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La pagina è realizzata con lo scopo di promuovere l'interesse per la scienza: gli articoli citati e i comunicati sono redatti dal CNR che li pubblica sul proprio sito. Il sito del CNR ha questo indirizzo: http://www.cnr.it/sitocnr/home.html
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COMUNICATI: |
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LuMiR e la salute corre in rete Il Vaticano? "uno zoo ... sacro" GDF5, un nuovo gene responsabile dell’altezza Colesterolo e trigliceridi: scoperti 7 nuovi geni colpevoli |
Rifiuti: arriva Thor, il riciclaggio indifferenziato ll pomodoro anti-infiammatorio Internet ".it" compie vent'anni Il Monsone Africano protagonista del clima Quando il Santo Uffizio respingeva i clandestini |
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Rivalutati i radicali
liberi Una nuova funzione (benefica) nella
regolazione della normale espressione genica rivelata da una ricerca di base dell’Isa-Cnr, pubblicata su Science E’ a tutti noto che i radicali liberi sono responsabili dell’invecchiamento e dell’insorgenza di patologie degenerative e/o proliferative, come il cancro. Una recente scoperta effettuata
presso l’Istituto di Scienze dell’Alimentazione (Isa) del Cnr di Avellino,
diretto da Come è noto, il nostro DNA, una molecola di circa due metri di lunghezza, è contenuto nel nucleo delle cellule, che ha un diametro medio di 5-7 milionesimi di metro. Ciò è possibile grazie ad una specifica classe di proteine nucleari, gli istoni, che lo ‘impacchettano’. Tuttavia, sia nel processo di duplicazione cellulare che di trascrizione, necessario per il normale funzionamento della cellula, il DNA deve essere ‘srotolato’: anche questo secondo compito è svolto dagli istoni, grazie a specifiche modifiche post-traduzionali (essenzialmente acetilazione, metilazione e fosforilazione) cui questi ultimi vanno incontro a livello delle loro code amino-terminali. “Nell’ambito di uno studio teso a decifrare il ruolo svolto da specifiche modificazioni delle code istoniche sulla espressione dei geni regolati da estrogeni, e del ruolo di questi ultimi nello sviluppo e progressione del carcinoma mammario”, spiega Bruno Perillo dell’Isa-Cnr, “abbiamo scoperto che la de-metilazione di uno specifico residuo dell’istone H3, indotta dalla stimolazione da estradiolo, innesca uno stress ossidativo che in ultima analisi rende il DNA accessibile ai fattori di trascrizione e promuove di conseguenza uno stato di ‘accensione genica”. In particolare, “l’acqua ossigenata, che è uno dei radicali liberi più temuti, nel sistema biologico da noi studiato, svolge il suo ruolo mutageno, ma è proprio tale mutazione in specifici siti del DNA che consente la normale espressione dei geni contigui. Infatti, i siti mutati vengono riconosciuti dagli enzimi preposti al riparo del DNA, i quali, rimuovendoli, creano nel DNA dei buchi che consentono lo ‘srotolamento’ della specifica regione che deve essere letta per essere trascritta”. Tale scoperta, oltre a rivalutare gli effetti dei radicali liberi sulle cellule umane, assegna un nuovo ed inatteso ruolo agli enzimi di riparo del DNA, che non hanno, quindi, la sola funzione di correggere gli errori presenti nel nostro patrimonio genetico, ma rappresentano anche parte integrante dell’apparato di trascrizione, che consente l’espressione dei geni e, di conseguenza, la sintesi delle proteine. I risultati pubblicati dal gruppo dell’Isa-Cnr sono importanti perché identificano nuovi attori nella regolazione dell’espressione genica, gli enzimi di riparo appunto, che potrebbero pertanto costituire il bersaglio di nuove terapie molecolari. Questa ricerca consente, inoltre, di muovere un passo in avanti verso la comprensione delle risposte cellulari ormono-dipendenti e di stabilire nuove correlazioni molecolari con fenotipi tumorali, come il carcinoma mammario. Questo lavoro è stato condotto dal team dell’Isa-Cnr in collaborazione con Enrico Avvedimento e Lorenzo Chiariotti, Dipartimento di Biologia e Patologia Cellulare e Molecolare dell’Università di Napoli Federico II, e con Ciro Abbondanza, Dipartimento di Patologia Generale della Seconda Università di Napoli. Roma, 31 gennaio 2008 La scheda Che cosa: un nuovo ruolo dei radicali liberi nel normale controllo dell’espressione genica. Chi: Istituto di Scienze dell’Alimentazione (ISA) CNR, Avellino Per informazioni: Bruno Perillo, Isa-Cnr, e-mail: perillo@unina.it, tel. 0825/299 461 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Febbraio/9_FEB_2008.HTM
LuMiR e la salute corre in
rete Un click sul
computer per conoscere la storia clinica del paziente che si sta visitando. E’
quanto promette LuMiR, l’ambizioso progetto realizzato dall’Itb-Cnr per la
regione Basilicata, che consentirà ai medici lucani di condividere i dati utili
alla cura della salute del cittadino Esami clinici ripetuti inutilmente più volte, mancanza di scambio di informazioni tra strutture sanitarie diverse, e talvolta anche all’interno della stessa. Quanti pazienti si sono trovati a soffrire disagi dovuti a banali gap di comunicazione? A queste difficoltà si oppone la possibilità di integrare servizi come il fascicolo sanitario elettronico, la cartella virtuale e il libretto sanitario elettronico. Se ne discuterà domani, martedì 29 gennaio, a Potenza, nel corso del convegno “Il fascicolo sanitario elettronico”, organizzato dalla Regione Basilicata e dall’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Itb-Cnr). L’iniziativa rappresenta l’avvio del progetto LuMiR (Lucania Medici in Rete), realizzato dall’Itb-Cnr per l’assessorato alla salute della regione Basilicata e che intende sperimentare l’informatizzazione integrale del sistema sanitario lucano. “Con un semplice click,
gli operatori sanitari autorizzati potranno conoscere la storia clinica dei
pazienti mediante informazioni sintetiche o complete sui loro eventi clinici
(malattie, visite mediche, ricoveri, etc.)”, spiega Fabrizio Ricci, della
sezione ‘sanità elettronica’ dell’Itb-Cnr e responsabile di LuMiR. “Ma
soprattutto la rete coinvolgerà i medici specialisti, i centri diagnostici ed i
laboratori di analisi, i presidi ed i reparti ospedalieri, le farmacie e le Asl,
modificando definitivamente la comunicazione in tema di salute”.
Il progetto intende
favorire la comunicazione e condivisione delle informazioni tra gli operatori
socio-sanitari della Regione attraverso l’integrazione telematica e si innesta
nel contesto del progetto nazionale Rmmg (Rete dei medici di medicina generale),
che prevede la realizzazione di un sistema in grado di fornire
l’interconnessione in rete tra medici e l’accesso interattivo dei cittadini al
Sistema informativo sanitario regionale.
“La ‘salute in rete’ rappresenta un’opportunità per la comunità sanitaria lucana e, speriamo, il trampolino di lancio a livello nazionale”, prosegue Ricci. “La costruzione di una comunità virtuale tra i medici consentirà di migliorare l’appropriatezza degli interventi terapeutici, evitare ripetizioni di indagini diagnostiche, utilizzare al meglio i poli ospedalieri, in una frase: favorire la continuità della cura superando i vincoli di spazio e tempo in una struttura sanitaria virtuale”. Inoltre, l’applicazione di LuMiR darà modo di potenziare gli attuali sistemi tecnologici ed informativi, presenti già da tempo in Basilicata. “Saranno organizzati adeguati corsi di formazione residenziale che coinvolgeranno in prima battuta i medici di base”, conclude Ricci. “Nei prossimi mesi è prevista una prima fase di sperimentazione in alcune Asl con il diretto coinvolgimento dei medici su specifiche patologie, come lo scompenso cardiaco, e sui relativi servizi sanitari”. “Si tratta di un'attività assai
ambiziosa di telemedicina”, afferma l’assessore Antonio Potenza, “che pone
Roma, 28 gennaio 2008 In allegato: programma del convegno La
scheda Chi: Istituto di
tecnologie biomediche (Itb),Cnr Roma Che cosa: avvio progetto LuMiR (Lucania Medici in Rete) nell’ambito del convegno “Il fascicolo sanitario elettronico” Dove: Potenza, Regione Basilicata, Sala Inguscio, Via della regione Basilicata 9 Quando: 29 gennaio, ore 9.00 Per informazioni: Fabrizio Ricci, Istituto di tecnologie
biomediche (Itb) del Cnr, Roma, tel. 06/441622, e-mail fabrizio.ricci@itb.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Gennaio/8_GEN_2008.HTM
Il
Vaticano? “Uno zoo… sacro” Centinaia di api e colombe, e poi draghi, leoni, persino cani e pipistrelli, tra i tanti animali che popolano la Basilica di San Pietro. Ad analizzare per la prima volta questo ricco bestiario, legato a miti e alle Sacre scritture, è un volume edito dal Consiglio nazionale delle ricerche
Un ‘safari’ nella Basilica Vaticana è un’esperienza imperdibile per chi desidera cogliere la magnificenza di San Pietro con uno sguardo insolito e curioso. Il primo catalogo degli animali de “Lo zoo sacro vaticano” è l’omonimo volume appena edito dal Consiglio nazionale delle ricerche, opera dello studioso Sandro Barbagallo, che raccoglie e analizza questo bestiario scolpito e dipinto. Il monumento emblema della Cristianità, infatti, è ‘popolato’ non solo da Apostoli, Santi e Papi realizzati da artisti di tutti i tempi, ma anche da una ricchissima fauna, domestica, feroce o fantastica, che richiama simboli, allegorie, miti, storie sacre. Circa 500 api, 470 colombe, 100 draghi, 38 leoni, 35 aquile, 24 serpenti, 15 agnelli, 7 delfini, 4 cani, 3 pipistrelli, 2 lucertole, un gatto, un coccodrillo, un unicorno. Da questo lavoro edito dal CNR, unico nel suo genere, emerge che la fauna presente nella Basilica ha una funzione per il 90% simbolica o allegorica e solo per il restante 10% puramente decorativa. “Il libro nasce proprio dalla curiosità verso il significato che un animale assume in ragione della collocazione o vicinanza a un personaggio”, spiega l’autore, “ma la sua utilità non si ferma alla mera erudizione, l’intento è quello di colmare una precisa lacuna culturale, considerata anche la conoscenza sempre meno approfondita sia della letteratura greco-latina, sia della Bibbia, fonti alle quali i simboli zoomorfi che ho studiato, già presenti nella letteratura classica ma poi mutuati dal Cristianesimo, si riferiscono quasi sempre”. Ben 67 le ‘specie’ diverse censite e riccamente