ottenuti per la cura
delle ulcere oculari cutanee che da anni hanno bisogno di una terapia
risolutiva”. “I risultati di questo nostro studio”,
conclude Aloe, “portano ulteriormente all’attenzione della comunità scientifica
e medica il potenziale clinico della molecola, non solo per le ulcere cutanee,
ma somministrato come collirio o spray nasale, anche per ridurre il decorso
degenerativo di neuroni cerebrali in pazienti
affetti dal morbo di Alzheimer”. La ricerca, finanziata dal CNR, è stata recentemente pubblicata sulla rivista scientifica
internazionale Pharmacological
Research.
Roma, 18 marzo
2008
La scheda: Chi: Istituto di Neurobiologia e
Medicina Molecolare del CNR, Roma; Università Tor Vergata, Campus Biomedico,
Roma Che cosa: Individuata l’efficacia della
somministrazione topica della molecola NGF per curare ulcere oculari e cutanee
Per Informazioni: tratto da: http://www.stampa.cnr.it/docUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Marzo/28_mar_2008.htm
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