illustrate nel libro. A partire dalla piazza antistante la Basilica, spiccano: i delfini della fontana del Bernini, assurti a simbolo del Cristo Salvatore dalla fine del secolo II, proprio quali salvatori di naufraghi; il porco messo al guinzaglio da Antonio Abate, a indicare le tentazioni sconfitte del Santo; il cane di San Vito sul colonnato, simbolo di fedeltà; l’aquila e il drago nello stemma Borghese sulla facciata, la prima rappresentazione del Cristo trionfante, il secondo di perspicacia e prudenza, ma anche della vigilanza dei luoghi sacri; il serpente della Prudenza nell’Atrio rimanda invece al Vangelo di Matteo, “ecco: vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”. Ai piedi della Scala Regia troviamo poi il cavallo di Costantino, nel baldacchino la lucertola, nella navata centrale l’unicorno, animale che non si lascia prendere, se non per mano d’una vergine, in quella laterale, il leone custode dei luoghi sacri del Monumento a Papa Clemente XIII. Se sono più prevedibili le 470 colombe, simbolo dello Spirito Santo e citate in tanti episodi delle Sacre Scritture come il Battesimo di Gesù, colpisce che l’animale più rappresentato in assoluto siano le api, ad esempio le molte poste alla base del baldacchino: “Richiamano l’industriosità, la fatica, la tenacia e l’eloquenza”, spiega Barbagallo, “da collegare allo stemma dei Barberini, tra i committenti della Basilica”. Titolare questo ‘bestiario’ di San Pietro “Lo zoo sacro vaticano” non è una battuta irriverente, ma la citazione di un aneddoto preciso. “L’artista Emilio Greco, presentando il bozzetto del monumento a papa Giovanni XXIII”, racconta Barbagallo, “suscitò il disappunto del cardinale Mario Nasalli Rocca a causa della presenza di un cane. Ma Giovanni Fallani, presidente della Commissione per la Tutela dei Monumenti Storici e Artistici della Santa Sede, rispose: ‘In San Pietro, ci sono talmente tanti animali, che è quasi uno zoo sacro’”. Il libro analizza anche il pregiudizio verso gli animali che può aver ispirato le parole del cardinale, “la cui radice va ricercata nel fraintendimento di quanto scrive la Bibbia, nella quale l’uomo sembra invitato a dominare gli animali”, conclude Barbagallo. Ma grazie alla favolistica umanizzante di Esopo o Fedro, e ai pitagorici, ancor prima dei cristiani, sostenitori della bontà anche verso gli animali, “molti di essi sono entrati nell’immaginario collettivo e nell’iconografia tradizionale, tanto da divenire archetipi della cultura occidentale”. Nato a Catania, diplomato in Conservazione di Beni Archivistici presso l’Archivio Segreto Vaticano e in Storia dell’Arte, Barbagallo ha curato numerose mostre e monografie e collabora con alcune riviste d’arte. Il volume consta di 320 pagine, con 270 foto a colori (prezzo 70 euro) e può essere richiesto all’Ufficio pubblicazioni del CNR. Il libro verrà presentato il
giorno 18 febbraio, alle ore 18.30, a Roma, presso Sono
disponibili le immagini per i giornalisti. Roma, 25 gennaio 2008 La scheda: Che cosa: Volume “Lo zoo sacro Vaticano. Iconografia e Iconologia zoomorfa nella Basilica di San Pietro”, edito dal Consiglio nazionale delle ricerche Chi: per acquisto del volume Ufficio Vendite Pubblicazioni del Cnr,
dr.ssa Mara Mallardo, tel. 06/49932204, e-mail: mara.mallardo@cnr.it Per informazioni ai giornalisti: Sandro Barbagallo, tel. 06/5895818, 0761/587239, e mail: barbagallo.s@libero.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Gennaio/7_GEN_2008.HTM
Sulle orme di
San Filippo Nell’antica Hierapolis, in Turchia, la
Missione Archeologica Italiana guidata dall’Ibam - Cnr ha portato alla luce, con
l’aiuto di immagini satellitari, la strada processionale percorsa dai pellegrini per raggiungere il
sepolcro dell’Apostolo
Riaffiora a Hierapolis, l’odierna Pammukkale, in Turchia, la strada che conduceva i pellegrini al sepolcro di San Filippo. La scoperta si deve allo studio delle immagini telerilevate - riprese dal satellite americano Quik Bird, in orbita a 450 km dalla Terra - effettuato dai ricercatori della Missione Archeologica Italiana, diretta da Francesco D’Andria, direttore dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali (Ibam) del Consiglio nazionale delle ricerche. Questo metodo innovativo ha consentito di indagare la parte nord-orientale di Hierapolis, area inaccessibile a causa della presenza di cumuli di pietre e della fitta vegetazione spontanea. La scoperta si aggiunge alle tante ‘conquiste’ della Missione italiana che quest’anno compie cinquant’anni di attività tesa a ricostruire lo sviluppo urbanistico della città, in epoca romana e bizantina, interrotto dai numerosi sismi che devastarono la regione. Il Martyrion, ovvero il mausoleo di San Filippo risale al periodo cristiano, allorché Hierapolis divenne luogo di devozione e, insieme con Efeso, dove fu sepolto l’evangelista Giovanni, assunse il ruolo di riferimento della Cristianità nell’Asia Minore. Per questa fase si sono rivelate di straordinaria utilità le immagini del satellite, grazie alle quali gli studiosi hanno potuto integrare le lacune sulla topografia. “E’ stato possibile identificare la grande strada processionale nascosta dai crolli che, dal centro della città, si dirigeva verso la collina orientale dove, nel V sec. d.C., fu costruito, sulla tomba dell’apostolo, il grande Martyrion a pianta ottagonale, il più importante monumento della città cristiana”, spiega D’Andria. Attualmente sono in corso gli
scavi che permetteranno ai visitatori ripercorrere la via devozionale,
ricostruita attraverso i ritrovamenti: “Il lastricato che raggiunge
Lungo l’itinerario, sorgeva un secondo edificio a pianta ottagonale ancora in corso di scavo, identificabile con un impianto termale dove i fedeli, che arrivavano da tutta l’Anatolia, si purificavano prima di iniziare la salita verso il santuario”. Dall’analisi dei dati di scavo emerge che “l’ottagono di San Filippo non sorgeva in un luogo isolato”, continua D’Andria, “ma era strettamente collegato alla città attraverso questa strada e appariva circondato da numerosi edifici che si integrano con i ruderi della precedente necropoli romana. Nell’area dell’edificio è stato quindi possibile ravvisare una radicale trasformazione del primitivo assetto urbano di età ellenistico-romana. Tale cambiamento fi determinato dalla erezione della struttura martiriale, innalzata nel V. sec. d.C. su una collina fuori dal perimetro dell’abitato, in una zona già occupata dalle necropoli”. Ad attestare la diffusione del
culto del Santo è inoltre il ritrovamento di un sigillo in piombo con l’immagine
di San Filippo, riferibile al VI -VII secolo d. C., quando la città assunse il
ruolo di metropoli. “Tra il V e il VI secolo il culto da Hierapolis si propagò
in altri centri del Mediterraneo e raggiunse anche Roma”, conclude lo studioso,
“come appare evidente dalla dedicazione
della Basilica dei Santi Apostoli, originariamente intitolata a Giacomo e
Filippo, che custodisce le reliquie del martirizzato”.
Tra i principali complessi monumentali del sito archeologico spiccano le due porte onorarie lungo l’asse viario principale, la grande piazza, una delle più vaste dell’Asia Minore e del mondo antico, larga circa 170 metri e lunga 280, i due ninfei con sculture in marmo, il Santuario di Apollo, le vaste Terme centrali, che ospitano il Museo Archeologico e il Teatro completamente conservato. Il sito è stato dichiarato
dall’Unesco Patrimonio dell’umanità non per solo i monumentali resti, ma anche
per la particolare morfologia paesaggistica: il luogo, infatti, è meglio noto
con il nome Pammukkale, “il castello di cotone” per le candide e spettacolari
formazioni di travertino create dalle acque calcaree che sgorgano dalle sorgenti
termali. La sistemazione e il restauro del grande
complesso martiriale costituiscono uno degli obiettivi prioritari della Missione
supportata dai finanziamenti del Ministero Affari Esteri, del Ministero
dell’Università e Ricerca scientifica, del Consiglio Nazionale delle Ricerche,
dell’Università del Salento-Lecce e del Politecnico di Torino, oltre che da
sponsor privati come Fowa, Fiat SpA, Astaldi e Roma, 21 gennaio
2008 La scheda: Che cosa: scoperta archeologica a Hierapolis in Turchia Chi: Missione Archeologica Italiana
diretta dall’Ibam-Cnr Per informazioni: prof. Francesco D’Andria, Direttore dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali (Ibam) del Cnr, Lecce, Ordinario di Archeologia Classica presso l’Università del Salento, tel. 0832/422201-307053, , e mail: francesco.dandria@unile.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Gennaio/6_GEN_2008.HTM
GDF5, un nuovo gene responsabile dell’altezza Ricercatori dell’INN
CNR di Cagliari hanno scoperto per la
prima volta la connessione tra basi genetiche della statura e l’osteoartrite,
malattia di cui soffre quasi un italiano su dieci. Lo studio pubblicato su
Nature
Genetics In uno studio sull’intero genoma
che coinvolge più di 35.000 persone, un gruppo di ricercatori italiani
dell’Istituto di Neurogenetica e Neurofarmacologia (INN) del Consiglio Nazionale
delle Ricerche di Cagliari, in collaborazione con altri gruppi internazionali,
ha scoperto nell’ambito del Progetto ProgeNIA che un polimorfismo del DNA,
recentemente legato all’osteoartrite, ha un ruolo essenziale nella
determinazione dell’altezza di un individuo. “Fino ad ora si conosceva solo un
altro gene responsabile della variazione nella statura”, spiega L’osteoartrite è da molto tempo uno dei più comuni tipi di artrite e ne soffrono cinque milioni di italiani, cioè quasi il 10%. La malattia degenerativa, che per prima cosa intacca la cartilagine, si presenta soprattutto tra i più anziani. “Si sa che i
fattori genetici sono responsabili per almeno l’80% della variazione
dell’altezza tra le persone”, prosegue Sanna, “tuttavia le nuove varianti
geniche da noi identificate, insieme con quelle presenti nel HMGA2 recentemente scoperte da un
altro gruppo di ricerca con cui collaboriamo, sono responsabili per meno dell’1%
della variazione dell’altezza. Ovviamente questa scoperta è l’inizio di un lungo
lavoro di ricerca. Conoscere tutti i geni legati alla statura permetterà, per
esempio, di evitare la corsa frenetica alla ricerca di eventuali disfunzioni,
quali disordini del metabolismo, per spiegare la crescita più lenta del neonato.
La risposta sarà semplicemente scritta nel suo DNA”. Osservazioni fatte da medici
specialisti associano in genere l’alto rischio di osteoartrite alle persone di
bassa statura. Tuttavia, sono state riscontrate anche relazioni opposte. I
ricercatori pensano che entrambi gli estremi dell’altezza possano dunque essere
associati con l’osteoartrite, per diverse ragioni: ossa più corte e/o meno
cartilagine possono rendere le giunture più suscettibili al danno; allo stesso
tempo ossa più lunghe possono produrre maggiori danni dovuti allo stress sulle
giunture. “Solo grazie alla collaborazione tra
ricercatori di diversi istituti specializzati in diverse discipline”, sottolinea
la ricercatrice, “possiamo studiare la complessità di malattie comuni e tratti
quantitativi in maniera molto più efficace, come con questo lavoro”. Lo
studio è frutto di un’innovativa collaborazione internazionale di sette gruppi
di ricerca. I ricercatori dell’INN hanno iniziato studiando il genoma di 4.300
volontari di origine sarda e provenienti in particolare dalla regione
dell’Ogliastra, partecipanti al progetto ProgeNIA (noto negli USA anche come
SardiNIA). I loro dati sono stati poi combinati con quelli del gruppo FUSION,
uno studio sul diabete mellito in Finlandia, che comprende più di 2.300 persone.
I risultati iniziali sono stati poi replicati e confermati in altri 24.000
individui di origine europea e circa 4.000 afro-americani. “Questo tipo di collaborazione internazionale ci ha
permesso di confermare come la Sardegna, grazie alla sua omogeneità, sia la
popolazione ideale per questo tipo di studi”, dice il prof.
La ricerca è stata finanziata da: National Institute of Aging (NIA), National Human Genome Research Institute (NHGRI), National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Disease (NIDDK) e National Heart, Lung and Blood Institute (NHLBI), tutti facenti capo all’Istituto Superiore della Sanità Americana: National Institute of Health (NIH) Roma, 14 gennaio 2008 La scheda: Chi: Istituto di Neurogenetica e
Neurofarmacologia (INN) del CNR di Cagliari Che cosa: scoperto ruolo di un
polimorfismo del DNA legato all’osteoartrite, nella determinazione dell’altezza
di un individuo tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Gennaio/5_GEN_2008.HTM
Colesterolo e trigliceridi: scoperti 7 nuovi geni
‘colpevoli’ Individuati nuovi geni responsabili della
produzione e dell’accumulo dei lipidi nelle arterie. Lo studio, realizzato
nell’ambito del progetto Progenia dell’INN-CNR e pubblicato su Nature Genetics, apre la strada a nuove strategie di
prevenzione e trattamento per le malattie coronariche Un gruppo di ricercatori
dell’Istituto di Neurogenetica e Neurofarmacologia (INN) del Consiglio Nazionale
delle Ricerche di Cagliari, in collaborazione con vari gruppi internazionali, ha
analizzato l’intero genoma di oltre 20.000 individui, scoprendo sette nuovi geni
responsabili dell’aumento del colesterolo e trigliceridi e confermando 11 geni
precedentemente scoperti da altri gruppi. “Sappiamo che molti fattori, come la sedentarietà, la dieta e il fumo, influenzano la produzione e l’accumulo dei lipidi nelle arterie”, spiega Serena Sanna, ricercatrice del progetto ProgeNIA dell’Inn-Cnr, che ha condotto questo studio in collaborazione con Cristen Willer del progetto FUSION. “Conoscere i fattori genetici collegati può aiutare invece a capire quali siano i meccanismi di base dell’organismo che ne regolano il metabolismo, e il loro contributo nello sviluppo delle malattie cardiovascolari. Queste conoscenze permettono di poter attuare un processo di prevenzione nei soggetti a rischio e delle terapie mirate per i pazienti”. Per scoprire se queste varianti del DNA associate con i lipidi influenzano anche il rischio delle malattie coronariche, i ricercatori dell’INN-CNR hanno utilizzato un approccio nuovo, noto come ‘Genome-Wide Association study’ (GWAS). “Il DNA di ogni individuo è stato genotipizzato per 360 mila variazioni nucleotidiche (SNPs)”, precisa Serena Sanna, su 4300 individui sardi. “Il completamento della mappa del genoma (HapMap), e la messa a punto di nuovi metodi di statistica inferenziale hanno fornito una marcia in più a tali studi, permettendo di caratterizzare oltre 2 milioni di variazioni di sequenze del DNA, attraverso l'analisi molecolare diretta di un numero limitato di varianti per ciascun individuo, realizzando così un notevole abbattimento dei costi e delle spese”. I ricercatori hanno confrontato i loro risultati con quelli di un recente studio di genome-wide association sulle patologie delle coronarie del Wellcome Trust Case Control Consortium, che ha coinvolto 15.000 volontari dell’Inghilterra. Si è così scoperto che tutte le
varianti geniche responsabili per alti valori di LDL-c, o ‘colesterolo cattivo’,
sono più frequenti tra persone con affezioni coronariche. Anche le persone con
varianti geniche associate con alti valori di trigliceridi hanno un maggiore
rischio di sviluppare tali malattie, sebbene la relazione non sia altrettanto
forte come con le varianti per LDL-c. Le patologie coronariche, come l’infarto e l’ictus, sono la causa principale di morte e di invalidità nei paesi industrializzati e la loro prevalenza sta aumentando rapidamente nei paesi in via di sviluppo. Solitamente sono causate dall’aterosclerosi, un processo caratterizzato da un deposito di lipoproteine a bassa densità o di LDL-c nelle arterie che forniscono sangue al cuore e al cervello, la cui ostruzione comporta una inadeguata quantità di sangue in questi organi, da cui scaturisce infarto o ictus. Diversi studi hanno dimostrato l’associazione tra i livelli dei lipidi e queste malattie: i livelli di LDL-c sono associati con un aumento del rischio di malattie delle coronarie, mentre livelli alti di HDL-c sono associati con una diminuzione del rischio. Oltre
a ProgeNIA, ha collaborato a questo lavoro il gruppo FUSION, che studia il
diabete mellito in una popolazione della Finlandia, e il gruppo DGI, che studia
anch’esso le basi genetiche del diabete di tipo 2 nella popolazione svedese e
finlandese. Alla ricerca hanno poi collaborato anche altri ricercatori francesi,
inglesi e di vari gruppi degli Stati Uniti. “ProgeNIA indaga i geni di 6000
abitanti dell’Ogliastra una regione della Sardegna che è rimasta isolata per
millenni a causa della sua insularità e che probabilmente deriva da un numero
ristretto di individui ‘fondatori”, precisa il professor La ricerca è stata finanziata dai
seguenti istituti americani: National Institute of Aging (NIA), National Human
Genome Research Institute (NHGRI), National Institute of Diabetes and Digestive
and Kidney Disease (NIDDK) e National Heart, Lung and Blood Institute (NHLBI),
tutti facenti capo all’Istituto Superiore della Sanità Americana: National
Institute of Health (NIH). La ricerca per il gruppo DGI è invece finanziata dal
Broad Institute of Harvard and MIT, a Cambridge, Massachusset; dalla Universita’
di Lund University di Malmo, in Svezia; e dalla Novartis, a Basel, in
Svizzera. Roma, 14 gennaio 2008 La scheda: Chi: Istituto di Neurogenetica e
Neurofarmacologia (INN) del CNR di Cagliari Che cosa: individuati 7 nuovi geni
responsabili di colesterolo e trigliceridi tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Gennaio/4_GEN_2008.HTM
Una ‘Second
Life’ per la Via Flaminia Visitare monumenti, incontrare Livia nella
sua dimora, calpestare il basolato della
strada tra la vegetazione antica. Sarà possibile nel primo Museo virtuale
archeologico multi-utente in Europa, dedicato alla via consolare, realizzato
dall’Itabc del Cnr e allestito nel Museo Nazionale Romano Quattro avatar, Marta, Katrina, Mike e Omar, si aggirano tra i resti della villa di Livia, sulla via Flaminia, strada consolare romana che collegava Roma con Rimini. ‘Ma com’era la residenza ai tempi di Augusto?’, si chiedono i visitatori cibernetici. Con uno straordinario salto temporale, i quattro si ritrovano in epoca romana, tra triclini, cortili affrescati e giardini, accolti dalla padrona di casa, Livia, che li intrattiene raccontando la sua vita. Visitare la strada romana e i monumenti ormai scomparsi è adesso possibile grazie alla ricostruzione virtuale realizzata dal team di Maurizio Forte dell’Istituto di tecnologie applicate ai beni culturali–Virtual Heritage Lab del Consiglio nazionale delle ricerche (Itabc-Cnr). Il “Museo virtuale della Via Flaminia antica”, inaugurato oggi, ha sede permanente in una sala del Museo Nazionale Romano alle terme di Diocleziano, a Roma, messo a disposizione dalla Soprintendenza Archeologica di Roma affinché il pubblico possa fruire del risultato del progetto del Cnr. Quattro postazioni interattive consentono agli utenti-avatar di entrare contemporaneamente nella dimora imperiale o nel sito archeologico di Grottarossa, condividendo le scoperte e incontrando direttamente alcuni protagonisti, quali il giardiniere e il pittore della dimora di Livia, Livia stessa, un soldato di Augusto o addirittura l’imperatore ‘in persona’. Il restante pubblico, grazie a occhiali stereoscopici, potrà in contemporanea osservare su un grande schermo quello che accade sui monitor e calarsi nella realtà 3D. Il risultato ha richiesto oltre due anni di lavoro, un’équipe di venti fra archeologi, architetti, informatici, storici dell’arte, esperti in paleoambiente, impegnati nella creazione di un mondo virtuale ‘vivo’, fatto di paesaggi, fauna, flora, comportamenti umani e territori popolati, in grado di integrare e affiancare il tessuto urbano odierno e il mondo antico. “Sul grande schermo allestito nella sala, l’esplorazione si modifica in tempo reale in base a ciò che i quattro utenti attuano in una duplice prospettiva, singola e collettiva, con effetti di grande spettacolo e coinvolgimento generale”, spiega Maurizio Forte. “E’ il primo caso europeo di museo virtuale archeologico condiviso in cui il visitatore è il reale protagonista del cyberspazio per apprendere contenuti informativi complessi attraverso comportamenti immersivi”. Quattro sono le tappe previste nel ‘viaggio virtuale’: Ponte Milvio, uno dei più antichi di Roma, reso celebre dalla famosa battaglia tra Massenzio e Costantino; l’area archeologica di Grottarossa; la Villa di Livia, moglie di Augusto, a Prima Porta; Malborghetto, un casale fortificato in epoca medievale che racchiude un arco del IV secolo d.C. Due, invece, i livelli di osservazione dell’arteria: il sistema ripropone la ricostruzione in 3D del paesaggio antico relativo al tratto romano, con un collegamento alla sede museale, nella cui sezione epigrafica sono esposti i materiali provenienti dal sepolcreto presso Ponte Milvio e dal Santuario di Anna Perenna; l’intero asse viario moderno è stato invece mappato e rielaborato con foto satellitari, aeree, carte storiche e topografiche. Tutte le aree archeologiche sono state rilevate con tecnologie ad alta precisione: GPS differenziali, fotocamere ad alta risoluzione, sistemi di telerilevamento e scanner laser, per un totale di 3.051 mq di modelli. La ricostruzione dei monumenti si è basata sullo studio comparativo di reperti archeologici, fonti letterarie e iconografiche, per ottenere risultati attendibili. “In tal senso vorrei aggiungere che l’Itabc-Cnr ha da poco firmato il ‘London Charter’, un documento europeo che suggerisce alcune linee guida affinché i prodotti virtuali rispondano a criteri di scientificità e trasparenza delle fonti documentarie”, commenta il ricercatore. “La ricostruzione della Via Flaminia è il primo prodotto che segue questa direttiva. Il nostro sistema permetterà di verificare quali sono le aree più visitate dagli utenti-avatar, decretando il successo di un sito piuttosto che di un altro”. Il progetto, nato nel 2005, promosso e finanziato da Arcus SpA, oltre all’installazione multi-utente per il Museo, comprende una serie di eventi: un’applicazione per Second Life, un sito web interamente dedicato al progetto che via via verrà aggiornato nel tempo, un sistema di navigazione interattivo VR webGIS e una monografia sulla Villa di Livia edita dall'Erma di Bretschneider. Le immagini sono scaricabili dal sito: http://www.vhlab.itabc.cnr.it/flaminiapress (user: pressuser, password: pressarea543); http://www.vhlab.itabc.cnr.it/flaminia Roma, 8 gennaio 2008 La scheda: Che cosa: Conferenza stampa per la presentazione del Museo Virtuale della Via Flaminia Chi: Istituto per le tecnologie applicate ai beni culturali del Cnr, Soprintendenza Archeologica di Roma, Arcus SpA Dove: Roma, Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano, Viale E. De Nicola, 79, Quando: 8 gennaio, ore 11.30 Informazioni per la stampa: Itabc-Cnr: Maurizio Forte, tel. 06/90672721, Sofia Pescarin, tel. 06/90672721, e mail: sofia.pescarin@itabc.cnr.it, Augusto Palombini tel. 06/90672721, e mail: augusto.palombini@itabc.cnr.it; sito web: http://www.vhlab.itabc.cnr.it/flaminia per il pubblico: prenotazioni www.pierreci.it, tel. 06/39967700 tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Gennaio/3_GEN_2008.HTM
Rifiuti: arriva Thor, il sistema di riciclaggio
‘indifferenziato’ Un sistema sviluppato dal Cnr permette di recuperare e raffinare i rifiuti solidi urbani senza passare per i cassonetti differenziati. Costa un quinto della spesa per lo smaltimento di un inceneritore e restituisce materiali utili e combustibile dal potere calorico elevato Quanto sia oneroso e problematico il
trattamento dei rifiuti, lo dimostra la “tragedia” della Campania alla quale
media e istituzioni stanno prestando la loro allarmata attenzione in questi
giorni. Ma i rifiuti solidi urbani, com’è noto, possono rappresentare
anche una risorsa. In questa direzione va Thor, un sistema sviluppato
dal Consiglio Nazionale delle Ricerche insieme alla Società ASSING SpA di Roma,
che permette di recuperare e raffinare tutti i rifiuti e trasformarli in
materiali da riutilizzare e in combustibile dall’elevato potere calorico, senza
passare per i cassonetti separati della raccolta differenziata. Un passo oltre la raccolta differenziata e il semplice incenerimento, con cui i rifiuti diventano una risorsa e che comporta un costo decisamente inferiore a quello di un inceneritore. Thor (Total house waste recycling - riciclaggio completo dei rifiuti domestici) è una tecnologia ideata e sviluppata interamente in Italia dalla ricerca congiunta pubblica e privata, che si basa su un processo di raffinazione meccanica (meccano-raffinazione) dei materiali di scarto, i quali vengono trattati in modo da separare tutte le componenti utili dalle sostanze dannose o inservibili. Come un ‘mulino’ di nuova generazione, l’impianto Thor riduce i rifiuti a dimensioni microscopiche, inferiori a dieci millesimi di millimetro. Il risultato dell’intero processo è una materia omogenea, purificata dalle parti dannose e dal contenuto calorifico, utilizzabile come combustibile e paragonabile ad un carbone di buona qualità. “Un combustibile utilizzabile con
qualunque tipo di sistema termico”, aggiunge Paolo Plescia, ricercatore
dell’Ismn-Cnr e inventore di Thor, “compresi i motori funzionanti a biodiesel,
le caldaie a vapore, i sistemi di riscaldamento centralizzati e gli impianti di
termovalorizzazione delle biomasse. Infatti, le caratteristiche chimiche del
prodotto che viene generato dalla raffinazione meccanica dei rifiuti solidi
urbani, una volta eliminate le componenti inquinanti sono del tutto analoghe a
quelle delle biomasse, ma rispetto a queste sono povere in zolfo ed esenti da
idrocarburi policiclici”. E’ possibile utilizzare il prodotto sia come
combustibile solido o pellettizzato oppure produrre bio-olio per motori diesel
attraverso la ‘pirolisi’. L’impianto è completamente autonomo: consuma infatti
parte dell’energia che produce e il resto lo cede all’esterno. Il primo impianto THOR, attualmente in funzione in Sicilia, riesce a trattare fino a otto tonnellate l’ora e non ha bisogno di un’area di stoccaggio in attesa del trattamento; è completamente meccanico, non termico e quindi non è necessario tenerlo sempre in funzione, anzi può essere acceso solo quando serve, limitando o eliminando così lo stoccaggio dei rifiuti e i conseguenti odori. Inoltre, è stato progettato anche come impianto mobile, utile per contrastare le emergenze e in tutte le situazioni dove è necessario trattare i rifiuti velocemente, senza scorie e senza impegnare spazi di grandi dimensioni, con un costo contenuto: un impianto da 4 tonnellate/ora occupa un massimo di 300 metri quadrati e ha un costo medio di 2 milioni di euro. L’impianto può essere montato su un camion o su navi. In quest’ultimo caso, la produttività di un impianto imbarcato può salire oltre le dieci tonnellate l’ora e il combustibile, ottenuto dal trattamento, reso liquido da un ‘pirolizzatore’, può essere utilizzato direttamente dal natante o rivenduto all’esterno. “Un impianto di meccano-raffinazione di taglia medio-piccola da 20 mila tonnellate di rifiuti l’anno presenta costi di circa 40 euro per tonnellata di materiale”, spiega Paolo Plescia. “Per una identica quantità, una discarica ne richiederebbe almeno 100 e un inceneritore 250 euro. A questi costi vanno aggiunti quelli di gestione, e in particolare le spese legate allo smaltimento delle scorie e ceneri per gli inceneritori, o della gestione degli odori e dei gas delle discariche, entrambi inesistenti nel Thor. Quanto al calore, i rifiuti che contengono cascami di carta producono 2.500 chilocalorie per chilo, mentre dopo la raffinazione meccanica superano le 5.300 chilocalorie”. Un esempio concreto delle sue possibilità? “Un’area urbana di 5000 abitanti produce circa 50 tonnellate al giorno di rifiuti solidi”, informa il ricercatore. “Con queste Thor permette di ricavare una media giornaliera di 30 tonnellate di combustibile, 3 tonnellate di vetro, 2 tonnellate tra metalli ferrosi e non ferrosi e 1 tonnellata di inerti, nei quali è compresa anche la frazione ricca di cloro dei rifiuti, che viene separata per non inquinare il combustibile”. Il resto dei rifiuti è acqua, che viene espulsa sotto forma di vapore durante il processo di micronizzazione. Il prodotto che esce da Thor è sterilizzato perché le pressioni che si generano nel mulino, dalle 8000 alle 15000 atmosfere, determinano la completa distruzione delle flore batteriche, e, inoltre, non produce odori da fermentazione: resta inerte dal punto di vista biologico, ma combustibile”. Un’altra applicazione interessante di Thor, utile per le isole o le comunità dove scarseggia l’acqua potabile, consiste nell’utilizzazione dell’energia termica prodotta per alimentare un dissalatore, producendo acqua potabile e nello stesso tempo eliminando i rifiuti soldi urbani. Roma, 7 gennaio 2008 La scheda Che cosa: Thor (Total house waste recycling) sistema per il recupero e la raffinazione dei rifiuti solidi urbani Chi: Istituto di studi sui materiali nanostrutturati (Ismn) del Cnr Per informazioni: Paolo Plescia, Istituto di studi sui materiali nanostrutturati (Ismn) del Cnr, tel. 06,90672826 – 335.1335852, e-mail: paolo.plescia@ismn.cnr.it, p.plescia@assing.it
Diossina e
salute in Campania: parte un nuovo studio Per dare la giusta dimensione al problema,
avviata dalla Regione un’indagine di biomonitoraggio umano che non ha precedenti
in Italia per dimensione del campione e che si colloca tra le più ampie condotte
a livello internazionale. Sebiorec sarà condotto, tra gli altri, dall’Istituto
di fisiologia clinica del CNR E'
comprensibile che i cittadini siano allarmati dai rifiuti in decomposizione per
le strade, che producono odori nauseabondi e sono portatori di rischi di
proliferazione di germi patogeni o vettori di malattie verso l'uomo. Tuttavia,
l'incendio dei materiali organici e plastici è la peggiore delle soluzioni
possibili: la combustione non controllata produce infatti miscele di sostanze
tossiche come diossine, policlorobifenili, idrocarburi policiclici aromatici,
alcune delle quali hanno azione cancerogena riconosciuta. La misura
di queste sostanze nell'aria e nel terreno sono dati di inquinamento ambientale
importanti anche per stimare il rischio di esposizione per le persone. Ma le vie
di esposizione sono molteplici e complesse (ingestione, respirazione, contatto)
e sia l'assunzione che l'assorbimento individuale dipendono da diversi fattori
come l'alimentazione, l'occupazione, il luogo di residenza e poi il sesso, l'età
e la suscettibilità genetica. Per questo, la misura diretta di alcune sostanze
nei liquidi biologici (sangue, urine, latte materno) è molto importante per
conoscere l'effettiva dose assorbita. La Regione Campania ha promosso a
tale scopo lo studio Sebiorec,
che prevede il prelievo di campioni di sangue di 780 persone e del latte materno
di 50 donne, in 13 Comuni delle province di Napoli e Caserta, per analizzare il
contenuto di diossine e di metalli pesanti. La lista delle persone coinvolte
sarà composta casualmente, in modo proporzionale alla popolazione locale, in una
fascia di età che va dai 20 ai 64 anni e in Comuni scelti per diverso livello di
rischio ambientale. Lo studio sarà realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità
con la collaborazione di Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale
delle Ricerche (IFC-CNR), Osservatorio Epidemiologico, Registro Tumori presso
Asl Napoli 4 e di cinque tra le Aziende Sanitarie Locali della Regione
Campania. A causa dell’allarme per
l’inquinamento da rifiuti la Protezione Civile aveva già finanziato una indagine
epidemiologica in Regione Campania, realizzata da OMS, ISS e CNR, che ha
consentito di identificare le aree a maggiore rischio per l’ambiente e per la
salute. Dopo ulteriori analisi ambientali e sugli animali, la Regione ha
ritenuto opportuna la realizzazione di uno studio ampio e analitico, che per
dimensione del campione non ha precedenti in Italia e si colloca tra le indagini
più estese condotte a livello internazionale. “Si tratta di informazioni
indispensabili per verificare se il livello di contaminazione ambientale abbia
aumentato davvero l’esposizione della popolazione e per capire i rischi che ciò
può determinare”, spiega Fabrizio Bianchi, dirigente di ricerca dell’IFC-CNR di
Pisa. “Dunque l’indagine che
stiamo avviando non è mirata alla conoscenza dello stato di salute ma
alla
conoscenza del livello di
esposizione pregressa o recente della
popolazione a contaminanti pericolosi la cui presenza è riconosciuta
nell’ambiente, tramite
misura di biomarcatori e anche un questionario sulle abitudini di vita e
di lavoro, indispensabile per capire i dati analitici che verranno ottenuti. E'
evidente che questi dati saranno anche di grande utilità per interpretare in
modo migliore la distribuzione di malattie e decessi sulle stesse aree di
studio”. I risultati di questo tipo di
ricerche sono importanti anche per programmare interventi di riqualificazione e
protezione ambientale, come le bonifiche, e di prevenzione di malattie, che a
questo punto si rendono urgenti. “Questo tipo di ricerca è una delle diverse
attività per la costruzione di un sistema di sorveglianza ambiente-salute
permanente, in grado di dare a cittadini ed amministratori una corretta misura
dei rischi, che serva come guida per identificare le priorità di intervento,
evitando sia la sottostima dei problemi esistenti, sia gli allarmi
ingiustificati. Purtroppo nel campo sanitario ambientale ci sono posizioni che
tendono a minimizzare i rischi ambientali, ma anche che esagerano i danni
sanitari in assenza di dati certi, alimentando le paure della popolazione già
preoccupata. Fare chiarezza in questo senso è doveroso ed è la prima buona
azione che lo studio si propone nei confronti della comunità”. In considerazione della
complessità e delicatezza dello studio, i gruppi scientifici ed i tecnici
coinvolti nella ricerca invitano tutti gli attori in gioco a fare uno sforzo per
coordinarsi nelle ricerche, e nel collaborare a una comunicazione onesta e
chiara. I contenuti specifici dello
studio, le modalità e il valore dei risultati per la popolazione saranno
presentati in riunioni apposite con i medici di base, gli amministratori e le
comunità locali ad iniziare dal mese di gennaio. L’inizio dei prelievi e delle
interviste è previsto per il mese di febbraio. Roma, 2 gennaio 2008 La scheda: Che cosa: studio Sebiorec Chi: Istituto di Fisiologia Clinica del
Consiglio Nazionale delle Ricerche Per informazioni: Fabrizio Bianchi, Istituto di Fisiologia Clinica del CNR di Pisa, tel. 06.492712205, e-mail: fabriepi@ifc.cnr.it, tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2008/Gennaio/1_GEN_2008.HTM
Il pomodoro
anti-infiammatorio I ricercatori del Cnr di
Pozzuoli insieme ai colleghi dell'Università Federico II di Napoli hanno
dimostrato che un polisaccaride,
purificato da bucce di pomodoro, possiede potenziali proprietà
antiinfiammatorie. Il lavoro è stato pubblicato su Journal of Natural
Products E’ il vegetale più famoso del mondo; prima utilizzato solo come ornamento, è diventato il re dell’alimentazione per la molteplicità dei suoi componenti: vitamine, potassio, fosforo, beta-carotene. Contiene anche licopene, un pigmento considerato potenziale agente anticancro. Da oggi, al pomodoro è riconosciuta un’altra proprietà salutare. Un gruppo di ricercatori dell’Istituto di chimica biomolecolare (Icb) del Cnr di Pozzuoli e del Dipartimento di Farmacologia Sperimentale, Facoltà di Scienze Biotecnologiche dell’Università Federico II di Napoli ha, infatti, studiato gli effetti di un polisaccaride, purificato da bucce di pomodoro, su una linea cellulare di macrofagi opportunamente stimolati per ottenere una risposta infiammatoria. “Le nostre osservazioni, pubblicate su Journal of Natural Products”, spiega Barbara Nicolaus dell’Icb-Cnr, “dimostrano come questo polisaccaride sia in grado di inibire l’espressione del gene che codifica per l’enzima nitrossido sintasi inducibile, regolato dal fattore di trascrizione NF-kB, che svolge un ruolo chiave nel processo infiammatorio. L’attivazione del fattore di trascrizione NF-kB viene notevolmente ridotta dal polisaccaride”. Il gruppo
del CNR, coordinato da Nicolaus e di cui fanno parte le ricercatrici Poli e
Tommonaro, ha condotto ricerche utilizzando gli scarti industriali della
lavorazione del pomodoro con il recupero, derivati dai sottoprodotti, di
principi d’interesse quali beta-carotene, licopene, flavonoidi e biopolimeri,
come potenziali integratori
alimentari o come prodotti ad uso farmaceutico. “La filosofia del nostro progetto”, afferma la ricercatrice, “è dettata dalla convinzione che la ricerca di materiali alternativi ai prodotti di sintesi, ottenuti ad elevato impatto ambientale, rappresenta per l’economia una valida alternativa da sviluppare sul piano della produzione industriale. Considerato che ogni anno si producono in Italia oltre 60
milioni di tonnellate di pomodori (dei quali più della metà in Campania) con uno scarto di lavorazione
che supera abbondantemente il 2% della produzione e con un costo di smaltimento
per quintale che si aggira intorno ai 4 euro circa. Ebbene, il progetto dei
ricercatori del Cnr di Pozzuoli non solo fa risparmiare ai produttori i costi di
smaltimento ma consente di ottenere un immediato vantaggio anche
ecologico. “Abbiamo studiato”,
prosegue Nicolaus, “le proprietà
biologiche del biopolimero su
larve di Artemia salina che in
genere viene usato come screening
preliminare per individuare composti bioattivi. Le larve di artemia sono state
esposte sia a diverse concentrazioni del polisaccaride sia a una contemporanea
presenza di Avarolo, un composto
naturale isolato da una spugna marina, Incoraggiati da questi
risultati, i ricercatori hanno studiato, in
collaborazione con il gruppo di Rosa Carnuccio dell’Università di Napoli Federico II e Quindi, questo polisaccaride potrebbe avere un potenziale impiego sia nel controllo dell’infiammazione, sia come biopolimero non tossico in diverse applicazioni industriali. Roma, 21 dicembre 2007 La scheda: Chi: Istituto di chimica biomolecolare
(Icb) del Cnr di Pozzuoli e Dipartimento di Farmacologia Sperimentale, Facoltà
di Scienze Biotecnologiche dell’Università Federico II di Napoli Che cosa: studio sulle potenziali proprietà antiinfiammatorie di un polisaccaride estratto da bucce di pomodoro Rosa Carnuccio, Dipartimento di Farmacologia sperimentale, Università Federico II; e mail carnucci@unina.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Dicembre/173_DIC_2007.HTM
Internet
‘.it’ compie vent’anni Fu il Cnr a depositare il primo dominio
nazionale e a far nascere la rete italiana, la quarta in Europa. Ed è ancora
l’Iit-Cnr a registrare i domini nel nostro Paese, che nel frattempo sono
diventati un milione e mezzo, sesti al mondo per diffusione, e crescono di 20
mila al mese. La newsletter dell’Istituto ricorda la ricorrenza con le
testimonianze dei pionieri di allora 23 dicembre 1987: nasce “cnr.it”,
il primo nome a dominio italiano. Dicembre 2007: l’Internet made in Italy compie vent’anni,
consolidandosi al sesto posto nel mondo tra i registri nazionali (“.de” per la
Germania, “.uk” per l’Inghilterra, “.fr” per la Francia, etc.) per numero di
domini attivi. A due decenni esatti di distanza
dalle prime, pionieristiche ricerche sul sistema dei nomi a dominio, l’Istituto
di Informatica e Telematica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa
(Iit-Cnr) – che assolve fin dalle origini al ruolo di Registro Internet .it –
festeggia la nascita dell’‘anagrafe’ italiana della rete, raccogliendo le
testimonianze dei ricercatori che hanno fatto la ‘storia’ della rete tricolore.
Ricordi e aneddoti di personaggi lontani dai riflettori, ma che hanno fatto
scoccare nel nostro Paese la scintilla di una delle più grandi rivoluzioni della
storia recente, sono raccolti in un numero monografico di ‘Focus.it’, la
newsletter edita dall’Iit. Il primo collegamento alla rete Internet – il 30 aprile del 1986: da Pisa agli Stati Uniti, passando per il satellite – fu frutto del lavoro dei ricercatori dell’allora neonato Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico (Cnuce). Alla stessa struttura, venti mesi dopo, le autorità americane che regolavano (e regolano ancora) la rete, assegnavano la gestione del Registro dei domini .it in virtù delle competenze tecniche e scientifiche maturate dai suoi esponenti, quarti in ordine di tempo in Europa ad adottare l’Internet protocol. Il servizio di registrazione (tecnicamente: Registro del ccTLD .it) oggi è gestito dall’Iit-Cnr di Pisa, erede del Cnuce. All’epoca non esisteva ancora il World Wide Web, l’Internet per eccellenza, identificato dalla sigla www. “Nessuno, tra i ricercatori che allora
contribuirono a realizzare la prima infrastruttura di rete e ai quali mi onoro
di appartenere, avrebbe mai creduto che quello strano modo di far parlare tra
loro computer diversi, sparsi in ogni luogo nel mondo, un giorno avrebbe
rappresentato uno dei principali mezzi di comunicazione. E non per gli
scienziati, ma per la gente comune”, osserva l’ingegner Enrico Gregori,
direttore dell’Iit-Cnr e responsabile del Registro del ccTLD .it. “Se oggi in
Italia, e nel resto del mondo, parole come blog, email, Web e domini sono entrate a far
parte della vita quotidiana lo si deve soprattutto a quella generazione di
ricercatori che, negli anni ‘80, ha saputo guardare al futuro, costruendo
mattone su mattone il medium più
esplosivo dell’era moderna”. Oggi che Internet è quasi sempre
indicato dalla www, i nomi a dominio
attivi in Italia sono quasi un milione e 500mila e crescono al ritmo di circa
20mila al mese. Un’anagrafe vera e propria dei domini .it nati tra il dicembre
1987 e il 1993 non esiste: le registrazioni si contavano sulle dita di una mano,
solo su richiesta di enti di ricerca e università, ed erano gestite
informalmente. Il ‘boom’ è avvenuto tra il 1999 e il 2000, grazie all’esplosione
della ‘new-economy’ e alla modifica delle norme del Registro del ccTLD .it, che
consentirono la registrazione dei domini anche ai soggetti senza partita Iva
(cui però poteva essere assegnato solo un nome) e dando facoltà alle società di
registrarne un numero illimitato. Dall’estate 2004, infine, ciascun cittadino
maggiorenne appartenente a un Paese dell’Unione Europea può registrare un numero
illimitato di domini .it. Ecco, di seguito, il dato sui
domini attivi, cioè effettivamente esistenti e raggiungibili da ogni computer
connesso alla rete, e il totale dei domini registrati che tiene conto del circa
mezzo milione di cancellazioni intervenute nel corso degli anni. (Per il 2007 i
dati sono aggiornati al 31 ottobre).
Ma la storia dell’Internet ‘.it’ non si ferma. “Il Registro del ccTLD .it si appresta a mettere in cantiere una nuova, piccola rivoluzione”, conclude l’ing. Gregori: “Il sistema di registrazione in tempo reale, ‘sincrono’, che buona parte degli operatori e gli utenti considerano oggi un volano irrinunciabile per la crescita ulteriore della nostra rete”. Si allega il link al numero monografico sui vent’anni
dell’Internet.it di ‘Focus.it’,
la newsletter edita dall’Iit. Roma, 20 dicembre 2007
La
scheda Che cosa: ventennale di “cnr.it”, primo nome a
dominio Internet italiano; numero monografico di ‘Focus.it’, newsletter edita
dall’Iit-Cnr Chi: Istituto di Informatica e Telematica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa (Iit-Cnr) Informazioni: dr. Luca Trombella, Iit-Cnr, Pisa; tel.
050/3153437, e-mail luca.trombella@iit.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Dicembre/172_DIC_2007.HTM
IL MONSONE
AFRICANO PROTAGONISTA DEL CLIMA Presentazione dei risultati della ricerca
scientifica internazionale La ricerca sul ruolo del monsone africano nel determinare il clima globale ed il futuro dell’Africa occidentale è stato al centro della recente conferenza mondiale di Karlsruhe (Germania, 26-30 Novembre), a cui hanno partecipato oltre 350 scienziati provenienti da tutto il mondo. Le istituzioni italiane hanno avuto un ruolo chiave. CNR, ENEA e Università di Perugia vi hanno preso parte come partner del progetto “AMMA” (African Monsoon Multidisciplinary Analysis), da cui sono emersi importanti risultati sull’influenza del monsone sulla formazione degli uragani atlantici e sugli impatti locali sulle malattie e sulle crisi alimentari nell’Africa saheliana. L’Africa Occidentale è da sempre un’area contraddistinta da un fragilissimo equilibrio tra la domanda alimentare di una popolazione in costante aumento e la scarsa offerta di risorse naturali messe in pericolo da eventi climatici calamitosi, come le devastanti siccità del Sahel degli anni ’70 e’80 che produssero milioni di morti e di profughi ambientali. Più che altrove, in queste regioni la variabilità climatica condiziona la vita di milioni di persone: un diverso andamento della stagione delle piogge è determinante in un paese dove la sopravvivenza della popolazione è condizionata dalla produttività agricola, pastorale e forestale. I lunghi periodi di siccità, minano gravemente la possibilità del territorio di supportare la vita dei 230 milioni di abitanti (destinati a diventare 400 milioni nei prossimi 20 anni) favorendo flussi migratori, stagionali o irreversibili, verso i paesi limitrofi con gravi conseguenze sulla stabilità politica della regione, caratterizzata da conflitti per l’accesso alle risorse tra i paesi del Sahel e quelli costieri del Golfo di Guinea. Lo stesso fenomeno è alla base della immigrazione incontrollata in Europa attraverso il Nord Africa. L’andamento del monsone africano
e la sua relazione con l’attuale cambiamento climatico è il cuore scientifico
del progetto “AMMA” a cui l’Unione Europea, all’interno del Sesto Programma
Quadro per L’obiettivo del progetto è quello di migliorare la comprensione dei meccanismi fisici alla base del monsone africano e di sviluppare strumenti operativi al fine di fornire informazioni importanti per monitorare la vulnerabilità della regione saheliana alle crisi alimentari e sviluppare strategie colturali da adottare a livello locale. A livello scientifico, gli stessi risultati serviranno a validare le proiezioni fornite dall’IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change) sugli impatti del cambiamento climatico nella regione. Le Istituzioni Italiane hanno un ruolo chiave in AMMA. Gli Istituti del CNR, l’ENEA, l’Università di Perugia operano in tutti gli ambiti del progetto: organizzazione di campagne di misura, creazione di network osservativi, ricerca sui processi atmosferici, previsione meteorologica, previsione climatica, impatti su salute e produttività agricola. In particolare, l’ENEA, il CNR e l’Università di Perugia hanno contribuito attivamente alla campagna di misure del 2006 nell’Africa sub-sahariana con misure stratosferiche da aereo, misure di aerosol con una rete di micro-lidar, analisi dei dati satellitari su terra e su mare, e la partecipazione diretta di ricercatori italiani alla campagna. Hanno migliorato i modelli atmosferici per la previsione degli eventi di precipitazione, e coordinato attività di confronto dei modelli climatici a livello internazionale. Sul lato impatti, hanno sviluppato nuovi modelli di previsione dei rendimenti agricoli per le principali colture alimentari. Risultati della
ricerca emersi alla Conferenza di Karlsruhe: 1. La parte atlantica dell’Africa Occidentale è ancora
oggi in grave deficit idrico. Permane oggi in Africa
occidentale nell’area rivolta verso l’Oceano Atlantico (Senegal, Mauritania) una
grave situazione di deficit idrico, mentre 2. Aerosol e alti livelli di
ozono condizionano il clima e mettono a rischio la salute e le coltivazioni.
Un'ambiziosa campagna condotta con aerei attrezzati per osservazioni dell'atmosfera, palloni e misure al suolo, ha permesso di scoprire che il livello di ozono nelle regioni urbane del Sahel e' superiore rispetto al previsto, con un potenziale impatto sulla salute e sulle coltivazioni. Sorprese negative sono giunte anche dalle misure di aerosol prodotti dagli incendi e dall’uso di legna da ardere. Questi aerosol possono essere trasportati anche a migliaia di chilometri dalle regioni di emissione, con un potenziale impatto climatico su tutto il continente. 3. Le nubi convettive
influenzano il clima delle stratosfera Le osservazioni, condotte con l’aereo M55 e con palloni
stratosferici, mostrano che i grandi sistemi nuvolosi tropicali possono
trasportare vapore d’acqua fino a 4. L’Evoluzione del monsone africano ha una forte
influenza nella formazione degli uragani Circa l’80% degli uragani intensi nasce
dalle perturbazioni che arrivano sull’oceano Atlantico dal continente Africano.
Le ricerche più recenti suggeriscono che negli anni più piovosi le perturbazioni
africane generano più cicloni tropicali: quindi anni siccitosi vedrebbero meno
uragani mentre in anni piovosi ne avremo un incremento. L’evoluzione del monsone
Africano nei prossimi 20-30 anni potrà influenzare la genesi degli uragani più
che l’aumento delle temperature superficiali
dell’Atlantico. 5. Miglioramento degli scenari IPCC sull’area tropicale. L’oceano Indiano e quello Atlantico competono nel produrre il trend delle precipitazioni in Africa. Per i prossimi anni, se si realizzeranno gli scenari più ottimistici di riduzione dei gas-serra in atmosfera, la morsa della siccità potrebbe allentarsi, altrimenti la situazione potrebbe peggiorare per la fine del secolo con conseguenze catastrofiche. Su questo punto vi sono delle incertezze sui modelli IPCC: sebbene non vi sia un accordo tra tutti i modelli, i lavori della conferenza di Karlsruhe hanno evidenziato che la rappresentazione delle temperature superficiali del mare nel Golfo di Guinea, su cui sono basate molte delle previsioni, è in molti casi errata. 6. L’andamento del monsone determina l’insorgenza e la
trasmissione di malattie.
Le analisi condotte a scala regionale, sulla base di immagini da satellite, hanno evidenziato forti cambiamenti negli ultimi 20 anni nella struttura e distribuzione della vegetazione in molte aree agricole e pastorali della regione. La relazione di tali cambiamenti con il clima è fondamentale per fornire una fotografia aggiornata sulla vulnerabilità della regione al rischio di crisi alimentari. La campagna di analisi a scala locale ha permesso lo sviluppo di nuovi modelli di previsione dei rendimenti agricoli per le principali colture alimentari. I gruppi di ricerca del progetto AMMA, partendo dall’analisi dei sistemi esistenti, stanno migliorando diversi aspetti delle previsioni climatiche ottenendo una serie di rilevanti risultati scientifici: - Miglioramento delle stime di pioggia da satellite, elemento fondamentale per la programmazione agricola in una regione scarsamente coperta dalla rete di pluviometri; - Creazione “in loco” di sistemi di misura regolari di variabili atmosferiche e di aerosol sahariani, fondamentali per il miglioramento delle previsioni meteorologiche ; - Miglioramento dei modelli di previsione meteorologica e dunque dei programmi di allerta per le emergenze idrologiche legate ad eventi estremi; - Miglioramento dei modelli di previsioni stagionali grazie alla più attenta comprensione dei meccanismi atmosferici alla base del monsone, fondamentali per fornire una allerta precoce sulla probabilità che si verifichino crisi alimentari; -
Miglioramento degli scenari climatici della regione al 2020
grazie ad una collaborazione con il progetto ENSEMBLE (progetto europeo basato
su un insieme di modelli climatici); - Miglioramento della capacità previsionale per le perturbazioni atmosferiche che si sviluppano in Africa e si trasformano in cicloni tropicali sull’oceano Atlantico; - Sviluppo di modelli climatici per migliorare la comprensione dei cicli di vita dei parassiti in modo da agire per tempo con misure di prevenzione e vaccinazione contro malattie come meningite e malaria. Il progetto dovrà ora trasformare queste acquisizioni scientifiche in strumenti operativi che permettano nel breve periodo di prevenire e gestire gli eventi estremi di origine climatica, come le crisi alimentari, e nel lungo periodo di fornire una base per la pianificazione delle politiche di sviluppo legate alla capacità di adattamento della regione ai cambiamenti climatici. La scheda Che cosa: risultati progetto “AMMA”
(African Monsoon Multidisciplinary Analysis) Chi: Cnr, Enea e Università di Perugia Contatti
scientifici CNR: Federico Fierli
(ISAC, Principal Investigator, ex membro dell’Executive Committee,
rappresentante del Management Committee) - f.fierli@isac.cnr.it, tel. 051/6399656,
Lorenzo Genesio (IBIMET, membro Executive Committee AMMA-EU) - l.genesio@ibimet.cnr.it
Contatti
scientifici ENEA: Paolo M. Ruti
(membro Executive Committee e
dell’International Scientific Steering Committee, AMMA ) -
paolo.ruti@casaccia.enea.it Contatti scientifici Università di Perugia:
Paolina B. Cerlini -
paolina.cerlini@fisica.unipg.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Dicembre/171_DIC_2007.HTM
Quando il Santo Uffizio respingeva i
clandestini Sbarchi di
immigrati, prevenzione di epidemie, rischi in mare. Un convegno organizzato dal Cnr analizza il
ruolo delle dogane e dei servizi di sanità marittima del Mediterraneo tra XVII e
XIX secolo. Quando il controllo delle navi era affidato anche
all’Inquisizione Sorveglianza delle frontiere e immigrazione clandestina: problemi che, come oggi, affliggevano le istituzioni doganali del Mediterraneo fin dal ‘700. Per fronteggiarli venne istituita una fitta rete di sorveglianza composta dai porti di Marsiglia, Napoli, Trieste e Venezia, che oltre a monitorare gli sbarchi irregolari di merci e uomini, preveniva il rischio della diffusione di epidemie e di nuove malattie. “Nonostante i controlli e il pattugliamento delle coste, anche tra XVIII e XIX secolo era frequente l’arrivo sulle coste italiane di clandestini non dichiarati sui passaporti o sulla documentazione ufficiale presentata dal comandante al momento dell’arrivo nel porto”, spiega Raffaella Salvemini dell’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo (Issm) del Consiglio nazionale delle ricerche, organizzatrice del Workshop: “Istituzioni e trasporti marittimi nel Mediterraneo tra età antica e crescita moderna” che si tiene a Napoli fino a domani. In particolare l’Issm del Cnr, il cui direttore è Paolo Malanima, si è proposto di analizzare il ruolo delle istituzioni in rapporto all’evoluzione e ai problemi della navigazione, con riferimento alle regole, alle politiche economiche, commerciali, doganali e ai contratti di assicurazione adottati alle frontiere. L’iniziativa rientra nell’ambito di un più vasto progetto di studio avviato nel quadro delle attività scientifiche della Rete Euro-Mediterranea Ramses 2, ispirata e coordinata dalla Maison Mèditerranèenne des Sciences de l’Homme d’Aix-en-Provence e finanziata dall’Unione Europea nell’ambito del Sixth framework programme priority 7 “Citizens and Governance in a Knowledge Based Society”. Un aspetto poco conosciuto della storia del commercio è il ruolo esercitato dagli ufficiali dell’Inquisizione nei confronti delle navi provenienti da ‘fuori Regno’ come si evince da una ricerca di Salvo Pappalardo dell’Università di Udine presentata al convegno. In Sicilia come in Sardegna nel XVII secolo l’Inquisizione spagnola aveva il compito di visitare le imbarcazioni in arrivo prima che gli equipaggi potessero scaricare le merci, per verificare se erano stivati libri e immagini non consentite dall’ortodossia cattolica. Tale opera investigativa secondo Pappalardo, che sta conducendo uno studio presso l’archivio palermitano, potrebbe trovare forza nel fatto che la maggior parte dei capitani dei mercantili era di nazionalità olandese, inglese o tedesca. Gli ufficiali del Santo Uffizio interrogavano i capitani sulla loro identità, sulla denominazione delle imbarcazioni, provenienza e composizione merceologica dei beni trasportati. Tali compiti erano in concorrenza con quelli fiscali propri degli ufficiali regi della dogana. Dall’esame dei documenti, conclude il ricercatore, si evincono anche le vocazioni all’esportazione di prodotti di alcune aree della nostra penisola come, Santa Maria Capua Vetere, nel napoletano, Venezia o Livorno. Roma, 14 dicembre 2007 La scheda: Che cosa: Workshop: “Istituzioni e trasporti marittimi nel Mediterraneo tra età antica e crescita moderna” Dove: Napoli, (14 dicembre, ore 14.30), presso Università degli Studi ‘Parthenope’, Via Alcide De Gasperi, 45; (15 dicembre, ore 9.00) presso Villa Doria d’Angri ,Via Francesco Petrarca, 80 Quando: 14 -15 dicembre 2007 Per informazioni: Raffaella Salvemini, Istituto di studi sulle società del Mediterraneo (Issm) del Cnr, Napoli, tel. 081/6134086 int. 211, e mail: raffaella.salvemini@issm.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Dicembre/170_DIC_2007.HTM
A Glauco
Tocchini Valentini, Cnr, il Premio “San Giacomo della
Marca”
Giunto alla decima edizione, il
riconoscimento sarnanese vede quest’anno tra i suoi
vincitori, tutti marchigiani ‘doc’, il direttore dell’Istituto di biologia
cellulare del
Consiglio Nazionale delle Ricerche Si terrà presso il Comune di Sarnano (MC), Sala consiliare, il 16 dicembre prossimo alle ore 11.00, la cerimonia di consegna del Premio ‘San Giacomo della Marca’. Quest’anno il premio, organizzato dal Circolo culturale ‘Guardiamo al futuro’ in collaborazione con l’Amministrazione comunale di Sarnano, viene conferito al professore Glauco Tocchini Valentini. Tra i maggiori esponenti a
livello mondiale nel campo della ricerca genetica, nativo di Piandimeleto (PU),
il prof. Tocchini Valentini è direttore dell’Istituto di Biologia cellulare del
Consiglio Nazionale delle Ricerche, fondato da Rita Levi Montalcini, e
coordinatore del Campus “Buzzati Traverso” di Monterotondo e della rete europea
‘Emma’ (European Mouse Mutant Archive), struttura della quale è stato consulente
Mario Renato Capecchi, premio Nobel per la medicina
2007. Attivo da oltre 40 anni nella biologia molecolare e nelle
biotecnologie, Tocchini Valentini è stato professore di Genetica all’Università
La Sapienza e all’University of Chicago, è
membro delle più prestigiose Accademie scientifiche, ha ottenuto numerosi
riconoscimenti e, soprattutto, ha fornito un contributo fondamentale alla
ricerca genetica e alla comprensione di alcune patologie. Nell’ambito della manifestazione, verrà consegnato un riconoscimento in memoria di Mario Ferrazzoli all’Associazione Volontariato Antidroga (Avap) di Pesaro, per l’attività spesa nel recupero dei giovani caduti nel degrado della tossicodipendenza e nell’aiuto alle loro famiglie. In 13 anni di impegno l’Avap ha consentito il ritorno di molti ragazzi ad una vita normale e l’ingresso di molti altri presso strutture di recupero, grazie all’esperienza di chi ha vissuto e superato il problema e al contatto continuo con le Comunità. Un riconoscimento sarà conferito anche in ricordo del poeta Antonio Santori, animatore della vita culturale marchigiana. Il premio “San Giacomo della Marca” è conferito ogni anno ad una personalità illustre di nascita marchigiana. Tra gli altri, è stato assegnato a Maria Grazia Capulli, giornalista Rai, Umberto Piersanti, scrittore, poeta, docente dell’Università di Urbino e candidato al Nobel, Ferdinando Zucconi Galli Fonseca, Presidente Emerito della Corte di Cassazione, Giuseppe Brizi, ex capitano della Fiorentina dello scudetto, e alla memoria di Marco Beci, vittima dell’attentato di Nassirya. Il riconoscimento ‘Mario Ferrazzoli’, che premia una associazione di volontariato regionale, è andato tra gli altri alla Comunità di Capodarco, alla Lega del Filo e alla Comunità di San Patrignano di Botticella. Alla cerimonia interverranno con il premiato: Padre Silvano Bracci, Federico Marconi, Sindaco di Sarnano, sen. Luciano Magnalbò, presidente del Circolo ‘Guardiamo al futuro’, on. Alessandro Forlani, Diego Poli, ordinario Università degli Studi di Macerata, Padre Fernando Campana, ministro Prov.le O.M.F., Bruno Menzietti, Sindaco di Monteprandone; modera il giornalista Marco Ferrazzoli. Roma, 13 dicembre 2007 La
scheda Che cosa:consegna del Premio ‘San Giacomo della Marca’ al prof. Glauco Tocchini Valentini, direttore dell’Istituto di biologia cellulare del Cnr, vincitore del Premio Quando: 16 dicembre 2007, ore 11.00 Dove: Comune di Sarnano (Macerata), Sala Consiliare Per informazioni: Marco Ferrazzoli, Capo Ufficio Stampa Cnr, e-mail: marco.ferrazzoli@cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Dicembre/169_DIC_2007.HTM
Documento digitale per salvare sei milioni di
alberi La ricaduta ambientale dell’eliminazione
della carta negli uffici italiani attraverso una ricerca del CNR-CERIS per
InfoCert e Wave Group. 240 miliardi di fogli consumati ogni anno, equivalenti a
1,2 milioni di tonnellate cartacee e all’emissione di 4 milioni di tonnellate di
CO2. Un impatto superiore a quello del comparto costruzioni La dematerializzazione del documento
comporta risparmi significativi nell’uso della carta e del tempo impiegato per
la sua gestione. Ma quanta carta viene consumata negli uffici italiani e qual è
il beneficio derivante dall’adozione del documento digitale, in termini
economici e di tutela ambientale? Per rispondere a queste domande, l’Istituto di
ricerca sull’impresa e lo sviluppo del Consiglio Nazionale delle Ricerche di
Torino (CERIS-CNR) ha realizzato per Wave Group ed InfoCert uno studio in cui
vengono forniti per la prima volta dati quantitativi sul consumo del materiale
cartaceo negli uffici e sul valore economico e ambientale della
dematerializzazione. Nella ricerca si stima che il consumo di materiali cartacei negli uffici italiani sia pari a 1,2 milioni di tonnellate, con un consumo per addetto di 80 kg e per un totale di 240 miliardi di fogli ogni anno. Numeri notevoli, che sono però probabilmente inferiori a quelli reali: in assenza di dati ufficiali, le stime di CERIS-CNR sono infatti realizzate partendo soltanto dai bilanci ambientali di impresa, dalle dichiarazioni ambientali EMAS (Eco-Management and Audit Scheme, uno strumento volontario creato dalla Comunità Europea) e da altre fonti, come i dati sul consumo di carta per fotocopiatrici e stampanti, escludendo altre tipologie rilevanti ma non facilmente quantificabili. Lo studio CERIS-CNR, svolto in collaborazione con l’istituto danese DTCW, specializzato in analisi del ‘ciclo di vita’ dei materiali, dal punto di vista dell’impatto ambientale di questi consumi, sottolinea come i 1,2 milioni di tonnellate di carta e i 240 miliardi di fogli equivalgano all’abbattimento di più di 20 milioni di alberi e all’emissione di oltre 4 milioni di tonnellate di CO2, valori che superano quelli dell’intero settore ‘costruzioni’ nel nostro Paese. L’adozione di una gestione documentale alternativa, basata sul sistematico utilizzo dei formati elettronici, porterebbe quindi a notevoli risparmi, in termini sia di ottimizzazione del lavoro, sia ambientali ed economici. Particolare attenzione merita il settore della Pubblica Amministrazione, nel quale le delibere del CNIPA sulla conservazione sostitutiva hanno aperto la strada e incentivato l’utilizzo del documento digitale. Secondo le stime del CERIS-CNR, il risparmio potenziale dall’adozione del documento digitale, nei soli settori soggetti a normativa, oscilla tra le 168.000 e le 259.000 tonnellate di materiali cartacei, equivalente al 13-21% del consumo totale di carta negli uffici italiani, in sostanza un obiettivo di ‘1 foglio su 5’ utilizzati, che appare del tutto realistico. Questi risparmi corrispondono a loro volta a oltre 6 milioni di alberi abbattuti e a 900.000 tonnellate di CO2 emesse in meno, un valore equivalente all’impatto dell’intero sistema sanitario ed assistenziale in 5 mesi di funzionamento o di 550.000 automobili con standard medi europei (per una percorrenza unitaria di 10.000 km/anno). Oppure, al risparmio ambientale di circa 10 miliardi di litri di acqua. Un caso di forte interesse è rappresentato dalle imprese assicurative e dai commercialisti e tributaristi: stando allo studio CERIS-CNR per Wave Group e InfoCert, in questi settori vengono consumati circa 3,1 miliardi di pagine annue, per circa 12.000 tonnellate di carta e 26.000 mq di superficie occupata per l’archiviazione dei documenti. Tutti questi dati potrebbero essere drasticamente ridotti implementando la conservazione sostitutiva. “Prendendo in considerazione il solo ambito assicurativo, si stima che il beneficio economico risultante dalla conservazione sostitutiva dei libri giornale e sezionali in una compagnia di medie dimensioni raggiungerebbe un valore superiore ai 2,3 milioni di euro in dieci anni”, osserva Roberto Zoboli del CERIS-CNR, tra gli autori della ricerca. “I risparmi economici e ecologici connessi alla dematerializzazione dei documenti tendono perciò a trasformarsi in benefici diffusi, non solo per la singola azienda o organizzazione, ma anche e soprattutto per il Paese nel suo complesso. La strada del documento digitale potrebbe contribuire notevolmente all’attuazione di alcune politiche pubbliche, come la riduzione del riscaldamento globale e delle emissioni di CO2, sancita dal protocollo di Kyoto”. “Pur esistendo in Italia specifiche normative riguardanti la conservazione sostitutiva, e nonostante una crescente informatizzazione delle attività d’ufficio, il problema è ancora sottostimato, per motivi organizzativi e legislativi (mancanza di benefici fiscali), ma anche culturali, derivanti dalla diffusa diffidenza nei confronti dell’adozione delle nuove tecnologie”, conclude il ricercatore. “La via dell’ufficio ‘paperless’ è lunga, ma alcuni risultati importanti, anche per l’ambiente, potrebbero essere a portata di mano se il documento digitale ricevesse una promozione più forte e diffusa”. Roma, 13 dicembre 2007 La scheda Chi: Istituto di ricerca sull’impresa e lo sviluppo (Ceris) del Cnr di Torino Che cosa: effetti ambientali della sostituzione di carta attraverso il documento digitale Per informazioni: Roberto Zoboli, Ceris-Cnr, tel. 02/23699503, e-mail r.zoboli@ceris.cnr.it tratto da: http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2007/Dicembre/168_DIC_2007.HTM
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